Le manifestazioni dei “negazionisti del Covid” sono attentati alla salute pubblica

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(foto: Michael Kappeler/dpa)

Il 2 giugno scorso i gilet arancioni del generale Pappalardo e il cosiddetto centrodestra di Salvini ci hanno colto un po’ alla sprovvista: stava per riprendere la circolazione internazionale e interregionale, eravamo ancora storditi dal lockdown – del tutto allentato solo da un paio di settimane – e quelle manifestazioni già senza mascherina ci erano apparse forse più pittoresche che pericolose. Speravamo fossero solo un rigurgito di chi non sapeva più a cosa attaccarsi per non essere risucchiato nel vuoto di una situazione molto seria da dover valorizzare – guarda un po’ – la competenza. E magari ci illudevamo che tutto stesse per finire. Ma non era e non è così.

Nel corso dell’estate, invece, il solito impasto di negazionismo (anche se alcuni pensano che non dovremmo scomodare un termine così pesante), dietrologismi ed estremismi è lievitato in un mostriciattolo populista che da Londra a Berlino chiamano NoMask, un prodotto di ignoranza cavalcata dall’opportunismo più spregevole (e probabilmente della fortuna di non aver visto la Covid-19 da vicino). Sabato 5 settembre, sotto la sempre solerte regia di Forza Nuova e amici neonazi assortiti, questo corpaccione che non sopporta il distanziamento e le mascherine (ma dove in realtà ognuno cerca il suo spazio di potere: il solito Diego Fusaro, i NoVax, i no-5G, tutti i no possibili, forconi e QAnon, ultrà, comitati di ogni genere) tornerà in piazza a Roma.

Eppure stavolta non abbiamo giustificazioni. Stavolta sappiamo di avere di fronte un autunno e un inverno da cui dipenderà il futuro prossimo. Stavolta le scuole sono aperte (sì, hanno riaperto oggi per i recuperi e ripartiranno con le lezioni dal 14 settembre), le attività provano a riprendersi, dopo il lungo trauma primaverile ed estivo c’è da tenere in piedi con responsabilità e disciplina un paese colpito nel bilancio, nel sistema sanitario, nello spirito. Il ministero dell’Interno e le sue emanazioni sul territorio che, a quanto pare, consentiranno una manifestazione del genere non hanno giustificazioni. Così come non ne ha chiunque non condanni senza mezzi termini, dopo 36mila morti sulle spalle, un’iniziativa che nasce con l’intento programmatico e deliberato di violare ogni norma e ogni regola di salute pubblica.

In fondo il punto è questo: dove termina la libertà di queste sigle, di queste persone – che poi frequenteranno centinaia, migliaia di altre persone – profili anche di rilievo pubblico fra cui non manca un arcivescovo, Carlo Maria Viganò, una deputata (Sara Cunial, ex M5s) e il solito Vittorio Sgarbi? Dovrebbe finire dove inizia quella alla salute degli altri, ed è innegabile che un evento simile non la tutelerà né nella concretezza fisica del raduno né nel messaggio penoso che trasmetterà al paese. Proprio mentre l’Italia deve decidere cosa fare di questo autunno: sprecarlo come l’estate del Billionaire oppure provare a viverlo con rispetto.

Siamo incastrati in un dibattito a tratti surreale fra capienze dei mezzi pubblici e tamponi che ancora mancano; contiamo decine di categorie in ginocchio a prendere le misure col metro e studiare il modo per cavarsela; di nuovo milioni di bambini e ragazzi rischiano un altro anno scolastico da incubo, e ancora non abbiamo sotterrato la paura con cui pretendiamo di negare l’inevitabile che la scienza ci documenta ogni giorno. Tollerare, e non condannare, un raduno come quello in programma sabato 5 settembre non è solo uno schiaffo agli italiani perbene, agli operatori sanitari e a chi è mancato, ma è anche un’assurda ferita alla credibilità del paese. Il premier Giuseppe Conte è stato molto tiepido, tre mesi fa, rispetto a quelle manifestazioni finite in un pasticcio di violazioni e menefreghismo. Oggi dovrebbe pronunciare parole diverse. Perché dovremmo salvarci tutti insieme: ma se c’è qualcuno che non intende collaborare, violando in modo spudorato le misure di sicurezza, allora nei suoi confronti andrebbe applicato lo stesso rigore già usato per correre dietro ai bagnanti solitari o ai corridori della domenica.

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