Cosa sappiamo dei casi di re-infezione da Covid-19 e perché serve studiarli

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(illustrazione: Getty Images)

I test sierologici. La terapia con il plasma dei convalescenti. Gli anticorpi monoclonali. La (discussa) immunità di gregge. Le re-infezioni. I vaccini. Tutti capitoli di un unico grande libro, quello che cerca di comprendere in che modo il sistema immunitario risponde a Sars-CoV-2. Gli sforzi della ricerca in questo campo – così come tutti i campi intorno al coronavirus a onor del vero – sono enormi, perché enormi sono le ricadute. Capire come il sistema immunitario risponde al coronavirus può consentirci di compiere indagini epidemiologiche, ma anche di sviluppare nuove terapie, come gli anticorpi monoclonali e i vaccini, che mirano proprio ad allenare il sistema immunitario preparandolo all’incontro con un nuovo patogeno. Ma capire se quando e come si diventa immuni al coronavirus serve anche per capire se è possibile infettarsi di nuovo con Sars-CoV2. In realtà oggi procediamo a ritroso, almeno su questo fronte: studiando se e come è possibile reinfettarsi con il coronavirus riusciamo a capire qualcosa di più sul funzionamento del sistema immunitario contro il virus. E magari anche sui tanto attesi vaccini.

(Non) si fa presto a dire re-infezioni

Ma andiamo con ordine. Per quel che ne sappiamo oggi le re-infezioni da coronavirus sono possibili. Sono un evento abbastanza raro, ma sono possibili. In realtà anche stabilirne la diffusione e definire un caso di re-infezione è abbastanza difficile. Da un lato infatti parliamo di possibile re-infezioni nel caso in cui la comparsa dei sintomi desti un sospetto, o magari in seguito ad attività di screening: questo necessariamente porta a sottostimare i casi da re-infezione di cui parliamo, commentava in proposito Akiko Iwasaki della Yale University su Lancet. E tra tutti i casi possibili quelli a oggi confermati non sono che una manciata: appena sei quelli di cui si hanno informazioni disponibili (non sempre presentati su pubblicazioni peer-reviewed, ma a questo la pandemia ci ha abituato). La casistica va da sé è limitata e non è possibile identificare alcun trend, a parte il fatto che si è trattato di soggetti giovani e senza patologie immunologiche: alcuni erano pazienti sintomatici alla prima infezione così come alla seconda, altri, la maggior parte erano sintomatici in entrambi i casi, in un caso con malattia più grave che al primo incontro.

Quello che accomuna i diversi casi, scrivono dall‘European Center for Disease Control and Prevention (Ecdc) sul tema, è che esistono ragionevoli prove per considerarli tutti secondi casi di re-infezione. E sono prove che hanno a che fare con il sequenziamento del genoma virale rilevato nei partecipanti. Di fatti per parlare di seconda re-infezione non basta tornare positivi dopo essere stati dichiarati guariti da una precedente infezione: oltre ai limiti dell’accuratezza dei test, i tamponi molecolari possono rimanere positivi molto a lungo anche in assenza di particelle virali vitali, come è noto, anche dopo la scomparsa di eventuali sintomi, e allo stesso modo i tamponi possono essere negativi se il campione prelevato è poco. È per questo che in genere per parlare di re-infezione è necessario avere a disposizione le sequenze genetiche dei campioni virali della prima e seconda infezione e confrontarle. Se sono abbastanza diverse – e per appartenenza a lineage diverse o per numero di mutazioni considerevoli – è ragionevole credere di essere di fronte a dure diverse infezioni.I n realtà, come spiegano dagli Ecdc, è più complicato: i virus possono accumulare mutazioni quando si trovano nei loro ospiti e più ceppi virali possono infettare lo stesso ospite. Per questo l’analisi epidemiologica, quella delle tempistiche sulle infezioni, fuori dal laboratorio di genetica, restano fondamentali. Così come d’aiuto possono essere le analisi di laboratorio sulla risposta immunitaria.

Infezioni e risposta immunitaria

Se le infezioni possono capitare nuovamente in soggetti già esposti al virus, seppur raramente come osservato, questo significa che aver contratto Sars-CoV-2 non conferisce immunità a lungo termine, intesa come protezione da una nuova infezione, almeno non sempre (anche se la questione non è per tutti così chiara). Succede lo stesso con altri coronavirus stagionali, come quelli del raffreddore. Ma l’essere comunque stati esposti già al virus scongiura casi severi di malattia? O cambia influenza la trasmissibilità del virus? Rispondere non è così semplice. Prima di tutto perché i casi documentati di re-infezioni sono pochi per trarre conclusioni e mancano di dati completi – come quelli anticorpali o quelli relativi all’immunità cellulare – e in buona parte perché sappiamo ancora poco sulla risposta immunitaria adattativa al coronavirus, sul ruolo protettivo per esempio di anticorpi e linfociti T.

Sappiamo che la maggior parte delle persone sviluppa una risposta anticorpale al virus e che nella stragrande maggioranza si osservano anticorpi neutralizzanti (ed è da qui che parte la ricerca per gli anticorpi monoclonali). Ma ancora oggi, come già detto in passato, non sappiamo quanto a lungo rimangano questi anticorpi. Svaniscono, come quelli che si sviluppano nei confronti di altri coronavirus, nel tempo (da qualche mese a pochi anni), soprattutto in casi di infezioni leggere. E non è noto inoltre che livello di anticorpi sia necessario per fornire protezione. “La portata e il periodo di tempo della diminuzione nei livelli di anticorpi così come l’impatto dell’immunità cellulare – riassumono ancora dagli Ecdc – non sono stati sufficientemente studiati su grandi gruppi e per lunghi periodi”.

Sulla trasmissibilità del virus in caso di re-infezioni a oggi non ci sono indicazioni per considerare questi pazienti diversi da tutti gli altri. Tanto che Iwasaki, proprio su questo, scrive: “I casi di reinfezione dicono che non possiamo fare affidamento sull’immunità acquisita attraverso l’infezione naturale per arrivare all’immunità di gregge; non solo questa strategia è letale per molte persone ma non è neanche efficace. L’immunità di gregge richiede vaccini sicuri ed efficaci e l’implementazione di una solida vaccinazione”.

Reinfezioni e vaccini

Parlando giusto di vaccini cosa significano le reinfezioni? Significano forse che andiamo incontro al rischio di avere vaccini non abbastanza efficaci? Ad oggi, continua sempre Iwasaki, non abbiamo ragioni di credere che le re-infezioni siano avvenute a causa di un processo di evasione del sistema immunitario, e studiare meglio eventuali casi di re-infezione aiuterà proprio lo sviluppo di vaccini efficaci, indirizzando verso quelli meglio capaci di conferire immunità. E non è escluso che questo richieda vaccinazioni ripetute nel caso in cui l’immunità si perda nel breve termine, come nota anche un editoriale su Nature.

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