Perché in Italia non parliamo abbastanza di trasparenza?

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(foto: Christopher Furlong/Getty Images)

di Laura Carrer e Raffaele Angius

In Italia c’è un problema di trasparenza, e il braccio di ferro tra governo e Fondazione Einaudi ne è la prova. Per chi si è perso le puntate precedenti: ad aprile di quest’anno, in pieno lockdown nazionale, gli avvocati Rocco Todero, Andrea Pruiti Ciarello ed Enzo Palumbo hanno presentato al governo una richiesta di accesso agli atti (il cosiddetto Foia, che sta per Freedom Of Information Act) per ottenere i verbali e gli atti allegati del Comitato tecnico scientifico sui quali si sono fondati i decreti d’emergenza emanati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Come già riportato da Wired, i richiedenti, sostenuti dalla Fondazione Einaudi, si sono visti dare ragione da una sentenza del Tar del 22 luglio, al quale hanno fatto ricorso dopo un primo rifiuto del governo a fornire tali atti.

Ma alla disposizione del Tribunale amministrativo regionale il governo aveva in un primo momento reagito ricorrendo al Consiglio di stato, al quale ha chiesto di esprimersi nel merito, ottenendo una sospensione cautelativa dell’obbligo di pubblicazione. Quindi, dopo solo pochi giorni, la stessa presidenza del Consiglio ha fatto marcia indietro, fornendo copia integrale di tutti gli atti richiesti e rinunciando di fatto a sentire le ragioni del giudizio speciale amministrativo nel merito. 

La ragione di questa resa potrebbe risiedere nello stesso decreto con il quale il presidente della terza sezione del Consiglio di stato, Franco Frattini, ha accolto l’istanza del governo e sospeso dunque l’obbligo imposto dal Tar. Nel merito, l’organo costituzionale ha rilevato infatti l’importanza di tali documenti, che hanno “costituito il presupposto per l’adozione di misure volte a comprimere fortemente diritti individuali dei cittadini” e che peraltro sono considerati non attuali in quanto “si riferiscono a periodi temporali pressoché del tutto superati”. Un’altra considerazione del Consiglio di stato riguarda la loro potenziale segretezza: nel ricorso, la presidenza del Consiglio si riservava il diritto di pubblicare le relazioni tecniche alla fine dell’emergenza. Da questo, il Consiglio di stato ha dedotto che all’interno degli atti non vi siano elementi di “speciale segretezza da opporre agli stessi cittadini, che le forti riduzioni di libertà hanno accettato in nome di una emergenza sanitaria i cui aspetti proprio quei verbali elaborano”

Ma allora perché il Consiglio di stato ha comunque sospeso la decisione del Tar? “La presidenza del Consiglio aveva invocato la tutela monocratica, ovvero l’intervento di un solo giudice del Consiglio”, osserva Davide Gallenca, avvocato specializzato in diritto amministrativo: “Di fatto il decreto riconosce la ragionevolezza di quanto disposto dal Tar, ma si riserva di decidere in sede di collegio (dunque con cinque giudici anziché uno, ndr) dal momento che la materia è talmente nuova e inedita da richiedere uno studio più approfondito”

È possibile dunque che siano state proprio le motivazioni fornite dal Consiglio di stato a convincere il governo a fornire quei documenti, tanto più se da questi ultimi non emergono particolari di rilievo rispetto alla gestione dell’emergenza Covid-19. “Di questa ordinanza è significativo che si ribadisca e rafforzi il senso principale dell’istituto dell’accesso agli atti: questo deve essere il più ampio possibile e l’eccezione può riguardare solo la non pubblicazione di un documento, non il contrario”, ha commentato Gallenca. 

