L’epidemia di nuovo coronavirus ha svelato i problemi di trasparenza dell’Italia

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(foto: Ivan Radic su Flickr. Licenza CC BY 2.0)

L’Italia è una repubblica socialista sovietica fondata sull’opacità delle istituzioni. Sì, più o meno come l’Urss raccontata nella serie Chernobyl. Certo questa è una provocazione, ma se si considera quello stress test per la trasparenza che è stata la pandemia di Covid-19 (che, purtroppo, è stata anche molte altre cose), la tentazione di ripensare l’articolo 1 della Costituzione per renderlo più aderente alla realtà dei fatti è forte.

E la vicenda dei verbali del Comitato tecnico scientifico chiesti dalla Fondazione Einaudi, negati dal governo, concessi dal Tar, congelati nella loro diffusione dal Consiglio di Stato e poi finalmente resi noti dall’esecutivo è solo l’ultimo esempio. Lo scarso rapporto delle istituzioni italiane con la trasparenza ha infatti caratteri ontologici.

Si ricorderà quando il 21 febbraio venne individuato il primo positivo al Sars-CoV-2 a Codogno, nel lodigiano. Nei due giorni successivi si rincorsero le notizie relative a nuovi casi individuati nel Nord Italia. Ma né il ministero della Salute, né l’Istituto superiore di sanità pensarono di pubblicare i dati sui propri siti.

Motivo? Ignoto. A voler pensar male, però, si potrebbe ricordare che il 21 febbraio cadde di venerdì. Sarà così necessario, domanda retorica, aggiornare e comunicare i dati anche nel fine settimana? Per essere informati, gli italiani dovettero affidarsi al bollettino che la Protezione civile forniva ai giornalisti. Importante, per carità, ma la trasparenza è un’altra cosa.

Eppure dal 2012 il Codice dell’amministrazione digitale stabilisce che i dati in possesso della Pa siano open by default. Dal 2016 esiste una legge, il Foia, che sancisce “la libertà di accesso di chiunque ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni”.

Il punto, come sempre, è che le leggi bisogna applicarle. Non sospenderne l’applicazione, come successo al Foia durante le settimane di lockdown. Questo vale a livello nazionale come sul piano locale: chi scrive, lo scorso 11 maggio, ha presentato un’istanza di accesso a Regione Lombardia per conoscere i dati relativi ai tamponi. La risposta non è ancora arrivata. Del resto, l’Unione sovietica fu uno stato federale.

E beninteso, trasparenza non significa nemmeno far avere ai giornali veline sui prossimi provvedimenti governativi, come successe il 7 marzo scorso. Un’anticipazione rispetto al lockdown che portò decine di persone a prendere d’assalto i treni da Milano verso il Sud. E chissà quante erano positive al Sars-CoV-2.

Trasparenza significa fare come la Protezione civile. Che, è vero, ha impiegato qualche settimana. Ma ormai da mesi comunica quotidianamente i dati relativi ai tamponi e ai contagi riscontrati sul territorio. E lo fa con dati in formato machine readable e con licenza Cc By 4.0, che sostanzialmente consente a tutti di utilizzarli secondo le proprie esigenze. Vuoi vedere che è cominciata la perestroika?

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