Italia, Germania e Irlanda pronte a scambiarsi i dati delle app di contact tracing

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Il palazzo del Berlaymont a Bruxelles, sede della Commissione europea (foto: Luca Zorloni per Wired)
Il palazzo del Berlaymont a Bruxelles, sede della Commissione europea (foto: Luca Zorloni per Wired)

Di far dialogare tra loro le app che gli Stati dell’Unione europea hanno sviluppato per tracciare i contagi da coronavirus si discute da aprile. Ancora prima che Apple e Google definissero lo standard di scambio delle informazioni via bluetooth a cui quasi tutti i governi si sono adeguati. Poi l’interoperabilità tra le applicazioni, come l’italiana Immuni o la tedesca Corona-Warn-App, è tornata di attualità alla vigilia delle vacanze estive, quando si è allentata la stretta alle frontiere. L’idea era che con una sola app il turista avrebbe ricevuto segnalazioni di eventuali contatti a rischio in ogni Paese dotato di uno strumento simile. Si arriva così a settembre: tra il 14 e il 18 sei Paesi, Repubblica ceca, Italia, Germania, Danimarca, Irlanda e Lettonia, hanno effettuato i primi test tra i loro server. E ora l’obiettivo è di accendere i motori a ottobre.

Saranno Italia, Germania e Irlanda i primi Paesi a collegare le loro app al nodo europeo di interscambio, come apprende Wired da fonti accreditate della Commissione. La data segnata a calendario è il 17 ottobre. Poi si procederà entro novembre con altri 11 Stati che stanno partecipando ai test, tra cui Austria, Spagna, Repubblica ceca, Estonia, Polonia, Lettonia, Danimarca, Croazia, Portogallo, Malta e Olanda. Nel complesso, entro la fine dell’anno l’obiettivo è di portare a bordo tutti gli Stati che hanno sviluppato e sono prossimi a lanciare la loro app di contact tracing (come Belgio, Cipro e Lituania).

L’unico punto interrogativo è la Francia, che pure nelle ultime due settimane ha registro una preoccupante impennata di contagi da Covid-19: 157.475. Siccome Parigi ha scelto di non adottare la tecnologia di Apple e Google per la sua Stop Covid e ha uno standard diverso dal resto delle app europee, la soluzione per collegarla è tutta da inventare.

Aumentano i contagi da coronavirus

Anche se arriva a vacanze estive ormai concluse, l’interoperabilità della app di contact tracing rappresenta una conditio sine qua non per non richiudere in fretta e furia le frontiere mentre in Europa i contagi da coronavirus hanno ripreso a galoppare. Nelle ultime due settimane se ne sono registrati 24.712 in Germania, 28.413 in Cechia, 6.698 in Danimarca e 22.603 in Italia (solo per citare alcuni Paesi).

Da giugno i governi stanno lanciando le app di contact tracing. In Italia Immuni ha raggiunto (dati al 25 settembre) i 6,4 milioni di download. Ossia il 12% della popolazione italiana. Con mezzo milione di download nella prima settimana di scuola, la app si sta avvicinando a quella soglia del 15% dei residenti, superata la quale, secondo l’Università di Oxford, i sistemi di contact tracing producono risultati visibili.

Va meglio alla Germania, che a tre mesi dal lancio di Corona-Warn-App ha raggiunto il 21,9% della popolazione residente (18,4 milioni di download) e alla Danimarca, che già a metà agosto viaggiava al 17,2% quando ha toccato il milione di download. Ad ogni modo, in Europa finora il tasso di adozione si aggira intorno al 10%, stando a fonti della Commissione. L’interoperabilità ha l’obiettivo di spingere i download tra chi viaggia.

Come funziona lo scambio di informazioni

L’infrastruttura è stata affidata a Sap, multinazionale tedesca del software, e T-System, il braccio informatico del principale operatore telefonico della Germania, Deutsche Telekom. Ci sono Sap e Deutsche Telekom dietro lo sviluppo della app di contact di tracing scelta da Berlino. E sempre loro sono tra le aziende in prima linea nel progetto di un cloud made in Europe, Gaia-X. La scelta è avvenuta sulla base di un accordo quadro che già le coinvolge negli appalti comunitari. Il sistema di interscambio si appoggerà al data center della Commissione europea in Lussemburgo, dove raccoglierà i dati provenienti dai database nazionali e li incrocerà per segnalare eventuali contatti a rischio.

