Notturno di Gianfranco Rosi è il racconto poetico e vero di un Medio Oriente tormentato

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Il cineasta italiano in attività più titolato e premiato non è Paolo Sorrentino, è Gianfranco Rosi. Nonostante non sia altrettanto noto e nonostante non abbia né gareggiato per un Oscar né di conseguenza ne abbia vinto uno, con quattro film ha portato a casa un Leone d’Oro (Sacro Gra, 2013) e un Orso d’Oro (Fuocoammare, 2016). Il suo quinto è qui alla Mostra del cinema di Venezia, in concorso, e si chiama Notturno. Per ogni film 3 anni circa di ricerca, immersione in totale solitudine e poi il montaggio infinito.

Gianfranco Rosi è un documentarista ed appartiene alla schiera di documentaristi della scuola italiana (tra cui anche Roberto Minervini e Pietro Marcello) che lungo gli anni ‘10 hanno dato un apporto fondamentale a cambiare quello che il documentario è e può fare, contaminandolo con le tecniche di racconto del cinema di finzione. Il risultato sono immagini realmente documentate ma montate, assemblate e usate per raccontare storie rubando le tecniche dalle sceneggiature. È stato un cambiamento epocale che è ancora in corso e ha portato a valanga a serie documentarie come Made in America: O. J. Simpson, Wild Wild Country e The Last Dance. Tutti i documentari che vediamo oggi, così appassionanti, così clamorosi e ben fatti lo sono perché rubano i segreti della narrazione al cinema di finzione. E Rosi è stato così tra gli alfieri di tutto ciò da macinare premi nei luoghi dove è più difficile vincerli.

Stavolta però ha scelto di fare altro. Notturno è un film che racconta le albe di un mondo che vive in una notte perenne, cioè i territori di confine di Kurdistan, Siria, Iraq e Libano. È una fissazione di Rosi quella di andare ad immergersi nelle comunità di confine. Persone che vivono là dove le carte indicano la fine di qualcosa e l’inizio di altro. Erano così gli abitanti di Lampedusa di Fuocoammare (con il loro rapporto incredibile con l’accoglienza dei migranti) e sono così le persone ritratte in Sacro Gra, quelle che vivono nelle zone limitrofe al Grande Raccordo Anulare, il confine urbanistico di Roma. Sono infine così queste figure umane disperate e abituate ad una vita sospesa di Notturno. Posti pazzeschi, situazioni incredibili che invece suonano così ordinarie per chi le abita.

Stavolta però il discorso narrativo è molto ai margini, questa volta Rosi mira a spaesare, perché non ci dà mai modo di comprendere dove siamo, cosa sia il luogo che sta filmando, chi siano quelle persone e che cosa stiano facendo. Non ci sono didascalie, sovrimpressioni o tutte quelle informazioni che aiutano a capire le coordinate delle immagini sullo schermo. L’obiettivo è creare un senso unico di comunità anche se si tratta di paesi diversi. Le persone rappresentate appartengono tutte ad un gruppo unico, quello di chi sta lontano dal fronte ma vive condizionato dalle guerre continue. In lutto o in veglia.

Notturno è senza dubbio un film meno radicale e innovativo dei precedenti ma ha un campionario di immagini e un lavoro sul sonoro di nuovo d’avanguardia, sofisticatissimo, mirato a non far sentire la propria presenza ma capace lo stesso di incidere. Il vero tocco di Rosi lo si vede soprattutto in uno dei momenti finali, forse il più forte del film. È quando riprende un’insegnante che parla con un bambino in una scuola e comprendiamo che questi ha assistito a cose turpi perpetrate dalla milizia di fronte ai suoi occhi. Si tratta di materia complicatissima da gestire e potenzialmente incendiaria: i bambini traumatizzati sono una bomba ruffiana, volendo un espediente di lega bassissima e moralmente discutibile per attirare e commuovere lo spettatore.

Rosi però non rinuncia alla possibilità e con un colpo da biliardo cinematografico sfrutta una tecnica da cinema di finzione per raccontare comunque quella realtà lì. Non sentiamo e non ci facciamo raccontare quelle atrocità dal bambino (come avrebbe fatto un cineasta più spietato), Rosi inquadra invece i disegni che quei bambini hanno fatto e che sono appesi alla parete della scuola. È parte dell’arredo, parte della realtà che vedono tutti i giorni e ci rimanda a cosa hanno visto, senza che lo vediamo o lo sentiamo. Sono disegni stilizzati e colorati di sangue, armi, morti… Con una delicatezza irreale visto il momento e quel che ne esce fuori, Rosi in quel punto riesce nell’impresa di raccontare due cose insieme con un’immagine sola che lavora dentro la nostra testa: gli eventi uniti alle conseguenze psicologiche su chi vi ha assistito.

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