La normalità dunque è – o dovrebbe essere – la totale trasparenza, che talvolta potrebbe essere mitigata da specifiche ed eccezionali esigenze. È questo il caso, per esempio, degli atti normativi o dei documenti che hanno prodotto tali atti, che sono appunto sottratti al diritto di accesso. Il governo in un primo momento ha invocato questa eccezione per evitare di pubblicare le relazioni del Comitato tecnico scientifico. Ma come osservato sia dal Tar sia dal Consiglio di stato, è proprio l’eccezionalità di tali atti – nati dall’esigenza di far fronte a una pandemia globale – a far sì che non possano essere ricondotti a quelle categorie per le quali normalmente si applica la sospensione del diritto all’accesso. Vince la normalità, ovvero il primato della trasparenza. 

È successo anche a noi

Sedici settimane, ottantacinque pagine di documenti e l’intervento di un organo di rilievo costituzionale: tanto è servito affinché il diritto alla trasparenza fosse garantito. E non in ossequio alla legge, quanto piuttosto per il capriccio della funzione pubblica. Ma le medesime difficoltà sono quelle in cui incorre quotidianamente chi si confronta con la pubblica amministrazione per l’ottenimento di atti di interesse pubblico. 

È anche il caso di una quantità di richieste di accesso presentate proprio da Wired – soprattutto durante il periodo dell’emergenza da Covid-19, ma non solo – che nella gran parte dei casi si sono dovuti scontrare contro il muro di gomma della cosa pubblica. Per esempio, lo scorso 11 maggio, Wired ha prodotto un’istanza di accesso a Regione Lombardia per conoscere i dati relativi ai tamponi, senza ricevere alcuna risposta. Stessa sorte per le richieste di accesso presentate per ottenere la documentazione relativa a Immuni, al bando celere Innova per l’Italia e alla task force di esperti che ha scelto l’app nazionale per il tracciamento dei contagi da Covid-19. Presentate a partire dal 27 marzo, all’indomani della chiusura del bando, queste domande hanno avuto risposta (perlopiù negativa) solo il 15 giugno: 80 giorni dopo. 

Nelle risposte si apprende che il ministero per l’Innovazione si è avvalso della temporanea sospensione dei procedimenti amministrativi introdotta con il decreto Cura Italia, che di fatto ha permesso ai dipendenti pubblici di lavorare da casa, dove non avrebbero potuto accedere al materiale cartaceo presente in ufficio. Tuttavia, la misura era facoltativa e tutta la documentazione fornita (tranne un unico file) è nativamente digitale: difficile sostenere che non fosse nell’immediata disponibilità del ministero (Wired ha reso pubblicamente disponibile tutto il materiale su Github). Avrebbe potuto rispondere già dal 16 maggio, con la fine della sospensione prevista dal Cura Italia, ma il ministero ha scelto di iniziare a contare la decorrenza dei termini proprio in quella data, prendendosi altri trenta giorni e fornendo le risposte alle nostre domande un mese dopo, quando ormai l’insuccesso dell’app di contact tracing era già nell’aria.

“Pur esistendo nelle norme giuridiche, la trasparenza è prima di tutto un processo culturale: la sua implementazione dipende di fatto dall’atteggiamento virtuoso di alcune pubbliche amministrazioni”, ha commentato con Wired Vitalba Azzollini, giurista e fellow dell’Istituto Bruno Leoni. In questo non aiutano le  linee guida per il diritto all’accesso stabilite dall’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), che possono essere interpretate strumentalmente in molteplici casi pur di ostacolare una richiesta: “Tali eccezioni rendono il diritto alla conoscenza sostanzialmente astratto”, aggiunge Azzollini: “Eppure dovremmo renderci conto che non si tratta di un diritto secondario rispetto ad altri e che è fondamentale per un paese civile che il cittadino sia messo nella condizione di conoscere il funzionamento della pubblica amministrazione”

Un’ultima richiesta Foia inviata da Wired il 5 luglio cerca di fare chiarezza sulla migrazione di 30mila account di posta elettronica del ministero dell’Istruzione sui servizi di Microsoft e su quale sia stato il costo dell’operazione: dopo 34 giorni, il ministero ancora tace.

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