A 70 anni dalla morte cosa ci racconta ancora Pavese? 

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Cesare Pavese

Il 27 agosto 1950, 70 anni fa, presso l’Albergo Roma di Piazza Carlo Felice a Torino, si tolse la vita una delle figure più enigmatiche della letteratura italiana del Novecento: Cesare Pavese. Narratore, poeta, intellettuale, traduttore dei grandi classici della letteratura americana – un’America tutta sognata dai libri e terribile nella sua realtà (proprio come oggi) – tra i quali la celebre e un po’ “libera” traduzione di Moby Dick

La sua vita fu funestata dal rimorso di non aver partecipato attivamente alla Resistenza e dall’impossibilità – o meglio dall’ossessione di quest’ultima – di amare compiutamente, come nel caso dell’amore non corrisposto con Fernanda Pivano. Ma i suoi libri, con le sue scale di passioni dal basso viscerale ai motivi più alti, e dotati di forte ritualità archetipica, cosa significano per noi oggi, inquieti forse per ben altri motivi e in cerca di una nuova comunità dopo le divisioni causate dalla pandemia? 

Einaudi, che fu l’editore grazie al quale divenne celebre e con il quale condivise onori e fallimenti assieme all’amico Italo Calvino e ai suoi fondatori decimati dalla repressione e dalla guerra, ha riportato quest’anno alcune delle opere di Pavese in libreria, con una nuova veste grafica illustrata da Manuele Fior e le prefazioni di alcuni suoi autori contemporanei – tra i quali Starnone, Lagioia, Wu Ming e Scarpa. 

La stessa malinconia struggente che si può trovare nelle belle tavole di Fior calza a pennello nelle trame pavesiane, spesso molto essenziali e “svelte”, ma non per questo monotone e sciatte. Ed è la tonalità – misto di tono e colore – della voce di Pavese quella che ci pare la sua più grande qualità, più di personaggi, trame e ambienti. Quella voce che studiò modulando dal dialetto e allo stesso tempo facendosi influenzare dalle proprie traduzioni americane. 

Dialoghi con Leucò

Uno dei suoi libri più importanti e originali, da quale partire però proprio per capire il lavoro sulla lingua, è forse Dialoghi con Leucò, che all’apparenza pare il meno “pavesiano”. Le novità sono molteplici, in primis quello della strutturazione dei racconti per dialoghi. Il dialogo del progetto di libro avviene tra personaggi della mitologia, divini o mortali, come Edipo e Tiresia, Eros e Tànatos – indicativo della forte influenza psicanalítica ma anche modernista (si pensi a D. H. Lawrence) – Mnemòsine e Esiodo, tra gli altri. Il mito è qui non un retaggio di arretratezza, quanto una garanzia di universalità tutt’altro che conservatrice. 

E sono dialoghi che affrontano le tematiche di amore, morte, oblio e memoria tanto presenti nei romanzi di Pavese, con grande ieraticità ma anche sapendo umanizzare, in una comunione di divinità e mortalità che si ritrova anche in tanti personaggi “prosaici” di Pavese. 

Si scorge il tentativo di un superamento del realismo che lo aveva contraddistinto in altre sue opere, sempre nella costante caducità di fondo dei suoi personaggi. “L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia”, si legge. Come se il lavoro sulla memoria e sul ricordo fosse nell’autore il tentativo di cristallizzare una sorta di felicità perduta. 

La luna e i falò

Ma di una perfezione tutta strutturale e di lingua vive anche però il “classico” di Pavese, forse il suo romanzo dei romanzi: La luna e i falò, che racconta il ritorno di un italiano, Anguilla, dopo la Liberazione, presso i suoi luoghi di un’infanzia e adolescenza piemontese nelle Langhe, territorio fortemente simbolico che costantemente riemerge nella narrazione. Sono luoghi, nella miseria come nella prosperità, segnati da una melanconia lunare così come dai falò ancora fumanti nella notte, cicatrici di crimini e sacrifici rituali recenti riproposti nella modernità – che pericolosamente si chiama anche fascismo

Anguilla, che si confronta con l’amico Nuto (al contrario dell’amico rimasto nelle terre battute dal fascismo e quasi voce della radice intima del luogo) e con vecchi e nuovi personaggi della propria comunità, vivrà la solitudine dell’uomo sradicato che ha viaggiato (troppo) per molti anni nell’America – un’America liberale e arretrata assieme, vitale e terribile come quella di oggi, specie in una celebre notte a Yuma raccontata con maestria – in un continuo andirivieni spazio-temporale della narrazione, tra il ricordo del passato italiano, l’intermezzo di un passato americano e il presente da dis-esiliato, “macchiato” dagli effetti del fascismo. 

