Howard e il destino del mondo, da flop conclamato a cult generazionale

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Chissà che cosa passa nella testa di George Lucas, quando gli capita tra le mani il fumetto Marvel di Howard the Duck (Howard il Papero), scritto da Steve Gerber e disegnato da Val Mayerik per la prima volta nel 1973? In Italia apparirà, ma rinominato, come Orestolo il papero sugli albi pubblicati dall’Editoriale Corno. A ogni modo, secondo quanto viene raccontato, Lucas ne è letteralmente rapito, tipo un bambino di fronte alla vetrina di un negozio di giocattoli. E si tuffa quasi immediatamente nell’idea di produrlo con la Lucasfilm. Il che lo rende il primo personaggio Marvel trasposto in un film, ma è un vero disastro al botteghino e piovono Razzie Awards da ogni dove.

Giusto per riassumere ai minimi termini la trama: un papero antropomorfo e scorbutico (chissà poi perché i paperi sono tutti iracondi?) si ritrova trasportato da un raggio laser sulla Terra, a Cleveland. I motivi sono ignoti, però conosce una ragazza, Beverly,  che lo vuole aiutare a tornare a casa. Infine, arriva un mostro da sconfiggere prima del lieto fine.  Ma, come succede alle migliori storie, c’è un risvolto tardivo in questo caso: Howard The Duck, o meglio, Howard e il destino del mondo – uscito nelle sale l’1 agosto 1986 – è diventato un autentico cult.

L’idea folle

Allora, George Lucas si innamora letteralmente del papero e della sua storia fatta di elementi buffi, assurdi, e di una trama noir ai limiti della realtà. Forse, in quel momento, pensa di poter trasformare l’acqua in vino e moltiplicare i pani e i pesci, ma provate a biasimare uno che arriva da un filotto con la sua casa di produzione, la Lucasfilm appunto: Star Wars, L’impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi. Roba non da tutti! Mette Willard Huyck a dirigerlo e Gloria Katz a seguire la produzione, con i quali ha già scritto American Graffiti e Indiana Jones e il tempio maledetto. I due sono anche stati i suoi compagni alla scuola di cinema alla University of Southern California; partner nella vita, si occupano pure della sceneggiatura. La distribuzione viene affidata alla Universal, che assapora subito soldi facili e sold out ovunque: Marvin Antonowsky (marketing executive Universal) sostiene che Sidney Sheinberg (entertainment executive Unversal) ai tempi fa molte pressioni per il film, mentre al contrario, lo stesso Sidney dice di non aver mai letto il copione. Quando la nave affonda, tutti scappano e la colpa non è mai di nessuno.

In origine deve essere un film di animazione, ma la casa di distribuzione vuole a tutti i costi un lungometraggio non animato per l’estate che arrivi a più persone possibili. È l’inizio della fine: si decide così di utilizzare la tecnica dell’animatronic a cura della Lucasfilm, con gli effetti speciali della ILM: tecnicamente tutto molto costoso e con resa discutibile, per essere gentili. Rendere in un papero di 90 cm in carne e ossa si profila un’impresa persa in partenza. Peraltro, il Duckworld da cui arriva ha tutto quello hanno gli uomini sulla terra: la birra Birdweiser (la Budweiser, prima del flop, sceglie Howard come testimonial, ma visti i risultati salta tutto), le riviste Rolling Duck e Play Duck, la locandina di Indiana Jones (Breeders invece di Raiders) e addirittura papere con le tette. Portate via i bambini, perché salterebbero un po’ di secoli di studi ornitologici, ma non vogliamo questionare. E poi, non sono mica questi i veri problemi. Perfino il carattere del personaggio viene un po’ irrigidito, ma nel frattempo i trailer che girano non fanno vedere il papero, inquadrano solo alcune parti del corpo: forse si vergognano persino gli artefici, ma è troppo tardi.

Il cast e i personaggi

Nella parte di Beverly c’è Lea Thompson, la mamma di Marty McFly in Ritorno al Futuro. Vuole essere una via di mezzo tra Cindy Lauper e Madonna, compra dei vestiti usati per il casting e in effetti le riesce benissimo. Canta, balla e suona “malgrado la chitarra molto pesante che le sbatte sulle gambe” insieme alle sue rocker cotonate, le Cherry Bomb, allontanando l’ombra di una certa Tori Amos. Thomas Dolby, Allee Willis (autrice della sigla di Friends) e George Clinton compongono la canzone finale del film dall’omonimo titolo Howard The Duck. Sì, avete letto bene, c’è pure George Clinton, deus ex machina dei Funkadelic e dei Parliament, le due band funk rock più influenti di sempre. Sulla scena finale della pellicola, proprio sulla chiusura, c’è Howard che imita in tutto e per tutto Marty McFly in Ritorno al Futuro, senza però suonare Johnny B. Goode.

