Nidi e materne, il rientro a “compartimenti stagni” è un lockdown dentro la scuola

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Siamo di fronte a una catastrofe generazionale che potrebbe sprecare indicibili potenzialità umane, minare decenni di progressi ed esacerbare disuguaglianze radicate” così ha affermato ieri il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, esprimendosi rispetto alla chiusura prolungata delle scuole che sta interessando oltre un miliardo di studenti nel mondo.
Nelle stesse ore nelle quali Guterres incitava i Governi di tutto il mondo a rimettere la scuola al centro delle politiche, in Italia due ministeri diversi – quello della Salute e quello dell’Istruzione – pubblicavano due documenti che appaiono in forte contrasto tra di loro, in merito alla riapertura delle scuole dei più piccoli: i nidi e le scuole dell’infanzia.

L’Istat e il ministero della Salute hanno infatti reso noti i risultati del lungo e complesso studio statistico che ha coinvolto di sieroprevalenza sul SARS-Cov-2 – grazie alla Croce Rossa – circa 65.000 persone in Italia: una vera e propria mappatura della circolazione del virus negli scorsi mesi. Lo studio evidenzia molti elementi interessanti; qui preme sottolineare la bassa incidenza della presenza del virus tra i bambini tra gli 0 e i 5 anni: soltanto l’1,3% risulta aver contratto il Corona, per altro in modo asintomatico, forse grazie all’assenza dei recettori ACE 2, utilizzati dal virus per entrare nella cellula umana.
Nello stesso momento in cui questo dato veniva reso noto, il Miur pubblicava le Linee Guida definitive per la riapertura dei contesti educativi del Sistema Integrato 0-6 anni.

Nonostante una serie di elementi legati al benessere dei bambini vengano tenuti per fortuna in considerazione, all’interno del documento alcune indicazioni stridono completamente con la possibilità di organizzare il lavoro in modo sostenibile e attento ai bisogni dei più piccoli. Gli asili nido e le scuole dell’infanzia sono, per loro natura educativa, contesti aperti: l’organizzazione fra classi, o fra gruppi di lavoro, è funzionale ma non rigida.
In particolare nei primi mesi di ingresso a scuola (e quest’anno l’avvio sarà pesante e spesso traumatico non soltanto per i bambini di nuovo inserimento, ma anche per tutti quelli che  hanno perso l’abitudine al distacco dai genitori e al lavoro all’interno di contesti educativi di gruppo) è basilare che i bambini possano trovare benessere anche al di fuori del gruppo classe.
Succede spesso, infatti, che i più piccoli si ritrovino separati da compagni con cui hanno frequentato il nido, amici, fratelli o cugini, inseriti nella stessa scuola ma in altre classi: figure familiari e tranquillizzanti, che possono fare la differenza nel momento del distacco da mamme e papà e nelle lunghe ore di attività scolastica.
Le porte aperte delle classi della scuola dell’infanzia, gli spazi comuni e le strutture concepite per macro spazi e non per aule di molti Nidi, permettono al bambino di trovare rassicurazioni e confronti: poter passare un’ora nella classe di un fratello maggiore, trasferirsi da un gruppo ad un altro, sono processi necessari al bambino per vivere con benessere la sua presenza a scuola.

Le linee guida relative all’età 0-6 si strutturano invece proprio nella logica inversa: con l’idea di costituire piccoli gruppi che evitino la creazione di focolai, chiedono ai dirigenti e agli insegnanti di immaginare classi a compartimenti stagni, che non interagiscano tra loro né direttamente né indirettamente, nonostante sia evidente a tutti che quegli stessi bambini passeranno poi del tempo assieme all’esterno delle mura scolastiche – così come sta già avvenendo da maggio.
I bambini, infatti, fuori dalla scuola hanno vite di relazione con quegli stessi fratelli, cugini e amici che sarebbe loro impedito vedere e frequentare tra le mura della scuola.
Il parametro preventivo di base sul quale si reggono le linee guida appare quindi contemporaneamente estremamente limitato nell’efficacia, e lesivo del benessere dei più piccoli.

Rispetto alla relazione tra la riapertura delle scuole e l’innalzamento del rischio di contagio, del resto, non esiste una voce univoca sulla quale poter basare la riapertura.
Quello che è certo è che sarebbe necessario e urgente ragionare molto diversamente a seconda dell’età degli studenti.
Se il riavvio delle scuole superiori porta con sé innegabili rischi legati non solo alla presenza a scuola di studenti con caratteristiche simili se non sovrapponibili a quelle degli adulti, ma anche all’utilizzo massiccio dei mezzi di trasporto nelle ore di punta, moltissimi studi affermano il contrario rispetto alle fasce di età dei più piccoli. I bambini, come ad esempio ha certificato una ricerca della Corea del Sud su un massiccio campione di seimila casi positivi, fino a 10 anni avrebbero infatti la metà delle possibilità di trasmettere il contagio rispetto ai più grandi (dato che appare confermato da centinaia di statistiche globali legate alla diffusione del virus, nonostante analisi matematiche basate sulle cariche virali appaiano in contrasto).
Nessuno studio, inoltre, ha ancora certificato che esista un numero significativo di contagi avvenuti in famiglia trasmessi attraverso minori di età 0-5 anni che frequentassero contesti educativi.

Insomma, la struttura di prevenzione immaginata per la riapertura delle scuole 0-6, lungi dall’essere neutra e poco impattante sul benessere dei bambini, sembra inoltre immaginata a partire da dati smentiti da moltissimi studi.
La “catastrofe generazionale” paventata da Guterres non si concretizza soltanto attraverso la chiusura dei plessi ma anche, se non soprattutto, attraverso una riapertura inadeguata, insensibile ai bisogni dei più piccoli e a quelli educativi veicolati dagli insegnanti.
L’apprendimento dei bambini (che non è solo cognitivo ma anche emotivo) passa attraverso l’attività imitativa spontanea non verbale, il contatto, l’accantonamento di paure che possono essere molto profonde. Costruire un contesto come quello immaginato dal Miur significa allontanarli da uno stato di benessere, rischiando oltretutto di creare una forma di rifiuto nei confronti della scuola in un’età sensibile e fondamentale.

Abbiamo bisogno che il Ministero, così come gli stessi insegnanti e i responsabili della sicurezza, prendano in considerazione i molti studi che si stanno susseguendo in merito allo scarso rischio legato alla riapertura dei contesti dedicati ai più piccoli, e al dato di fatto della continua commistione tra i più piccoli, indipendentemente dalla regolamentazione scolastica, che porta ad inficiare de facto la logica della segregazione in gruppi rigidi.
Le precauzioni, quando comportano pesanti conseguenze, devono essere opportunamente pesate.
Siamo certi che in questo caso i benefici superino i costi sociali, psicologici e sanitari sul lungo termine?

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