Il processo ai Chicago 7, ma è giusto fare un film così?

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Fin dall’attacco Il processo ai Chicago 7 sfrutta le armi della commedia per fare un film serio, o almeno un film che lavora sul divertimento, sulla piacevolezza e sul fascino riguardo qualcosa che, in teoria, fascino non lo ha. Si parla di Pantere Nere, resistenza armata, proteste represse nel sangue e rivendicazioni contro un governo oppressivo. Sarà la cifra di tutto il film, l’obiettivo di Aaron Sorkin (che qui scrive e dirige) è infatti di attirare, ammaliare e comprare il pubblico. Vediamo subito i 7 del titolo (che poi sono 8) in un montaggio alternato, spinto da un tappeto musicale ottimo, molto simpatico in cui loro parlano di violenza, di risposte violente, parlano di azione senza mezzi termini e di come si fabbrichi una molotov. Sono così simpatici, coinvolgenti, amabili e cool. Tutto nella regia e nella scrittura riveste di una patina cinematografica affascinante un contenuto che forse poi così affascinante non è.

Quella raccontata è la storia dei Chicago Seven, il gruppo di sette attivisti vittima di un processo vergognoso per incitamento alla sommossa e cospirazione nel 1968, in occasione delle manifestazioni durante il congresso del partito democratico a Chicago. Alcuni di loro erano attivisti noti, altri meno, tutti insieme furono presi come simbolo di quei movimenti e processati con ben poco rispetto per il diritto ad un processo equo, dopo che era stata la polizia stessa ad aver fatto scattare dei tumulti. Una storia da anni della presidenza Nixon ed evidentemente capace di produrre una eco molto intonata al presente americano, che parla di limitazioni ai diritti, di esercizio coercitivo del potere e di scarso amore per il dissenso da parte dei leader fino alla necessità di chi sta più in basso di lottare per ribellarsi.

Tuttavia tutto Il processo dei Chicago 7 è impostato su tecniche da commedia pur non essendo una commedia. È un film serio con tanti motivi per sorridere, che ruba alla scrittura di commedia la sua capacità di generare empatia polarizzando i personaggi e, occasionalmente, usando spruzzate di complessità per commuovere. Da una parte gli 8 coinvolti nel processo, illuminati dalla luce dei buoni, dall’altra l’oscurità di uno studio di cattivi che dicono cose cattive e meschine con tapparelle abbassate anche di giorno, senza vergogna o giri di parole. L’attacco al quartier generale del male ci mostra un procuratore generale (il mandante di tutta l’operazione) tratteggiato come il preside dell’Università in un film di John Landis. Come sempre poi (altra tecnica da commedia con fondo empatico), tra le fila dei cattivi è inserito un personaggio in fondo positivo, pieno di dubbi, quello che conferma che il sistema non è tutto marcio e che, prendendo le distanze dai suoi padroni, non farà che ratificarne l’inguaribile cattiveria.

Questo secondo film da regista di Aaron Sorkin è tecnicamente impeccabile ma l’idea che lo muove molto meno. Non è difficile infatti essere d’accordo con il suo punto di vista, la storia ha dimostrato che i 7 sono stati trattati in modi ingiusti, che avevano ragione e che il sistema li ha vessati contro ogni regola. Fare però di una storia vera un fumetto, esasperare ragioni e torti e trattarla come un fatto di finzione, come se fosse Forrest Gump (che era sì ambientato durante vere fasi storiche ma aveva  una trama di finzione a tratti evidentemente fantasiosa) o come Codice d’onore (un altro film di tribunale scritto da Sorkin che poteva permettersi di polarizzare ed esagerare perché la sua era una storia inventata, era una metafora della realtà), mette tutta l’operazione su un terreno morale parecchio discutibile.

Il punto è che Aaron Sorkin, forse lo sceneggiatore più influente degli ultimi 20 anni, come spesso gli capita, ha realizzato uno script sopraffino. Ci sono, letteralmente, 11 protagonisti e riesce a dare ad ognuno una personalità chiara e riconoscibile con solo poche battute a testa, dà agli attori principali il loro assolo senza che sembri tale, ci mostra gli eventi della notte in questione solo vicino alla fine ottenendo un grande effetto drammatico (ci sembrerà che i buoni di colpo abbiano torto ma capiremo che invece hanno ancora più ragione), e ha la trovata geniale di chiudere tirando le fila del rapporto burrascoso tra i due attori più noti che simboleggiano le due fazioni ideologiche della protesta (Eddie Redmayne nei panni di Tom Hayden e Sacha Baron Cohen in quelli di Abbie Hoffman), facendo in modo che il secondo difenda a sorpresa il primo con grandissima economia di parole e proprietà di linguaggio. Senza parlare del cammeo di Michael Keaton, realmente eccezionale per concentrazione dello sforzo e resa epica del suo personaggio.

Sorkin usa i silenzi dei personaggi tanto quanto le loro parole, usa i crescendo musicali e fa recitare benissimo gli attori (addirittura anche Eddie Redmayne!!), mette a frutto tutto l’arsenale di uno sceneggiatore (e di un regista) per arrivare al suo punto ma a prezzo di cosa? Rinunciando a fare un film più serio sul tema, oppure una commedia più dichiarata e quindi meno fedele alla realtà, inganna. Sembra voler raccontare i fatti come sono andati, con la precisione che ci sia aspetta da un film ambientato in tribunale, ma poi si concede una visione parziale fino alla macchietta. Romanza senza pietà distribuendo torti e ragioni con la vanga invece che con il pennello. Lo fa forte del senno di poi e della consapevolezza che la storia ha già emesso la sua condanna, riduce tutto al bianco contro il nero, pretendendo di convincere che il mondo si divida davvero in buoni e cattivi e che non ci siano ragioni (alcune giuste, altre sbagliate) da entrambi i lati. Che in buona sostanza la storia non sia poi così complessa.

Alla fine Il processo dei Chicago 7 non è altro che la parodia del cinema americano, capace di finire tra le ovazioni, gli applausi e le lacrime facili per i caduti, con i cattivi arrabbiati che o urlano adirati ai buoni di smetterla o scappano via alla chetichella umiliati, anche se in teoria in quel momento avrebbero vinto loro. Sia chiaro, non c’è niente di male nel cinema classico americano e nella sua maniera alle volte manichea di raccontare virtù cardinali tramite storie inventate. Ma è tutto un altro paio di maniche quando questo lavoro lo si fa con la vera storia, di fatto barando e trattando gli spettatori come studenti delle medie seduti all’ultimo banco.

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