Tra gli altri ruoli: il dottore impersonato da Jeffrey Jones (già in Amadeus di Miloš Forman) che, a un certo punto, diventa l’oscuro signore dell’universo capace – con il suo aspetto e la voce modificata al computer dal sound designer Ben Burtt – di traumatizzare più o meno tutti i nati tra il 1980 e il 1989 che negli anni hanno visto il film. Sottoscritto compreso. Il suo assistente sfigato di laboratorio è il giovane Tim Robbins, che più avanti ammetterà: “Avrebbe potuto essere sicuramente un film migliore. Ci siamo resi conto che all’epoca fosse – almeno io l’ho fatto dal primo giorno – un’anatra inadatta. Abbiamo sbagliato anatra. E non intendo le persone che erano dentro l’abito, intendo il design e il concetto di chi fosse il personaggio. No, non ci siamo dimenticati del protagonista Howard: viene scelto Ed Gale, un habitué nei ruoli di ridotte dimensioni in costume: è stato lui ad impersonare Chucky la bambola assassina. Ma non basta, servono altri interpreti, tra cui Jordan Prenticeche ricordiamo come mimo nel video della Blooudhound Gang The Bad Touch.

Realizzare l’impossibile

I ritmi della riprese sono assurdi, vengono addirittura impegnate tre troupe contemporaneamente. I costi lievitano e raggiungono quelli di un colossal. Se Ritorno al Futuro richiede 19milioni di dollari, qui si arriva facile a 37. Alcuni costumi da papero non hanno le proporzioni adatte e limitano la mobilità, ma è solo uno degli infiniti problemi: per esempio, la visibilità è ridotta ai minimi storici con la luce filtra solo dalla bocca ed è come recitare a occhi chiusi; la voce di Ed Gale non si sente e quindi è necessario piazzare un altoparlante e qualcuno che reciti la parte per rendere il tutto più facile agli attori nei botta e risposta. A fine riprese il protagonista è doppiato da Chip Zien, ma vengono presi in considerazione dei nomi noti: John CusackRobin Williams e Martin Short. Aggiungiamoci i quattro o cinque tecnici che comandano becco, occhi e palpebre a complicare la situazione. Si narra anche di giorni interi per la scena in cui Howard, eccitato, tira su una cresta di penne. Durata finale della scena: cinque secondi netti.

Gli effetti in stop motion sono affidati a Phil Tippett, che parte con modellini di creta per poi arrivare a livelli più sofisticati. Lui non è uno qualunque, sia chiaro: Special Achievement Award per gli effetti visivi nel 1984 per Il ritorno dello Jedi e premio Oscar ai Migliori effetti speciali nel 1994 per Jurassic Park. La velocità nella realizzazione lascia anche qualche buco nella trama: manca la motivazione specifica per cui il raggio prende solo Howard e lo porta sulla Terra, e la percezione varia e casuale che gli umani hanno di lui. Per non parlare degli effetti speciali, che oltre al look del papero, non rendono giustizia, anche se ne abbiamo visti di peggiori.

L’accoglienza imbarazzante e la (ri)scoperta

Trentasette milioni di dollari spesi per 38 milioni di dollari incassati. Un flop c-l-a-m-o-r-o-s-o, che non viene risparmiato: nominato a sette Razzie Awards, ne porta a casa quattro: Peggior film, Peggior esordiente, Peggiori effetti visivi, Peggior sceneggiatura. E il flop diventa g-e-n-e-r-a-z-i-o-n-a-l-e. Su Rotten Tomatoes non sono più magnanimi: la valutazione è 15%, tanto per capirci. Doveva piacere ai piccoli e ai grandi, ma alla fine non piace a nessunoIl regista Willard Huyck, che qualche colpa sicuramente ce l’ha in tutto questo disastro, non dirigerà più alcun film e si limiterà a fare lo sceneggiatore. George Lucas, che sperava di incassare molti quattrini per coprire le spese dello Skywalker Ranch da 50 milioni di dollari e quelle di separazione dalla moglie, non ha alternative: deve vendere la nuovissima divisione di animazione computerizzata della Lucasfilm per 10 milioni di dollari. La acquista un signore che conosciamo bene: Steve Jobs, e la chiama Pixar. Il resto è storia, così pure i 7,4 miliardi di dollari per cui viene acquistata dalla Disney nel 2006. Durante il Tribeca Festival nel 2015, George Lucas dichiara che la Marvel sta pensando a un remake di Howard in un remake, ammettendo alcuni errori: “Non puoi mettere un nano in un costume da papero e sperare che funzioni. Ho la sensazione che la Marvel rifarà il film, ma con la tecnologia che abbiamo oggi. L’arte contemporanea è tutta basata sulla tecnologia. Al tempo ci dissero che non poteva essere fatto, e avevano ragione!”. Ne Guardiani della Galassia (2014) ricompare addirittura Howard per un cameo, ma è molto più simile a quello del fumetto che nel 2013 viene riportato in vita da Chip Zdarsky e Joe Quinones.

Eppure, alla fine di tutto, è difficile che il burbero papero esistenzialista non piaccia. Ed è impossibile non ricordarlo con un sorriso mentre fa una mossa di quack-fu e guarda anitre seminude sul giornale. Perché Howard è molto di più di un costume da pennuto scomodissimo e poco realista. Non vi capiterà facilmente un altro personaggio vestito da uccello citare il poeta John Donne con la frase: “Nessun papero è un’isola”, riprendendo l’originale “Nessun uomo è un’isola”, che vuol dire che non siamo soli, siamo parte di un sistema più grande. In tempi di isolamento, ghettizzazione, e sì, pure razzismo verso chi è diverso o non uguale alla maggior parte, tornano a essere parole illuminanti. Questo è il classico caso di qualcosa di raffazzonato, non a fuoco e con mille problemi in corso d’opera che fa il giro e diventa cult. Howard, siamo tutti con te.

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