Leggete i racconti di Pechino pieghevole e scoprite la Cina contemporanea

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La Cina, lo avevamo detto, si sta rivelando la nuova patria della fantascienza. La prova ne sono grandi autori come Cixin Liu (il suo Il problema dei tre corpi ha stregato Obama e diventerà una serie tv per mano di Daniel Benioff e D. B. Weiss, gli sceneggiatori del Trono di spade), Chen Qiufan (Marea tossica) e Han Song (I mattoni della rinascita).
L’autrice Hao Jingfang, che vive a Pechino e di lavoro è ricercatrice presso la China Development Research Foundation, è uno dei casi letterari che confermano questa tendenza. Il suo racconto, Pechino pieghevole si era aggiudicato il premio Hugo 2016 (nella categoria Racconto lungo in cui aveva concorso anche Stephen King) rendendola la prima autrice cinese a vincerlo. A distanza di quattro anni, anche noi in Italia, grazie ad Add Editore, possiamo leggerlo, insieme ad altri dieci racconti contenuti nell’antologia cui dà il titolo. Racconti, avete capito bene. Negli ultimi anni scifi e fantasy hanno adottato la forma di romanzoni o trilogie con tanto di sequel e prequel, condizionati da un’industria editoriale che tende a trasformare i titoli in brand e a sfruttare un successo fino all’ultima parola. La Jingfang punta su una forma narrativa, almeno da noi, poco praticata, il racconto appunto. E lo fa con storie che, almeno per quanto riguarda il plot, a eccezione di due (L’arpa tra cielo e terra e Al centro della prosperità) che raccontano lo stesso evento ma da prospettive diverse.

Ultimo dato che potrebbe scoraggiare ulteriormente una certa nicchia di pubblico scifi (che già qui in Italia costituisce una nicchia di per se stesso), questi racconti non sono fantascienza pura, ovvero non appartengono al sottogenere della hard science fiction in cui il dato scientifico è fondamentale. Anzi, in alcuni casi, non sono proprio fantascienza – penso a Tra vita e morte che parla di reincarnazione. Potremmo far rientrare Hao Jingfang nel più generico e ampio insieme del fantastico se lei fosse italiana. In realtà, la sua letteratura ha un nome specifico nel suo Paese, ultra- irrealismo (Chaohuan), coniato dall’autore Ning Ken. Si tratta di una sorta di realismo magico al contrario: i racconti più che enfatizzare la realtà la descrivono, cogliendola in quegli aspetti – così frequenti nella megalopoli della Cina contemporanea – in cui appare più esagerata e “fantascientifica”.

I racconti, dicevamo spaziano per temi. In uno si parla di replicanti e di destino, in un altro di un’umanità connessa cerebralmente. Nei due racconti che sono l’uno la prosecuzione dell’altro, il tema dell’invasione aliena è una metafora per descrivere la solitudine degli esseri umani e di come si possa sublimarla attraverso l’arte. C’è poi il racconto – il primo – che dà il titolo alla raccolta e che è valso il premio Hugo all’autrice: Pechino pieghevole. Come il titolo spiega, viene descritta una megalopoli che ruota e si piega per per dare modo a tre fasce di popolazione di vivere nel corso della giornata, prediligendo l’élite che vive in Pechino 1 ed è composta solo da cinque degli ottanta milioni della popolazione urbana complessiva È forse il racconto più fantascientifico e più critico verso la società, in particolare quella delle megalopoli cinesi che porta inevitabilmente a una disumanizzazione dell’individuo.

L’edizione italiana di questa raccolta ha il pregio di essere una traduzione dall’originale cinese. E forse è dovuto anche a questo il fatto che, al di là dei temi che tratta e del genere letterario in cui ricade, lo stile risulti una componente fondamentale nei racconti dell’autrice. La prosa è rapida, veloce, un flusso suggestivo tra la pagina e il lettore. Se la letteratura è una finestra sulla realtà, l’antologia Pechino pieghevole è quella giusta a cui affacciarsi per capire la Cina e le trasformazioni che sta attraversando.

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