Il caso di Willy e le testate giornalistiche sempre più simili a social network

0
93
Questo post è stato pubblicato qui

L’omicidio di Willy Monteiro Duarte è stata una doppia tragedia. Per quella che è una morte senza senso, espressione di una brutalità e di un gangsterismo camuffato da normalità, che ci racconta ancora una volta la condizione sociale di alcuni territori italiani, come può essere Colleferro. Ma la tragedia sta anche nel modo in cui si è deciso di raccontare la vicenda, espressione più che mai delle grandi difficoltà in cui versa il giornalismo italiano.
Fin dal primo momento l’attenzione dei media si è soffermata su due aspetti. La normalizzazione della vittima, non per la sua innocenza in una vicenda completamente assurda, quanto per la sua condizione di immigrato di seconda generazione “ben integrato”, “pieno di sogni”, “gran lavoratore”. I giornali, a suon di approfondimenti sulla sua vita, hanno sentito il bisogno di spiegarci che l’italo-capoverdiano Willy Monteiro Duarte era un bravo ragazzo, come se la sua origine potesse far presupporre qualcos’altro. Eppure, l’unico motivo per cui ci sarebbe dovuto importare del colore della pelle della vittima, è per capire se dietro all’aggressione possano esserci state motivazioni di tipo razzista.

Oltre a questo comunque, i giornali hanno puntato i riflettori anche e soprattutto sui carnefici, scandagliando ogni dettaglio della loro vita ma sbagliando anche questa volta la chiave di lettura della vicenda. In alcuni casi il fatto che si trattasse di palestrati tatuati esperti in arti marziali ha portato molti editorialisti ad alzare gli scudi contro le palestre, i tatuaggi e le arti marziali stesse, un jingle a cui siamo ormai abituati e che in passato era toccato alla trap, ai videogame e via dicendo. In altri casi, si è voluto dare un lato buono a queste persone, “giovanotti svegli e concreti”, “imprenditori virtuosi”, per qualche motivo diventati d’improvviso assassini, come a stimolarci a fare un qualche ragionamento a cui personalmente non sono ancora arrivato.

Questo tipo di stereotipi, legati alla vittima e ai carnefici, hanno totalmente oscurato i punti più importanti della vicenda: il contesto in cui è avvenuta e la cultura tossica della persona che l’ha caratterizzata. Il deserto socio-culturale di Colleferro è alla base di quella che il presidente di un circolo Arci locale ha definito “un campo di battaglia sociale”, quello stesso campo di battaglia dove tre anni fa è stato ucciso un ragazzo in circostanze simili a quelle di Willy Monteiro Duarte. Ma oltre a questo, gli elementi emersi sugli assassini ci dicono che è ora di iniziare a interrogarsi su una sempre più diffusa costruzione del maschile a base di virilità e prevaricazione che è frutto, anche, della società patriarcale in cui siamo immersi fino al collo. Ancora una volta, il maschio alpha guidato quotidianamente da un impellente bisogno di affermare la sua autorità su chiunque gli capiti sotto tiro non è il frutto di musica, palestre e tatuaggi, ma di un contesto sociale che legittima e finisce per agevolare tutto questo.

Sono aspetti di cui non si è trovata traccia nei media generalisti, troppo impegnati a concentrare il loro sguardo su altro. L’intervista alla fidanzata incinta di uno degli assassini, poi quella all’amico della vittima – che ha peraltro smentito di averla rilasciata -, la ricerca continua del pianto in diretta, i video d’archivio degli incontri di arti marziali con tanto di intervista al maestro della palestra, e così via. Non è mai interessata un’analisi più profonda e articolata della vicenda, si è piuttosto puntato ad alzare ogni volta l’asticella dello scoop, che è però inversamente proporzionale al livello di qualità e necessità del racconto. Si è arrivati al punto che un ragazzo di 20 anni, amico della vittima e presente quella maledetta sera di qualche giorno fa, ha dovuto chiedere pubblicamente al principale giornale d’Italia di rispettare il suo dolore.

Il giornalismo italiano ha smesso di puntare su una narrazione articolata e complessa dei  fenomeni che accadono nel paese, preferendovi quel continuo reality show fatto dalle persone in qualche modo coinvolte – i parenti, gli amici, gli amici degli amici. Una logica che non offre nulla di utile al racconto, ma che piuttosto troppo spesso si rivela sprezzante verso le stesse persone messe sotto i riflettori. Il giornalismo è in crisi e serve fare i clic, vi diranno, ma è proprio questa ossessione per i clic in barba alla profondità di analisi la prima causa della crisi del giornalismo.

The post Il caso di Willy e le testate giornalistiche sempre più simili a social network appeared first on Wired.