La storia di quando Stanislav Petrov salvò il mondo dalla guerra atomica

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Locandina del film su Stanislav Petrov uscito nel 2013 (Foto: Statement Film)

Il 26 settembre 2013 i vertici dell’Assemblea generale Onu si riunirono per discutere del disarmo nucleare e nel dicembre dello stesso anno l’Assemblea istituirono in quella data la Giornata internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari. La prima giornata è stata celebrata nel 2014, ed è uno degli strumenti con cui l’Onu promuove nella società civile la necessità del disarmo. Le armi atomiche continuano a essere un pericolo per la sopravvivenza umana, e di questo si parlerà anche alla 75esima Assemblea generale Onu, ora in corso.

Infatti, a tre anni dalla sua introduzione, il Trattato per la proibizione delle armi nucleari non è ancora entrato in vigore. Sarebbe un primo passo verso l’obiettivo del disarmo totale promosso dalla giornata internazionale di oggi. Eppure solo 45 stati lo hanno ratificato, manca l’impegno di almeno altri 6. Il nostro paese, che ospita almeno una 40ina di bombe atomiche statunitensi nelle basi Nato di Aviano e Ghedi, non ha né firmato né quindi ratificato il trattato. Nel 2017 oltre 240 parlamentari della passata legislatura, soprattutto Pd e M5s, avevano firmato un appello per promuoverne la ratifica, la maggior parte di quei parlamentari sono stati rieletti e fanno parte della maggioranza di governo.

Il 26 settembre cade anche l’anniversario di un episodio della Guerra fredda che è molto legato agli obiettivi di questa giornata internazionale. Il protagonista è stato un ufficiale sovietico di nome Stanislav Petrov.

L’incidente

Nella notte del 26 settembre 1983 il tenente colonnello Petrov si trovava nella base militare Serpukhov-15. Qui arrivavano i segnali dei satelliti Oko (occhio), messi in orbita per individuare il lancio di missili da parte del nemico. In caso di attacco il sistema di allerta, che Petrov aveva contribuito a progettare, avrebbe dato ai sovietici il tempo di reagire con un contrattacco. Normale dottrina Mad, mutua assicurata distruzione.

Petrov
(foto: Scott Peterson/Getty Images)

Ma quella notte un allarme scattò: un missile era stato lanciato dagli Stati Uniti. In breve, ne furono lanciato altri quattro. I computer non avevano dubbi: cinque missili intercontinentali Minuteman erano in volo. Petrov doveva prendere una decisione, doveva farlo in fretta: doveva salire nella catena di comando e confermare che era in corso un attacco?

Alla fine Petrov decise che era un falso allarme. Come raccontò in seguito, non poteva esserne totalmente certo, ma immaginò che gli Usa non avrebbero sprecato un primo attacco lanciando solo cinque testate. All’America non mancavano certo le armi nucleari, come non ne mancavano all’Unione sovietica, che sapevano avrebbe reagito con tutta la forza necessaria.

A prova di errore?

La fiction aveva già esplorato il tema del conflitto con armi nucleari innescato da un banale errore tecnico: prima di Wargames (1983) avevamo avuto A prova di errore, libro del 1962 che nel 1964 è diventato un film diretto da Sydney Lumet.

Per fortuna la storia di Petrov è stata ovviamente a lieto fine: quei missili non c’erano mai stati. Se Petrov avesse confermato l’attacco che vedeva sui computer, il contrattacco nucleare sovietico avrebbe potuto essere lanciato. E a quel punto gli Usa avrebbero attaccato davvero.

Che cosa aveva causato l’errore degli strumenti? Alla fine si scoprì che i satelliti avevano interpretato come lanci il semplice riflesso del sole sulle nuvole. Chissà se Petrov all’epoca sapeva che anche gli americani avevano avuto disavventure simili. Oggi è di pubblico dominio che il 9 novembre 1979 il sistema di allerta del Norad (North American Aerospace Defense Command) aveva annunciato un enorme attacco missilistico sovietico. Scattò subito lo stato di allerta, ma prima che qualcuno premesse il bottone rosso, si scoprì che era stato caricato per errore il nastro di una simulazione. Quando lo venne a sapere, il segretario del partito comunista Leonid Breznev scrisse preoccupato al presidente Jimmy Carter: “Penso che concorderai con me che non dovrebbero esserci errori in queste faccende”.

Un eroe (quasi) dimenticato

Stanislav Petrov è morto il 19 maggio 2017 a 77 anni, e molte testate internazionali gli hanno dedicato un necrologio. Nonostante questo la sua fama è ancora abbastanza limitata. Uno dei motivi è probabilmente la Guerra fredda: solo negli anni successivi la caduta del Muro di Berlino ha cominciato a emergere la storia. Il primo a raccontarla e a lodare l’operato di Petrov è stato il generale Yuri Votintsev, allora comandante della difesa missilistica. In particolare è stata un’intervista al generale pubblicata da Die Bild nel 1998 a far conoscere a tutti l’uomo che aveva salvato il mondo. Prima di quel momento, nemmeno la figlia di Petrov, Yelena, lo sapeva. Sua moglie Raisa è morta nel 1997 senza che gliene avesse mai parlato.

Da quel momento non sono mancate le interviste, in base alle quali è stata ricostruita la storia come ora la conosciamo. Un’analisi dettagliata dell’episodio e di come Petrov ha ragionato in quei momenti si trova nel saggio Disabling Deterrence and Preventing War all’interno del libro Behavioral Economics and Nuclear Weapons (2019). Petrov ha sempre detto di aver fatto solo il suo lavoro, consapevole che un suo errore forse non avrebbe potuto essere riparato. Non è stato né premiato né redarguito dai superiori, se non per il fatto di non aver annotato adeguatamente l’episodio nei registri.

Petrov ha comunque ricevuto diversi riconoscimenti internazionali. Nel 2006 viaggiò fino a New York per ritirare un premio all’Onu, e le interviste girate in quell’occasione sono state usate per il documentario del 2013 The Man who saved the world. In quell’occasione però la federazione russa ha voluto dire ufficialmente la sua: un solo uomo non avrebbe mai potuto evitare, o causare, il lancio di armi nucleari. Se anche avesse riferito dell’attacco, il contrattacco sovietico sarebbe partito solo se confermato da altre fonti, scriveva l’ambasciata in un comunicato.

La minaccia c’è ancora

Politica a parte, è vero che lo stesso Petrov non era convinto di essere un eroe. Secondo alcuni il 1983 era un anno molto teso, e una notizia di attacco sarebbe stata sufficiente. Ma non possiamo essere certi di cosa sarebbe successo. Nell’incertezza però Petrov ha agito nel modo più corretto.

Se Petrov è ricordato in questa giornata non dovrebbe essere solo per aver preso la decisione giusta sotto pressione. Né per argomentare su quanto fossero o meno robusti i sistemi dell’epoca (e attuali) per evitare errori catastrofici. Ma perché quell’incidente è stato uno dei tanti casi casi in cui siamo andati vicino all’olocausto atomico. Le sue azioni ci ricordano che il solo sistema a prova di errore per la nostra sicurezza è l’eliminazione totale delle migliaia di armi nucleari sparse per il mondo.

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