Quanto è mutato il coronavirus? E cosa cambia per la malattia?

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coronavirus
(immagine: Fusion Medical Animation / Unsplash)

Periodicamente si torna a discutere di quanto il coronavirus sia cambiato, in gergo mutato. Lo si fa – più o meno a proposito – sia in ambito clinico, ovvero riferendosi alle caratteristiche della popolazione colpita dalle infezioni, sia in ambito biologico, guardando più da vicino a quelle proprie del virus, cercando di capire come queste si traducano a livello di contagiosità e severità delle infezioni. Con la tentazione, non rara, di tradurre le scoperte sull’evoluzione del virus nella narrazione di un virus più o meno nuovo, più o meno vivo, più o meno forte, più o meno buono. E come sempre le cose sono ben più complicate. Nei giorni scorsi per esempio ha fatto notizia uno studio secondo cui il virusperde dei pezzi”: una mutazione in una delle sue proteine (per delezione, ecco perché si è parlato di pezzi persi) che potrebbe rendere il virus meno patogenico.

Coronavirus: muta senza cambiare la malattia

Ma di mutazioni del coronavirus, come dicevamo, si parla da tempo. E sebbene ci siano evidenze che sì il virus muti (come atteso), a oggi non ci sono evidenze di mutazioni sostanziali, ovvero che abbiano avuto un impatto sull’evoluzione clinica della mattia. Solo all’inizio del mese, mettendo insieme le evidenze sull’evoluzione del virus, l’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc) affermava come non ci siano prove che “Nessuna mutazione che si è accumulata dall’introduzione di Sars-CoV-2 nella popolazione umana ha alcun effetto sulle caratteristiche della malattia inclusa la gravità”. Che non significa che non sia mutato, affatto. “Ogni volta che cerco qualcosa, una mutazione, la troverò”, riassume a Wired Enrico Bucci, professore aggiunto alla Temple University: “Ma a oggi, per quel che ne sappiamo, il virus è stabile dal punto di vista clinico, ovvero non ci sono differenze tra i virus mutati e non in riferimento agli effetti che produce sulle persone che infetta”.

Se è stabile dal punto di vista clinico, non lo è da quello genetico. Come lecito attendersi quando si parla di virus a rna, che accumulano mutazioni con rapidità man mano che circolano, aggiunge a Wired il direttore dell’Istituto di genetica molecolare Luigi Luca Cavalli Sforza del Cnr Giovanni Maga. “Ogni volta che si confrontano le sequenze genetiche dei virus isolati si trovano delle differenze e il virus continua e continuerà a mutare. Ma se oggi andiamo a vedere l’impatto che queste differenze, questi virus mutati, hanno sulla malattia in sostanza il virus è lo stesso: il potenziale patogenetico nel complesso non è cambiato”.

Non tutte le mutazioni hanno uguale peso

Il riferimento non è tanto a mutazioni come quella evidenziata dal gruppo di Massimo Ciccozzi, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, secondo cui il virus perde pezzi e potenzialmente patogenicità. Non perché non siano interessanti, ma perché riguardano a oggi una piccolissima percentuale degli isolati, neanche presente in tutti i paesi, rimarca Maga.

Le mutazioni più interessanti sono quelle che si affermano nella popolazione, riprende Bucci. E volendo parlare di quelle rinvenute negli ultimi mesi con una certa frequenza sono poche quelle degne di nota, spiega: “Le mutazioni rinvenute con una frequenza superiore al 10% sugli isolati sono 11, di cui tre silenti, ovvero che non producono cambiamenti nelle proteine corrispondenti, e 8 che invece influenzano le proteine corrispondenti e tra queste quelle maggiormente prevalenti sono quattro”. Alcune sono abbastanza note, come la D614G nella proteina spike, che si accompagna spesso a un’altra mutazione la P323L, che cade all’interno dell’enzima rnar polimerasi, continua Bucci: “Queste mutazioni si ritrovano in oltre il 70% degli isolati da maggio in poi, ma negli ultimi tempi sono anche cresciute in frequenza le mutazioni che riguardano il gene ORF3A e due a carico della proteina N. Ma solo per alcune di queste possiamo ipotizzare perché è aumentata la loro frequenza”.

Per esempio, per la D614G, di cui si parla già da un po’ potrebbe essere associata a una maggiore infettività, e trasmissibilità del virus come riassumono anche dall’Ecdc. Forse anche in virtù della sua capacità di stabilizzare il virus: “Almeno in laboratorio questa mutazione facilita l’aggressione delle cellule da parte del virus pur senza avere risvolti significativi sulla malattia – aggiunge Bucci – e si accompagna alla mutazione nell’rna polimerasi che rende più facile l’accumularsi di errori nel genoma del virus, e che forse proprio per questo si è diffusa. Per le altre mutazioni che si stanno osservando con frequenze maggiori non sappiamo cosa ne abbia favorito la diffusione”. Sappiamo invece che le condizioni ambientali possono avere un ruolo fondamentale, riprende lo scienziato: “Per esempio, in uno spazio confinato quale può essere la comunità di pazienti di un ospedale, i ceppi di virus che riescono a raggiungere più pazienti – ma anche il ceppo che riesce a predominare all’interno del singolo paziente – sono quelli che riescono a vincere, a propagarsi, ma basta cambiare le condizioni per cambiare la gara evolutiva tra virus”.

Possibile un adattamento con l’ospite?

Se da una parte è impossibile fare previsioni, quel che è certo è che il virus continuerà a mutare. Per sua natura lo farà. “Di per sé il fatto che il virus evolvendo accumuli mutazioni non è negativo – conclude Maga – anche piccoli episodi di mutazioni cosiddette ‘benigne’ possono far pensare a uno scenario di adattamento con l’ospite, secondo cui sul lungo termine vengono favoriti i virus che creano un equilibrio ideale con l’ospite. Casi in cui il virus si diffonde ma senza causare sintomi gravi, così che le persone continuano a diffonderlo senza accorgersene, ma oggi non è così perché sappiamo che il virus può causare dei sintomi anche gravi”. L’idea di un adattamento con l’ospite però per Bucci rimane un’ipotesi ben più remota al momento, e per diversi motivi: “Il virus ha ancora davanti a sé un’enorme bacino di potenziali infetti su oltre sette miliardi di persone avendone colpite poche, non ha di fatto un limite, e anche se le persone dovessero morire in seguito all’infezione, dal momento che la propagazione del virus è presintomatica la morte stessa non costituirebbe una barriera alla sua diffusione.

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