L’Italia è davvero pronta a una scomparsa di Silvio Berlusconi?

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(foto: Andrea Pirri/NurPhoto via Getty Images)

Oggi fa strano a pensarci, ma per lungo tempo la scomparsa di Silvio Berlusconi è stata un argomento politico quasi quotidiano. Se gli avversari in Parlamento e nella società hanno dipinto per anni il ritiro dalla scena politica del Cavaliere come unica soluzione del suo conflitto d’interessi, c’è stato anche chi – fuori da ogni logica di umana pietà, diremmo oggi – per anni ha apertamente utilizzato la sua morte come rimedio all’anomalia democratica che rappresentava. Negli anni dell’antiberlusconismo più acceso, quelli del Popolo Viola, su Facebook si moltiplicavano gli eventi e i post di spirito che inneggiavano alla dipartita del Caimano: nel 2009, quando Massimo Tartaglia lo colpì al volto con la famigerata statuetta del Duomo di Milano, il suo governo pensava già a “oscurare i social network che inneggiano alla violenza” (suona familiare?).

E di morte di Berlusconi ha parlato persino l’arte. Era il 2012 quando l’opera in silicone Il sogno degli italiani dei due artisti Antonio Garullo e Mario Ottocento rappresentava una salma del premier sotto teca in doppiopetto d’ordinanza ma scarpe di Topolino: venne esposta a palazzo Ferrajoli in piazza Colonna, proprio di fronte a palazzo Chigi. Senza parlare degli intellettuali: ancora oggi Raffaele Simone, celebre linguista, davanti alla positività di Berlusconi al coronavirus si chiede se “non sia la volta buona”. Lo hanno fatto perfino i preti: “Dio che puoi tutto” – tuonava nel 2012 tale don Giorgio De Capitani in un delirio su YouTube – “spediscilo all’inferno”. Per finire, non sono mancati all’appuntamento ovviamente i politici, in particolare le mezze tacche locali: si contano infiniti macabri auspici su questa sorta di sottotema della lotta sociopolitica, specie fra glianni Novanta e fino al tracollo del 2011. Da chi, come l’ex consigliere di un comune del modenese, gli augurava il suicidio fino alla consigliera comunista di Cagliari che ancora nel 2016 ne auspicava una rapida fine, solo per rimanere alle oscenità più recenti.

Per un tempo durato a lungo, la morte di Berlusconi è stata una prospettiva che nonostante la sua inumanità è riuscita a penetrare l’attualità politica di una presenza tanto ingombrante. La già citata aggressione del 2009, le infinite operazioni a cui è stato sottoposto – fra cui quella per un tumore e, più di recente, al cuore – i mancamenti durante i comizi, i più contenuti acciacchi che poi sono i problemi di tutti, i periodici tagliandi estetici, la ricca gamma di ritrovati, elisir e trucchetti sessuali o di lunga vita: forse perché il Cavaliere appariva invincibile – e lavorava a fondo perché questa immagine epica gli fornisse un tornaconto elettorale – ma la schaudenfreude nei suoi confronti ha reso gli italiani apatici di fronte all’idea che si togliesse di mezzo. O meglio ancora, a quella che non sarebbe stata una morte come le altre.

Il libro Berlusconi ti odio, per esempio, raccoglieva già nel 2005 un’ampia selezione di insulti rivolti al fondatore di Forza Italia. Il corpo del capo di Marco Belpoliti ha invece spiegato in modo più solido in che modo la persona-Berlusconi sia trasfigurata fin dalla stagione pre-politica in una sorta di totem che non teme intemperie, sfortune e biologia. Per un periodo perfino il futuro, con Berlusconi, non è esistito: nel senso che non sarebbe stato immaginabile senza di lui. L’allora medico personale Umberto Scapagnini lo certificò senza mezzi termini: “Silvio è tecnicamente quasi immortale”. Un po’ più di un umano, un po’ meno di un supereroe accolto nell’Olimpo dei semidei. A conti fatti, nulla di più se non una sempre efficace riedizione dell’uomo forte che tanto piace agli italiani: un’immagine che a lungo molti elettori hanno accolto, celebrato e desiderato, vivendo Berlusconi come la quintessenza dell’italianità, mentre al di là delle barricate si sbandava verso la fattura e la maledizione.

Se non pochi folli se ne auguravano la morte, anche perché politicamente non riuscivano a batterlo, in molti hanno accarezzato quel particolare moto dell’anima che consiste nel gioire delle disgrazie altrui. Specie se quell’altro non è più un semplice avversario politico ma un nemico, anzi il nemico.

Oggi Silvio Berlusconi ha 84 anni, è ricoverato al San Raffaele di Milano per un inizio di polmonite bilaterale come esito dell’infezione da virus Sars-Cov-2: le numerose attenzioni e le precauzioni assunte nei mesi scorsi non sono bastate a proteggere una persona fragile, per età e trascorsi, da un pericoloso contagio. E forse in questi giorni, in fondo alla tormentata vicenda che ha segnato il suo rapporto col paese, riesce a emergere l’umanità che molti avevano seppellito sotto decenni di flash mob e odio politico. La domanda da porsi, a vedere quel senso di insperata unità nazionale nel fare gli auguri di pronta guarigione a Silvio, diventa nuova: l’Italia è pronta a fare a meno di lui? Non tanto sul piano politico: su quello ne fa a meno da dieci anni. Ma il bagaglio di esperienze, memorie e forse, chissà, nostalgia che rappresenta è ancora qualcosa di cui ci disferemmo con tutta quella leggerezza?

L’impressione è che finalmente gli italiani abbiano fatto i conti con sé stessi, prima che col Cavaliere. D’altronde il dibattito pubblico e gli elettori hanno superato Berlusconi anche oltre ogni arroccamento, e perfino per il Movimento 5 stelle di dieci anni fa l’antiberlusconismo era già un arnese inservibile. Ma il manto nero di lutti che ha avvolto l’Italia e il mondo ha probabilmente accorciato ancora di più le distanze. Chi lo vedeva come un imbattibile guerriero deve arrendersi al tempo che passa; chi lo voleva morto ha messo a fuoco il peccato più lampante del conflitto. Non ha sfidato il capo, ma aspettato e sperato che il suo corpo si sgretolasse.

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