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti…”, è la famosa citazione dal romanzo.  Racconta in fondo il dilemma tutto arcaio di essere italiani, ma anche potremmo dire quello di chi ritorna in patria da migrante, fenomeno antropologicamente ben studiato. In una nazione da sempre divisa dalle guerre interne, arretrata e magica da un lato e di un potere opprimente urbano dall’altro: lo stesso potere che colpisce le tre donne “mitiche” ed altamente sensuali del libro: Irene, Silvia, e con il rischio di far spoiler, la povera Santina.

Tra donne sole

E qui possiamo proseguire, quasi fosse uno spin-off, con Tra donne sole, che racconta altrettanto bene della tragicità di due figure di donna oppresse dalla società in cui vivono, una delle tematiche di Pavese, sebbene qui messa in primo piano. Romanzo minore e si direbbe così femminile, viene come detto riportato ben in vista nello scaffale quest’anno, forse proprio per la sua tematica, sebbene forse un po’ datata. 

Attraverso l’esperienza di alcune donne del Dopoguerra, Pavese racconta la rinascita nervosa dalle macerie delle guerra. Clelia, riscattata da un’infanzia di povertà, torna nella sua Torino da Roma e non è subito colpita positivamente dalla sua città battuta e neghittosa, piena di fango e di frivola borghesia. “L’aria cruda di mordeva le gambe e, stanca com’ero, indugiavo davanti alle vetrine, lasciavo che la gente mi urtasse, e mi guardavo intorno stringendomi nella pelliccia”, si legge dalle prime pagine. 

Lei ha il compito di aprire un atelier di moda, ma allo stesso tempo cerca di recuperare una sintonia quasi impossibile con una città come Torino, altra protagonista potremmo dire femminile del romanzo. Attorno a Clelia danzano tra pettegolezzi e serate frivole dell’alta società alcune donne non sempre positive, fino a che il lettore capisce che l’unica possibile empatia per Clelia è quella con Rosetta, che tenta il suicidio per amore due volte, la seconda portando a compimento il suo destino. Il contrasto tra la città (Torino, a volte Genova) e quello che altrove è rappresentato dall’ambiente collinare è spesso presente in Pavese.

La casa in collina

Del rapporto tra città e ambiente collinare parla anche La casa in collina. In parte specchio autobiografico, veniamo accompagnata nell’esperienza di Corrado, un professore torinese che si rifugia in collina per sfuggire ai bombardamenti. Quel senso di colpa che lo stesso Pavese sentiva per una partecipazione “ritirata” alla Resistenza, così si vive nell’apatia dolente di Corrado – “quella guerra in cui vivevo rifugiato, convinto di averla accettata, di essermene fatta una pace scontrosa, inferociva, mordeva piú a fondo, giungeva ai nervi e nel cervello”, si confessa – mentre si affeziona alla comunità di un’osteria, dove ritrova anche un pezzetto sensuale del proprio passato, la donna Cate.

Le cose però precipitano e come l’idillio si spezza: l’armistizio dell’8 settembre crea scompiglio e arrivano i tedeschi a rastrellare quei luoghi di rifugio. Corrado fugge in un presente terribile fino a rifugiarsi, a differenza di altri, ancora, nella più cocente pusillanimità. 

Con questo romanzo, Pavese ancora una volta, potremmo dire, prende la temperatura del disagio esistenziale creato dalla guerra civile in Italia, una guerra in cui i morti sono comunque morti, al di là della casacca: “Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”

Il mestiere di vivere

Da recuperare, infine, nell’operazione Einaudi sicuramente uno dei Pavese più interessante e chissà meno letto, quello delle Poesie, che  raccoglie con una bella prefazione di Tiziano Scarpa. E non possiamo trascurare un altro dei suoi classici, dove troviamo immortalato da Fior proprio Pavese:  Il mestiere di vivere, testimonianza autobiografica sotto forma di diario del confino in Calabria che l’autore subì accusato di antifascismo.

Una vera e propria tachicardia quotidiana della propria solitudine e delle proprie ossessioni (ed anche di una certa misoginia che forse gli perdoniamo), un Pavese senza maschere – che alza al cielo il suo grido a volte un po’ spot tipo il celebre “ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente”, che è bene tener presente quando si leggono i suoi romanzi forse oggi un po’ datati.

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