Pietro Castellitto a Wired: “Poi va a finire che esordivo a 40 anni”

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Il 2020 non è ancora finito ed è già evidente che Pietro Castellitto è la scoperta cinematografica dell’anno. È del 1991, ha 28 anni, e al momento di lui quasi tutti sanno due cose: che interpreterà Francesco Totti in una serie e di chi è figlio. Qualcuno ricorda anche che era la parte migliore de La profezia dell’armadillo, infausto film tratto dalla graphic novel di Zerocalcare di cui lo stesso fumettista preferisce non parlare; pochissimi già sanno che sarà uno dei protagonisti di Freaks Out, il nuovo film di Gabriele Mainetti, in arrivo a dicembre. Tuttavia, a valergli il titolo di scoperta dell’anno è l’exploit come regista e sceneggiatore di I predatori.

Caso ha voluto che tutto si concentrasse in pochi mesi (film di Mainetti, esordio da regista, annuncio della serie su Totti), anche se questi progetti nascono in tempi molto diversi. Ma tant’è. L’esordio a Venezia del suo film – premiato per la sceneggiatura – è stato un piccolo caso, non era nel concorso principale e si è fatto notare perché fa ridere, molto, e con uno stile che in Italia non pratichiamo mai. È un lavoro che ha una voglia matta di essere se stesso, di essere originale e di divertirsi nel fare qualcosa fuori dai canoni. All’interno, Pietro Castellitto recita anche, mostrando (di nuovo) una capacità umoristica e tempi comici eccezionali.

Ciò che a tutti piace, specie alla stampa in interviste come questa, è credere che arrivi una nuova generazione, che tu sia l’araldo di qualcosa di più grande. Pensi sia davvero così? Ti senti simile ai tuoi coetanei che fanno cinema?

“Onestamente non ne ho idea, ho realizzato un film solo, non so quanto possa bastare, non ritengo che crei una tendenza”.
Si ferma un attimo e ci ripensa, come se gli fosse appena venuto in mente il contrario.
“Invece forse sì, la può creare. Non so. L’unica sensazione positiva che ho è di aver fatto un film vero, prodotto da un produttore rinomatissimo e con il supporto della Rai, ma che avevo scritto a 22 anni in modi anarchici e underground, paradossalmente in contrapposizione al mondo che poi me l’ha fatto fare. Questa contrapposizione mi fa ben sperare, è come se lo star system si fosse distratto un attimo”.

Cioè I predatori l’hai scritto a 22 anni e non l’hai più toccato?

“No no, nel tempo l’ho cambiato, soprattutto l’ho tagliato, ma le cose migliori c’erano già tutte. Ho scritto anche altre sceneggiature dopo questo copione e mi autoconvincevo che fossero migliori solo perché nessuno mi faceva fare questo film”.

E poi che cosa è successo?

“È successo La profezia dell’armadillo. Prima, quando facevo leggere la sceneggiatura mi dicevano: ‘Scrivi in maniera simpatica, ti piacerebbe lavorare nei gruppi di sceneggiatura?’; dopo quel film da attore c’è stata una credibilità lavorativa fino ad allora inesistente e il progetto è partito”.

Non ti interessava fare esperienza in quei gruppi di sceneggiatura?

“No non servono a nulla. Poi va a finire che esordisci a 40 anni e prendi tre stelle su Mymovies, ma intanto un’intera generazione è morta”.

Sì, ma parliamoci onestamente: ti sei potuto permettere tutto questo perché ti chiami Castellitto…

“No, ho proprio la lista di film di figli di genitori molto più ammanicati dei miei, gente che ha fatto le migliori scuole del mondo e poi ha faticato. Che ti devo dire? Magari il mio copione incuriosiva. O magari se so’ sbagliati! Ma come ti ho detto, è stato La profezia dell’armadillo a cambiare tutto, come se vedermi recitare avesse dato qualcosa in più alla presentazione delle sceneggiature. E poi considera che pure i fratelli D’Innocenzo hanno esordito come me e non hanno genitori noti”.

I predatori è l’opposto delle commedie italiane. Infatti, fa ridere sul serio. Però, l’umorismo è molto-molto particolare: pensi che sarà considerato divertente anche dal grande pubblico?

“Ti giuro che, se devo essere onesto, penso di sì, perché fondamentalmente poi i sentimenti che muovono quelle risate sono umani e semplici, tutti ci si possono riconoscere. Microumiliazioni che chiunque conosce”.

Nessuno di quelli che ha letto il copione ti ha detto che forse non farà ridere tutti?

“No, anzi. Era la cosa che piaceva di più e forse è uno dei motivi per i quali mi hanno fatto fare il film”

Senti una contrapposizione con la generazione di cineasti più vecchi?

“Certo, sarebbe proprio un peccato stroncarsi la carriera adesso dicendo quello che uno pensa fino in fondo, no?”

Fatto sta che il film ha mille dettagli fuori dai canoni, in primis il fatto che mostra grande tenerezza e affetto per una famiglia di neofascisti dichiarati. L’hai scritto per senso d’opposizione?

“Assolutamente sì. Non ho mai militato in ambienti fascisti. Penso che, però, sia sano riproporre uno scontro culturale e non pensare che la cultura sia solo da una parte, che poi è sempre la stessa. Anche perché così, per esprimerti, ti basta stare sotto quella campana lì e allora inevitabilmente il livello sarà bassissimo”.

E questa non è rabbia?

“No. Non provo rabbia verso i cineasti più grandi e adulti, la provo semmai per l’espressione in generale. È un discorso che svincolo dal cinema. Tutti rincorrono una moda e sono in competizione con il proprio tempom ma non con la storia, tanto che il tessuto morale dei film anche più belli è sempre lo stesso. Fammi un esempio di un regista che abbia fatto un film a favore della guerra. Non dico che ci debba stare eh, ma se il cinema è un’arte e un mezzo d’espressione è strano che non ci sia un lavoro simile, visto che persone a favore della guerra esistono. Manca uno scontro culturale feroce, come avviene nella filosofia e nel rap”.

Sei soddisfatto de I predatori?

“Sono soddisfatto del fatto che ha la mia personalità, il che mi rende sereno. Uno che ostenta sicurezza e considera il proprio film un capolavoro non è sereno, credo. Invece, io lo riguardo e mi ci rivedo”.

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