Abbiamo letto Domani, il nuovo quotidiano dell’ingegner De Benedetti

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Si dice che la nascita di un nuovo giornale sia sempre una buona notizia per la democrazia. Ciò non è del tutto vero, perché se la pluralità di voci è la vera misura di un dibattito pubblico maturo, meno salutare è la finzione narrativa di accordare a ognuna di quelle voci pari dignità. Del resto, basta fare un giro in edicola per rendersi conto di quanto poco alcune avventure editoriali abbiano a che fare con l’informazione e con il servizio pubblico – che dovrebbe essere la missione ultima del giornalismo – e di quante invece contribuiscano a creare un rumore di fondo diffuso e indistinto, picconando giorno dopo giorno le basi della convivenza civile, i diritti delle minoranze, la rappresentazione dei soggetti fragili. In ultima analisi, la nostra democrazia. 

Per questo la nascita di un nuovo giornale è semplicemente una notizia, che diventa una buona o una cattiva notizia a seconda del ruolo che il giornale intende assumere rispetto ai suoi lettori e alla società in cui è immerso. Ed è una notizia, a maggior ragione, la nascita di Domani, quotidiano edito da Carlo De Benedetti e diretto da Stefano Feltri, sorto dalle ceneri della precedente esperienza dell’imprenditore alla guida di Repubblica, giornale al quale il nuovo arrivato vuole contendere la leadership nel campo dell’informazione di stampo progressista. 

Il primo numero di Domani si presenta estremamente minimal dal punto di vista grafico, un giornale elegante e gradevole che non teme l’horror vacui e che a tratti ricorda L’Unità di Concita De Gregorio. Solo due colori – il rosso e il nero – una foto in apertura, un titolo e l’editoriale. Della prima pagina si apprezza particolarmente la scelta di restare ancorati all’attualità, senza cedere alla tentazione di giocarsi una buona inchiesta fredda o un’intervista d’impatto (esemplare è tal proposito la prima pagina d’esordio di Mario Calabresi alla direzione di Repubblica, nel 2017, con un’intervista al premier spagnolo Mariano Rajoy priva di mordente e vecchia di qualche giorno). 

Promossa, a nostro giudizio, anche la titolazione sobria: “Ripartiamo senza dimenticare. Il virus non ha fermato la scuola”, emblematicamente speculare rispetto alla prima di Repubblica, che invece titola: “Senza banchi e senza prof” . Non esattamente un grido disperato a farsi acquistare, ma in fondo per ora va bene anche così. Una prima pagina composta da un solo articolo e dall’editoriale del direttore, una scelta che se dovesse essere confermata implicherebbe una linea editoriale forte e decisa, un tentativo di dettare con nettezza quell’agenda dell’informazione che da troppo tempo non è più nelle mani dei giornali. 

L’editoriale di Stefano Feltri, in tal senso, non lascia molto spazio all’immaginazione. “I giornali imparziali non esistono, quelli onesti dichiarano le loro preferenze” scrive il neo direttore, smarcandosi dall’impronta anglosassone e ponendo le basi per un giornale di battaglia, saldamente collocato nell’area di una sinistra laica e riformista al momento orfana di rappresentanza politica. Soprattutto visti i temi snocciolati da Feltri in fase di presentazione: crisi climatica, lotta alle disuguaglianze – economiche, di genere, di accesso ai diritti civili – difesa della democrazia liberale e del libero mercato (che qui non viene messo in discussione né posto in relazione con le disuguaglianze economiche, in linea con la tradizione politica della sinistra riformista italiana). Un giornale che probabilmente piacerà a Eugenio Scalfari, perché somiglia alla sua idea di Repubblica più di quanto oggi faccia la stessa Repubblica diretta da Molinari.

Una pagina dedicata alla storia d’apertura e poi quattro pagine di politica – regionali, inchiesta sui fondi erogati tra il 2017 e il 2018 ai parlamentari della Lega e referendum costituzionale; neanche un retroscena, a testimonianza che il giornalismo politico si può fare anche citando tutte le fonti – condite da un’infografica snella e immediata, seguite da uno spazio dedicato ai fatti salienti della giornata, in breve. Pochissima attenzione agli esteri, secondo un tic ormai consolidato nel giornalismo italiano (ma Feltri ha già specificato che si tratta di un’omissione temporanea) e nessun riferimento al tema dell’omotransfobia, assenza rumorosa ad appena quattro giorni dal delitto di Caivano. In compenso c’è spazio per la nuova enciclica di papa Francesco, “nata dal dialogo con l’Islam e dal Covid” (siamo sicuri che anche in questo caso Scalfari apprezzerà). 

Il vero punto di forza di Domani risiede però nelle sue firme. Al di là del giudizio soggettivo sul progetto grafico e sulla linea editoriale, è impossibile non riconoscere a Domani il coraggio di aver portato nel panorama mainstream penne come Igiaba Scego e Jonathan Bazzi, un ventata di freschezza – soprattutto considerate le grandi firme schierate dalla diretta concorrenza – in grado di far passare in secondo piano persino l’ennesima sterile incursione sull’inutilità delle categorie di destra e sinistra, stavolta a opera di Mario Giro. 

È qui che Domani va più vicino a mantenere la promessa di innovazione racchiusa nel suo nome, affiancando analisi di spessore al racconto del mondo filtrato da alcuni dei migliori professionisti sulla piazza, strappati alla concorrenza di Repubblica o in molti casi reduci da esperienze nel giornalismo online. Al progetto editoriale servirà probabilmente del rodaggio e un po’ più di coraggio, ma per quello c’è tempo. Il giudizio definitivo può attendere, almeno fino a Domani.

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