A Beirut sono stati arrestati i responsabili della sicurezza del porto

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(foto: Haytham El Achkar/Getty Images)

Sono più di 130 le vittime, quasi 5mila i feriti, migliaia di dispersi e 300mila gli sfollati. È questo, dopo 24 ore, il bilancio della devastante esplosione avvenuta nel porto di Beirut, in Libano, il 4 agosto. La responsabilità di questo evento, per le autorità libanesi, è da addossare ai funzionari portuali che, in quasi sette anni, non hanno mai messo in sicurezza il deposito contenente le 275o tonnellate di nitrato di ammonio che, a contatto con altro materiale volatile, avrebbero provocato uno scoppio talmente violento da distruggere centinaia di edifici. I funzionari sono ora agli arresti domiciliari ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza, che dovrebbe durare due settimane. Intanto emergono altri dettagli sul perché quell’ingente quantità di materiale chimico si trovasse nella zona portuale di Beirut senza prendere adeguati accorgimenti.

Le prime ricostruzioni

I dettagli su cosa come le oltre due tonnellate di nitrato di ammonio si trovassero nella capitale libanese sono stati diffusi da più testate giornalistiche. Secondo la tesi più accreditata, nel 2013 una nave mercantile, di proprietà di un magnate russo, avrebbe riportato un guasto meccanico proprio in prossimità del porto di Beirut: imbarcava acqua e la sua destinazione, il Mozambico, con un danno del genere era difficile da raggiungere. Quindi, il materiale è stato scaricato, messo in deposito in attesa che la nave potesse ripartire. Cosa che non è più avvenuta perché l’equipaggio aveva problemi finanziari e il proprietario era coinvolto in una disputa diplomatica: il nitrato di ammonio è stato di fatto abbandonato in un deposito in attesa che venisse presa una decisione in merito.

I funzionari di sicurezza doganali avrebbero inoltrato, per ben due volte, richieste alle autorità giudiziarie perché venisse smaltito il materiale: tra le proposte c’era di donarlo all’esercito libanese o vederlo a una società che produce esplosivi, Explosives. Nelle lettere veniva sottolineato come il deposito non consentisse delle condizioni atmosferiche adatte per conservare il nitrato d’ammonio e che, con il trascorrere del tempo, la situazione sarebbe diventata sempre più pericolosa. Sollecitazioni che non hanno mai attirato una risposta.

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