Fontana, la razza bianca e i camici sporchi

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(Foto: Marco Bertorello/Afp via Getty Images)

La Lombardia si merita un simile presidente? Uno che due anni fa, ancora in campagna elettorale, si presentò spiegando che “la razza bianca è a rischio, dobbiamo ribellarci”, e che nel pieno di una pandemia che ha sconvolto il pianeta è finito in un’inchiesta di tale bassezza da tirare, pure se non c’entra nulla, un filo rosso fra le parole con cui si candidò e le indagini in cui è coinvolto.

Sulla vicenda dei camici che la società del cognato Andrea Dini – la Dama di cui è socia al 10% anche Roberta Dini, moglie del governatore – ha provato a vendere alla regione per 513mila euro e poi ha precipitosamente (e ufficiosamente) trasformato in una sbilenca donazione Fontana non sembrerebbe affatto al di fuori, come d’altronde scrivevamo mesi fa. I pm di Milano scrivono infatti del suo “diffuso coinvolgimento, accompagnato dalla parimenti evidente volontà di evitare di lasciare traccia mediante messaggi scritti”. Eppure qualcosa è rimasto e dalle chat analizzate a luglio sul cellulare di Dini c’è “piena consapevolezza del conflitto d’interessi” delle parti in causa, oltre ad alcuni dettagli che lasciano trapelare come tutto fosse, quel carico, tranne che una donazione: se davvero si tratta di un contributo senza scopo di lucro non mandi in tutta fretta un camion a recuperare dal deposito di Aria, la centrale acquisti regionale, i camici non ancora distribuiti. Non a caso la Finanza ieri ha acquisito altri cellulari, dal capo della segreteria di Fontana, della moglie, di assessori regionali che non sono indagati ma i cui pezzi servono evidentemente a completare il puzzle. Quello e altri, come nella questione sui test sierologici che vedremo fra poco.

C’è però prima l’altra inchiesta elvetica per così dire, che è saltata fuori – in un gioco di scatole cinesi – proprio dalla storia dei camici. A un certo punto infatti, il 19 maggio, Fontana ordina all’Unione fiduciaria di Milano che amministra i suoi conti in Svizzera di effettuare un bonifico sul conto di Dini. Il pagamento da 250mila euro viene bloccato e segnalato come sospetto alla Banca d’Italia, finendo sul tavolo della procura che apre un fascicolo più che parallelo perpendicolare. Perché dalla Lombardia parte proprio verso la Svizzera, dove nel 2015 il governatore deposita e poi regolarizza in Italia con “voluntary disclosure” i fondi conservati in due trust fino ad allora attivi alle Bahamas. Frutto dell’eredità della madre odontoiatra o altro? La procura milanese indaga anche sulla provenienza di quel denaro.

In pochi mesi Fontana ha virato dal “non sapevo nulla” dei primi momenti, anzi dalla “totale estraneità”, dopo le inchieste giornalistiche del Fatto quotidiano e di Report, al “gesto risarcitorio” nei confronti del cognato di cui aveva parlato il suo legale fino alla oggettiva sfida all’intelligenza generale: “voler partecipare” alla donazione di Dini (lo disse alla Stampa a fine luglio). Donazione che, è stato appurato, non era tale ma un’assegnazione diretta con tanto di fatture poi stornate dopo l’emersione della trattativa.

Al di là dei dettagli delle inchieste, che procederanno nel corso dei mesi, e dell’entità dell’affare saltato, in questi mesi orribili per la Lombardia c’è tutta l’immeritata mediocrità del personaggio sbagliato al posto sbagliato nel momento storico sbagliato. Fra l’altro, di inchiesta aperta ce n’è anche una terza che non lo coinvolge come indagato ma che solleva un ulteriore tema politico di vigilanza e controllo. È appunto quella che tocca il policlinico San Matteo di Pavia e la società Diasorin con l’accusa di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e peculato. Si tratta dell’accordo stipulato tra l’ospedale e la società piemontese per i test sierologici anti-Covid in regione. Anche in questa occasione, infatti, la procura di Pavia, al di là degli aspetti tecnici, spiega che dall’assessorato alla Sanità e dalle Asl sarebbero partite “esplicite diffide” agli enti pubblici che avevano deciso di ricorrere a kit alternativi. È il caso dei comuni di Robbio e Cisliano.

A tutto questo, se già non bastasse per chiudere il cerchio di due anni tragici, si aggiunge ovviamente la pessima gestione dell’epidemia della coppia Fontana-Gallera, dalla mancata istituzione delle zone rosse ad Alzano e Nembro che la regione avrebbe potuto stabilire in autonomia fino ai trasferimenti dei malati Covid nelle residenze assistite per anziani, mossa che ha innescato numerosi e drammatici focolai. E anche una maxi-inchiesta che ha nel Pio Albergo Trivulzio – centinaia di morti in pochi mesi – il suo centro ma si articola in diversi filoni in tutte le province e in decine di case di riposo.

Troppe inchieste intorno alla sanità lombarda sia prima della pandemia, le conosciamo bene, che durante. Su tutti i fronti, dalle vicende grottesche come quella dei camici ai macroscopici abbagli di sistema come per le rsa. Devono ovviamente arrivare al termine e stabilire con esattezza le specifiche responsabilità ma sollevano enormi interrogativi sul governatore lombardo o e ne chiudono qualsiasi prospettiva futura. Non si pensa ai conti in banca del cognato mentre una tempesta sconosciuta spazza via migliaia di vite.

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