Dopo sei mesi, chiude Quibi. Ecco i motivi per cui la piattaforma ha fallito

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Ironia della sorte, la sua esistenza è stata breve quasi quanto i contenuti che proponeva. Stiamo parlando di Quibi, la piattaforma di streaming lanciata lo scorso aprile e che era destinata – almeno nelle intenzione dei suoi creatori – a rivoluzionare la fruizione dei contenuti digitali. Il catalogo del servizio, infatti, era costituito da serie, film e programmi parcellizzati in episodi di massimo 10 minuti, pensati appunto per un consumo veloce e funzionale. Il progetto, però, non è mai decollato, arrancando nella conquista di nuovi abbonati (sempre al di sotto delle aspettative) e costringendo in queste ore il fondatore Jeffrey Katzenberg e la ceo Meg Whitman a confermare l’intenzione di mettere fine all’operatività dell’azienda e di iniziare la vendita di tutti gli asset.

Dopo soli sei mesi, dunque, Quibi scrive la parola fine lasciando a casa 200 dipendenti e mettendo nel limbo numerosi progetti in cantiere: che cosa ne sarà delle microserie ordinate e che non troveranno nuova collocazione su altri streaming data la loro particolarissima brevità? Difficile rispondere, così come definire le cause precise del fallimento. I diretti interessati parlano di un “mutato contesto industriale” e fanno riferimento alla congiuntura temporale particolarmente sfortunata, avendo debuttato proprio in concomitanza con lo scoppio della pandemia negli Stati Uniti. Il lockdown non è stato il massimo per un servizio che puntava alla fruizione in mobilità e a riempire i viaggi dei pendolari.

Ma, come già dicevamo in passato, gli errori di Quibi sono stati molteplici: innanzitutto, il puntare all’inizio su un’interfaccia mobile-only quando tutto oggi va sempre più verso un’integrazione dei sistemi; poi, l’investire su contenuti non esattamente memorabili, soprattutto se pensati in partenza per un pubblico giovane che invece va a cercare intrattenimento su altre piattaforme (spesso social e gratuite). L’errore di fondo maggiore, comunque, è stato probabilmente immaginare un servizio in astratto senza considerare i cambiamenti sempre più repentini del panorama televisivo e senza valutare con attenzione un mercato seriale sempre più saturo e competitivo, dove non bastano i miliardi di investimento per emergere. Servirebbe, prima di ogni cosa, conoscere bene il pubblico a cui rivolgersi.

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