Tutti i principali artefici della vittoria di Trump nel 2016 sono accusati di reati

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(foto: Saul Loeb/Afp/Getty Images)

L‘arresto di Steve Bannon, stratega della comunicazione della campagna elettorale di Donald Trump nel 2016, si aggiunge a quello di altri nomi eccellenti legati al presidente degli Stati Uniti che hanno contribuito alla sua elezione quattro anni fa. Il primo è stato Corey Lewandowski, all’epoca manager della campagna elettorale, accusato di aver avuto un comportamento violento verso una reporter, Michelle Fields del sito di estrema destra Breitbart, durante un comizio di Trump in Florida. L’ex tycoon aveva smentito, e lo stesso avevano fatto i media a lui vicini (compreso lo stesso Breitbart). Nonostante ci sia stato un video a dimostrazione della fondatezza dell’incidente, Fields ha ritirato la denuncia e la questione si è chiusa in pochi mesi. Una vicenda di poco conto, come scrive il Washington Post, soprattutto se paragonata a quelle che hanno coinvolto Paul Manafort, altra persona chiave del team di Trump, e lo stesso Steve Bannon. Il primo è stato condannato a 7 anni di carcere per reati fiscali, mentre sul secondo pende l’accusa di frode e riciclaggio per la raccolta fondi We Build the Wall, creata per la costruzione in proprio del muro a confine tra Stati Uniti e Messico. I soldi delle donazioni sarebbero stati impiegati per finanziare gli interessi privati dell’ex stratega e dei suoi soci.

Tra Russiagate e reati fiscali

Prima del teorico del sovranismo internazionale, in poco più di un paio di anni, sono molti i nomi dello staff elettorale di Trump a essere stati coinvolti a vario titolo in vicende giudiziarie. Alcuni sono legati a Manafort, che nel marzo del 2019 è stato condannato a più di 7 anni di prigione dopo essersi dichiarato colpevole per reati che vanno dalla frode bancaria fino alla cospirazione contro lo stato. L’ultimo report prodotto dalla Commissione intelligence del Senato americano ha dimostrato che Manafort gestiva colloqui e contatti con personalità influenti del Cremlino, come l’agente dell’intelligence russo Konstantin Kilimnik.

Ma ci sono stati anche Rick Gates, vicepresidente della campagna e braccio destro di Manafort per anni, incriminato sempre per reati finanziari e di cospirazione contro il governoRoger Stone, consigliere e amico personale di lungo corso del presidente Trump, condannato per aver influenzato le dichiarazioni di alcuni testimoni e aver mentito agli investigatori ancora nell’ambito dell’inchiesta Russiagate (una pena scontata per intervento della Casa Bianca, che gli ha concesso la grazia). L’ultimo è stato l’avvocato Michael Cohen, in prigione per evasione fiscale e frode: si è dichiarato colpevole di aver impiegato i finanziamenti ricevuti per la campagna elettorale di Trump per nascondere le relazioni extraconiugali dell’ex tycoon con l’attrice porno Stormy Daniels e l’ex modella di Playboy Karen McDougal. Ha mentito, inoltre, agli investigatori riguardo ai propri legami con la Russia.

A questi nomi se ne aggiungono altri, con un legame meno stretto col presidente Trump. Alex van der Zwaan, socio di Manafort e Gates, in carcere sempre per reati fiscali; George Papadopoulos, consigliere della campagna di Trump, accusato di falsa testimonianza sempre nell’ambito del Russiagate; due dipendenti dell’avvocato personale di Trump ed ex sindaco di New York, Rudy Giuliani, incriminati a ottobre per violazioni del finanziamento della campagna elettorale. Lo stesso Giuliani è inoltre coinvolto in un’indagine federale, ancora in corso, sulla controversia Trump-Ucraina.

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