La cancel culture è arrivata fino all’agenzia Magnum Photos

0
91
Questo post è stato pubblicato qui
(foto: KHALED DESOUKI/AFP via Getty Images)

di Andrea Monti

Andy Day, un contributore di F-stoppers, una online community dedicata alla fotografia, pubblica un articolo dal titolo “Magnum Photos Is Selling Images of Alleged Child Sexual Abuse on Its Website” nel quale denuncia il fatto che l’agenzia di fotoreporter più famosa del mondo rende disponibili tramite il proprio sito delle immagini di “presunti” abusi sessuali su minori documentati in un reportage del 1989 a opera di David Alan Harvey. 

L’autore della “coperta afferma testualmente che “creating a sexually explicit photograph of a child constitutes an act of child sexual abuse. Under U.K. law, if a photograph exists, a crime has been committed. In the U.S, Federal law prohibits the production, distribution, importation, reception, or possession of any image of child pornography” per poi lamentarsi del fatto che  “numerous photographs appear to have been taken without the subject’s consent”. In sintesi, le accuse che muove alla Magnum Photos è di vendere foto di pornografia minorile per di più scattate all’insaputa delle persone ritratte. La notizia è stata ripresa anche da altri noti siti specialistici come Petapixelin un successivo articolo Day arriva al punto di chiedere l’interruzione del rapporto professionale con l’autore delle fotografie e la loro distruzione.

Fermo restando il diritto di Day ad avere le sue opinioni, le sue affermazioni sono semplicemente sbagliate

In primo luogo – e premesso che la Magnum Photos non lavora nel settore della pornografia – il lavoro del giornalista è documentare la realtà e denunciare, con la parola e con l’immagine, abusi e violenze. Lo scopo delle fotografie di Harvey, dunque, non era quello di alimentare il circuito illegale di immagini immonde ma quello di esercitare una prerogativa che ogni Costituzione occidentale riconosce: il diritto/dovere di informare. Le foto di Harvey sono, sì, oscene, ma per il degrado che denunciano nell’indifferenza generale e che racconta di un’infanzia negata e di un futuro segnato. Nessuno può pensare che quelle foto siano pornografia minorile, così come nessuno potrebbe affermare che le foto delle vittime dell’atrocità nazista nei campi di sterminio siano un’istigazione alla necrofilia.

Anche l’accusa di avere scattato le fotografie all’insaputa degli astanti è priva di senso. Quando un’indagine giornalistica è svolta in ambienti e condizioni di pericolo, il minimo sindacale è aspettarsi che il reporter possa documentare ciò che vede senza che i soggetti con i quali interagisce se ne accorgano. Accade di continuo per servizi giornalistici e in trasmissioni televisive che usano le riprese di nascosto come elemento essenziale delle loro indagini. E, d’altra parte, nel caso molto meno estremo della street photography l’attività documentaristica presuppone il ritratto di persone che non sanno di essere fotografate. Se così non fosse, le immagini immortali di Henri Cartier-Bresson, della fotografia di strada di Paolo Di Paolo pubblicate da Il Mondo di Mario Pannunzio e di tutti gli altri che come loro hanno documentato la vita in ogni sua manifestazione sarebbero illegali.

Di conseguenza, Harvey non ha commesso alcun illecito nello scattare quelle foto, la Magnum non ha violato alcuna norma nel rendere disponibile quella parte del proprio archivio e Andy Day ha fatto delle affermazioni prive di fondamento giuridico che però continua a diffondere, senza nemmeno avere chiesto (perché altrimenti ne avrebbe dato conto nei suoi articoli) un parere legale qualificato.

Questa vicenda, apparentemente banale e destinata a essere dimenticata nel giro di qualche giorno, è l’ultima in ordine di tempo a replicare lo stesso copione: condizioni etiche individuali su cosa sia o meno illecito, promosse unilateralmente a norma giuridica dal valore generale, applicata dal tribunale del popolo della rete —o da singoli autonomisti giudici— che senza nessuna qualità o ragione invocano una giustizia sommaria basata non sulla legge ma su ciò che ritengono giusto: è il principio della cancel culture.

Gli esempi sono innumerevoli anche nel settore della pubblicità e della fotografia, dalle polemiche per lo spot dell’asteroide che colpisce una mamma per pubblicizzare una merendina alle scuse pubbliche per una sessione che reclamizzava degli obiettivi fotografici durante una manifestazione di cosplay, al ritiro di una campagna pubblicitaria di un’auto sportiva giudicatasessualmente suggestiva. Nulla sfugge ai nuovi inquisitori, pronti a scatenare tempeste di pubblico scandalo a colpi di post e tweet, meccanicamente amplificati dai mezzi di informazione.

I guasti provocati da questo direttorio globale, custode diffuso della moralità mondiale sono ben spiegati in una lettera intitolata A Letter on Justice and Open Debate che intellettuali e scienziati, fra i quali J. K. Rowling, Noam Chomsky, Steven Pinker e Salman Rushdie, hanno pubblicato su Harper’s Magazine, di cui si è molto parlato anche qui su Wired. A prescindere dal merito dei singoli casi, il risultato è il continuo restringersi di cosa si possa dire senza temere rappresaglie da parte di datori di lavoro, committenti o istituzioni. Questo è l’ennesimo esempio del modo in cui funziona il tribunale permanente del pubblico sdegno, potere giudiziario della democrazia elettronica globale, che fa il paio con quello legislativo del parlamento della democrazia diretta; e che non richiede nemmeno l’esistenza di un esecutivo, perché la volontà del popolo si applica senza mediazioni costringendo enti e istituzioni ad adottare provvedimenti punitivi non per il merito del fatto, ma per tacitare la folla.

Ovviamente, nessuno può mettere in discussione il diritto di chiunque di formulare le critiche più severe su quello che viene detto o scritto. Ma è paradossale che la rete, nata da un sogno di libertà, sia diventata il più potente strumento di censura nella mani non di un governo cattivo, delle multinazionali o del Grande Fratello, ma in quelle di una massa indifferenziata di soggetti il cui unico titolo, spesso, è quello di avere un profilo su un social network.

The post La cancel culture è arrivata fino all’agenzia Magnum Photos appeared first on Wired.