Lockdown all’italiana, un film scontato a partire dal titolo

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Scritto, prodotto, girato e poi montato in fretta e furia, Lockdown all’italiana è un film pensato per dare impulso al cinema visto in sala, pensato non per incassare (tutti hanno preso paghe inferiori ai propri standard) ma per fare qualcosa per i cinema. Ed è un film che arriva per primo a raccontare, in maniera molto pedissequa ciò che è successo a buona parte degli italiani. Alla maniera di Vanzina ovviamente. Il lockdown non ferma i tradimenti e l’insaziabile voglia di consumare vita dei suoi protagonisti, solitamente altoborghesi, solitamente professionisti affermati e molto onesti, solitamente immersi in case arredate vecchio stampo, tutte legno e imbottiture dei divani. Così non si ferma Ezio Greggio che con Paola Minaccioni rappresenta una metà di un film diviso in scenette, in cui non esiste un vero intreccio ma solo un presupposto da cortometraggio: il ricco avvocato ha tradito la moglie con la cassiera di un supermercato (conosciuta allo stadio, luogo in cui sempre nei film di Vanzina si crea il contatto tra classi) e durante il lockdown si tengono in contatto telefonico.

Tutto ciò è illustrato (a parole) nei primi 10 minuti dopodiché il film procede di scena in scena, ironizzando senza troppo impegno nello scrivere le battute e nell’interpretarle su quel che in molti hanno vissuto, sia dal lato degli abbienti, sia da quello della cassiera sposata con un tassinaro. Autocertificazioni, mascherine, la reclusione in casa… I punti ci sono tutti.


Là dove solitamente Vanzina scriveva di piccole fughe, amanti negli armadi, porte di hotel che si aprono e che si chiudono, inganni e sotterfugi clamorosi per tenere in piedi il piacere e il dovere, qui ci sono solo schermaglie di coppia, a distanza. Che non aiuta. È abbastanza evidente come l’idea sia quella di arrivare a raccontare il prima possibile l’evento cruciale del 2020, e di farlo all’americana, cioè passando solo marginalmente per la cronaca e per i fatti, preferendogli invece i sentimenti. Come gli eventi che conosciamo siano stati vissuti dalle persone.

L’obiettivo non è pienamente riuscito perché Lockdown all’italiana sembra ripetere quel che già collettivamente abbiamo capito ed elaborato sulla reazione avuta all’isolamento. Ciò che nessuno poteva prevedere e molti equivocano è il tono autunnale e pessimista del film (confermato dall’immagine finale, uno sguardo in camera, non conciliatorio), che giudica con asprezza la maniera in cui si è usciti dal lockdown. Purtroppo però fa tutto questo con poca cura dei dettagli e della precisione, difetti una volta molto più accettabili di oggi. Veniamo a sapere che lavori fanno i personaggi perché in modo molto forzato se lo dicono a vicenda a parole, anche se sono marito e moglie e di certo non hanno bisogno di farlo, hanno interazioni che spesso suonano false e la struttura episodica del tutto uccide il ritmo. Addirittura incomprensibilmente sia Paola Minaccioni che Ricky Memphis, in momenti separati, nello scorrere uno smartphone per leggere i messaggi più vecchi fanno il movimento opposto a quello che si farebbe (cioè mandano il dito verso l’alto) e Ezio Greggio lavora al computer scrivendo su Word con un font gigantesco, come se lo facesse per farlo leggere a noi.

È tutto più sbrigativo del solito e a differenza di altri film di Vanzina gli interpreti non salvano la baracca. A sorpresa la più a fuoco di tutti, la più impegnata e più coriacea del film sembra essere Martina Stella, sebbene non sempre con grazia riesce ad animare un personaggio molto vitale ed empatico, invece Ezio Greggio non funziona mai come dovrebbe. Eppure è proprio a lui che sembrano andare le simpatie del film, all’avvocato borghese traditore incallito che lontano pure dall’amante mette gli occhi anche sulla ragazza del piano di sotto. È l’unico personaggio dotato di onesti tormenti e oneste passioni, con oneste debolezze e onesti desideri e pulsioni. È il classico protagonista pieno di vita scritto da Enrico Vanzina, l’uomo che più di tutto desidera godere, desidera mangiare, guardare le partite, che conosce molti film e alla fine vuole amare. Qui in più ha anche una patina più colta, suona il piano, legge libri, ha idee sofisticate.

Anche per questo è stonata l’interpretazione molto terra terra di Greggio, sempre finalizzata a punchline che non hanno il mordente che dovrebbero, che non rende giustizia a quello che poteva essere invece un vero antieroe di tutto il film. E forse quello, più della sciatteria, è il problema vero. Come è facile immaginare dai trailer e dalla cartellonistica infatti, Lockdown all’italiana è una commedia vecchio stampo, classica, a budget molto basso e realizzazione rapida ma anche un prodotto molto più pensato e dalle intenzioni più alte di quelle che il suo poster lascia intuire. Del resto sarebbe sciocco pretendere i medesimi standard che si pretendono da altre produzioni, come sarebbe sciocco chiedere a Vanzina di cambiare la propria testa e mettersi a fare un cinema che non gli appartiene.

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