C’è un legame tra terremoti nell’Appennino ed emissioni di anidride carbonica

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(Foto: Lorenzo Di Cola/NurPhoto)

I terremoti che fanno tremare l’Appennino sono correlati temporalmente all’emissione di anidride carbonica di origine profonda. A suggerirlo è un nuovo studio dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e dell’Università di Perugia, secondo cui l’anidride carbonica disciolta nelle acque delle falde appenniniche raggiunge la sua massima concentrazione quando l’attività sismica è più intensa, per poi diminuire al calare delle sequenze sismiche. Lo studio, pubblicato sulla rivista Science Advances, può quindi fornire informazioni preziose per migliorare la nostra comprensione sui terremoti e sulla loro origine.

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(Grafico: Ingv)

Per osservare la correlazione tra l’emissione di anidride carbonica di origine profonda e l’aumento della sismicità, i ricercatori hanno svolto campionamenti di sorgenti situate nelle vicinanze degli epicentri dei terremoti avvenuti tra il 2009 e il 2018 (tra cui quindi anche quelli dell’Aquila, Amatrice e Norcia). “Per la prima volta è stata condotta un’analisi dei dati geochimici e geofisici raccolti dal 2009 al 2018”, spiega Giovanni Chiodini, ricercatore dell’Ingv e coordinatore dello studio. “Gli esiti di questa ricerca hanno evidenziato una corrispondenza tra le emissioni di CO2 profonda e la sismicità mostrando come, in periodi di elevata attività sismica, si registrino picchi nel flusso di CO2 profonda che man mano diminuiscono al diminuire dell’energia sismica e del numero di terremoti”.

Il rilascio dell’anidride carbonica di origine profonda, spiegano i ricercatori, avviene prevalentemente dai vulcani, ma può anche verificarsi in aree sismiche, soprattutto in zone caratterizzate da tettonica estensionale, come appunto l’Appennino. L’evoluzione della sismicità nella zona appenninica, ipotizzano i ricercatori, potrebbe essere quindi modulata dalla risalita di anidride carbonica accumulata in serbatoi crostali e derivata dalla fusione di porzioni di placca che si immergono nel mantello, favorendo così la formazione di serbatoi sovrapressurizzati. “La sismicità nelle catene montuose”, aggiungono Francesca Di Luccio e Guido Ventura, co-autori dello studio, “potrebbe essere correlata alla depressurizzazione di questi serbatoi e al conseguente rilascio di fluidi che, a loro volta, attivano le faglie responsabili dei terremoti”.

“La stretta relazione tra il rilascio di CO2 e l’entità dei terremoti, unitamente ai risultati di precedenti indagini sismologiche, indica che i terremoti dell’Appennino registrati nel decennio analizzato sono associati alla risalita di CO2 profonda”, spiega Carlo Cardellini, ricercatore del dipartimento di fisica e geologia dell’Università di Perugia. Sebbene le relazioni temporali tra il verificarsi di un evento sismico e il rilascio di anidride carbonica siano ancora da studiare, i risultati dello studio evidenziano come i fluidi derivati dalla fusione di placca nel mantello svolgono un ruolo importante nella genesi dei terremoti. Ora, si proseguirà con ricerche mirate al monitoraggio continuo delle emissioni di anidride carbonica sull’Appenino, per riuscire a far luce sulla relazione tra aumento di sismicità e livelli di CO2.

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