Lo standard sviluppato da Apple e Google, basato sul bluetooth low energy, prevede che quando due persone che hanno scaricato la app di contact tracing si trovano a distanza ravvicinata (almeno un metro) e per un tempo sufficiente (da 5 a 30 minuti), i loro smartphone si scambiano un codice identificativo pseudonimizzato (un alias che non consegna dati personali dell’utente) e ciascuno registra il contatto sulla sua lista. Se uno dei due utenti risulta positivo al coronavirus, può caricare sulla app il risultato del test. Ogni giorno gli smartphone si collegano al database centrale (in Italia gestito da Sogei) e verificano se ci sono corrispondenze tra i codici che hanno memorizzato e quelli che hanno comunicato l’esito positivo dell’esame. In tal caso, segnalano il potenziale contatto a rischio per attivare le procedure di prevenzione.

Benché quasi tutte le app di contact tracing montino la tecnologia di Apple e Google, che da aprile dettano di fatto le regole internazionali sullo sviluppo di questi programmi, non c’è dialogo tra l’una e l’altra. Così, un cittadino tedesco che a luglio è venuto in vacanza in Italia, pur avendo installato Corona-Warn-App che ha alla base le stesse caratteristiche di Immuni, avrebbe dovuto scaricare anche la app tricolore per essere informato di eventuali contatti a rischio durante il suo soggiorno. E questo è un ostacolo che la Commissione europea vuole abbattere fin da quando gli Stati dell’Unione hanno iniziato a pensare al contact tracing digitale.

Tuttavia, passare dalla teoria alla pratica ha richiesto più tempo del previsto. Da ottobre ciascun database centrale condividerà con quello europeo la lista dei codici per cui è stato comunicato un esito positivo del test. In questo modo un cittadino italiano, che deve recarsi in Germania per lavoro, sarà informato direttamente su Immuni di un contatto a rischio avvenuto durante il viaggio, attraverso lo scambio dei dati tra Berlino e Roma via Lussemburgo.

Come cambiano le app

I test hanno riguardato finora il backend, il dietro le quinte dell’infrastruttura digitale di contact tracing. Da ottobre invece, man mano che i Paesi si collegheranno allo snodo di interscambio, anche le app dovranno adeguarsi. Fonti della Commissione spiegano che non servirà scaricare una nuova applicazione ma basterà eseguire un aggiornamento di quella nazionale già in uso.

I tecnici di Sap e T-System hanno previsto tre opzioni per integrare la nuova funzione. Sta alle autorità nazionali scegliere quale ritengono più opportuna. Nel primo caso, l’utente potrà accedere a un menù con tutti i Paesi europei con cui è attiva la condivisione delle chiavi e selezionare quello in cui si appresta a viaggiare. Per cui, se so che dall’Italia devo andare in Spagna, aggiungerò alla mia app anche la ricezione delle chiavi condivise dai server iberici. Nel secondo caso, l’utente potrà avviare prima della partenza lo scambio con le chiavi di tutte le app collegate, il cosiddetto Eu pattern. La terza scelta consiste nel non distinguere il momento del viaggio da quando ci si trova a casa e quindi di ricevere sempre le segnalazioni di contatti a rischio.

Gli interrogativi

Di fatto, siccome il bluetooth non consente di geolocalizzare il luogo del contagio e le chiavi condivise riguardano solo coloro che sono risultati positivi al test, il dove acquista meno peso nello schema di Apple e Google. Anche nello scambio dei dati tra i Paesi la segnalazione resta anonima, come prevede lo schema della Commissione europea sulle app di contact tracing: modello decentralizzato (la combinazione dei codici avviene sullo smartphone del singolo cittadino), tecnologia bluetooth, conservazione dei dati limitata nel tempo (la app tiene memoria dei contatti dei 14 giorni precedenti), download volontario.

Resta ancora da capire come si dovrà comportare un cittadino che si trova in un Paese straniero e riceve l’avviso sulla propria app. Di base la procedura è quella di avvertire le autorità sanitarie (in Italia, il medico di base in primis) e seguire le istruzioni. Ma perché funzioni, ora all’interoperabilità deve seguire un’azione coordinata dei Paesi per far fronte a questi casi. E poi c’è l’incognita Francia. Nessun altro governo ha seguito Parigi sulla via del modello centralizzato e della rinuncia al motore per il contact tracing fornito da Apple e Google. Per questo ora la sua Stop Covid è tagliata fuori dalla rete di interscambio: usa dati diversi (i contatti anziché i contagi) e perciò parla una lingua che le altre app non capiscono.

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