C’è chi ha dubbi sui test rapidi per il coronavirus

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(immagine: Getty Images)

Veloci, convenienti ed economici. Sono una nuova generazione di test rapidi, chiamati test dell’antigene (ovvero che rilevano la proteina virale, appunto, l’antigene) capaci di dare i risultati in pochi minuti ed essere, quindi, potenzialmente utili nella lotta contro il nuovo coronavirus. Come racconta il New York Times, i test dell’antigene hanno ricevuto nelle ultime settimane parecchi consensi da parte della comunità scientifica: per esempio, secondo Michael Mina, scienziato di Harvard, per frenare la diffusione del nuovo coronavirus bisognerebbe promuoverne l’utilizzo di test rapidi, consentendo così a molte più persone rispetto a oggi di isolarsi il prima possibile.

Ma non tutti sono d’accordo: infatti, secondo alcuni esperti sebbene sia un’idea intrigante, questi test dell’antigene non sono in grado di rilevare una bassa carica virale (non sono perciò particolarmente accurati) e non rappresentano affatto la panacea alla pandemia. “Siamo predisposti a pensare fuori dagli schemi e trovare nuovi modi per gestire questa pandemia”, ha spiegato al New York Times Esther Babady, microbiologo del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, sottolineando tuttavia che i test rapidi devono ancora entrare nel mercato e nessuno ha ancora condotto uno studio per dimostrare che le qualità di questi test, come veloci e frequenti siano migliori rispetto a essere sensibili, ma più lenti nel dare i risultati (come per esempio i tamponi).

La maggior parte dei test sul coronavirus eseguiti finora, infatti, si basa su una tecnica di laboratorio chiamata Pcr, considerata il gold standard della diagnostica delle malattie infettive perché in grado di raccogliere anche piccolissime quantità di materiale genetico da patogeni, come appunto il coronavirus. Tuttavia questa tecnica, oltre all’attesa per i risultati, non è né economica né facile da usare, ed è quindi impossibile da utilizzare per un uso frequente e domestico. Viceversa, i test rapidi potrebbero essere ampiamente utilizzati a casa e funzionare in modo molto simile a un test di gravidanza, dando un risultato in pochi minuti. Realizzati con materiali economici, infatti, non richiedono apparecchiature aggiuntive e potrebbero perciò essere strumenti fondamentali per regolare l’ingresso nelle scuole o nei luoghi di lavoro, permettendo alla popolazione di controllarsi più volte alla settimana (anche quotidianamente) direttamente da casa.

Tuttavia, solo quattro test dell’antigene hanno finora ricevuto l’approvazione dalla statunitense Food and Drug Administration, tutti destinati ad essere utilizzati dagli operatori sanitari. Inoltre, i test non sono efficaci nel rilevare piccole quantità del nuovo coronavirus. E anche se alcuni nuovi prodotti raggiungeranno prestazioni migliori in laboratorio, “i tassi di accuratezza quasi certamente diminuiranno se usati a casa”, ha commentato Linoj Samuel, microbiologo dell’Henry Ford Health System nel Michigan. Ciò che conta di più, replica Mina, è identificare persone al culmine dell’infezione che anche i test dell’antigene dovrebbero essere in grado di fare con accuratezza.

Ricordiamo, tuttavia, che la scienza non ha ancora una risposta definitiva a quanta carica virale è necessaria affinché avvenga il contagio. “Non abbiamo alcuna prova che un risultato negativo del test significhi che non si è contagiosi”, commenta Susan Butler-Wu, microbiologa della University of Southern California, sottolineando che alcuni test antigeni ignorano fino al 18% dei casi rivelati dalla Per (il problema opposto, ovvero i falsi positivi, sono più rari, ma si verificano lo stesso). “Gli alti tassi di risultati imprecisi insieme alla confusione sull’enorme quantità di nuovi test per il nuovo coronavirus potrebbero alimentare lo scetticismo del pubblico nei confronti della scienza in un momento particolarmente delicato”, aggiunge Amanda Harrington, direttore del laboratorio di microbiologia clinica presso il Loyola University Medical Center (Illinois). “Un Paese di persone diffidenti nei confronti dei test sarà probabilmente meno propenso a sottoporsi regolarmente, anche se in futuro si potranno effettuare da casa”.

Fino a quando non verranno raccolti più dati per supportare l’uso di test più veloci e frequenti, alcuni scienziati propongono quindi una via di mezzo provvisoria: le scuole, le università e i luoghi di lavoro possono essere buoni candidati per i test dell’antigene, mentre gli ospedali e altre strutture di assistenza medica dovrebbero comunque dare la priorità alla Pcr. “L’idea è quella di utilizzare il test giusto per il paziente giusto al momento giusto”, conclude Babady.

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