World Pasta Day 2020, i miti e le leggende sul nostro piatto nazionale

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(foto: Catherine Falls Commercial/Getty images)

Il 25 ottobre si festeggia il World Pasta Day. La ricorrenza internazionale è stata ideata dai produttori di pasta per promuovere il suo consumo. Il 25 ottobre di 25 anni fa, infatti, si è tenuto a Roma il loro primo congresso mondiale. Era un momento in cui la fame di pasta del pianeta sembrava davvero inesauribile, scriveva il New York Times, e chi la vendeva voleva organizzarsi meglio. Dopo tre anni, nel 1998, nacque il World Pasta Day, una festa mondiale della pasta che, ovviamente, venne lanciata da Napoli. Stando al sito internet ufficiale, almeno da una decina d’anni l’organizzazione del World Pasta Day dipende da Unione Italiana Food (dalla fusione di Aidepii e Aiipa), e quest’anno il tema è la dieta mediterranea.

Non sbaglia chi ripete che il cibo è cultura, ma a volte quello che pensiamo di sapere si rivela una leggenda metropolitana. Vale anche per la pasta.

Marco Polo e gli spaghetti

Anche prima del World Pasta Day e delle altre giornate analoghe, l’industria alimentare ha sempre cercato nuove strade per spingere i propri prodotti. E a volte, proprio come succede oggi, inventava di sana pianta una storia sull’origine di un cibo. È successo anche con la pasta, con gli spaghetti per la precisione. Si dice infatti che li abbia portati Marco Polo dalla Cina.

Un suo marinaio era sceso sulle coste del Catai a rifornirsi di acqua per la nave, ma incontrò un gruppo di persone che facevano lunghe strisce di pasta. A gesti, si fece insegnare il procedimento, e tornò a bordo con un campione del piatto e un po’ di farina. Non le aveva viste cucinare, ma imparò presto che l’alimento secco si conservava a lungo, ma era immangiabile. Bollendolo invece diventava delizioso. Di ritorno a Venezia, Marco Polo avrebbe diffuso il piatto chiamandolo spaghetti, che era il nome dell’intraprendente marinaio.

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Raccontata per intero la storia è particolarmente ridicola, ma l’associazione tra Marco Polo e gli spaghetti si radicò tenacemente, pur essendo completamente campata in aria. Compare infatti solo nel 1929, sul numero di ottobre del Macaroni Journal, rivista del National Macaroni Manufacturers Association. La rivista americana presentava la storia come leggenda, omettendo però di specificare che era stata inventata per l’occasione da un loro anonimo autore.

Una decina di anni dopo finì addirittura in un film, se pure un po’ rivisitata. In Le avventure di Marco Polo (1938), Gary Cooper interpreta il viaggiatore del titolo e assaggia in Cina un piatto chiamato spa get…

In cerca della cottura perfetta: il lancio dello spaghetto

“Più spaventoso di Slender Man, più inquietante di Momo Whatsapp, più terribile di Jack lo Squartatore… Parliamo oggi di uno degli argomenti più terrificanti del nostro immaginario, almeno di quello italiano. La pasta scotta.” Così la folklorista Sofia Lincos ci introduce alla divertente leggenda del lancio dello spaghetto, ricordata dal Ceravolc in onore del World Pasta Day 2018.

È un fatto: siamo particolarmente suscettibili sul cibo che riteniamo nostro e che viene cucinato altrove. Allo stesso tempo è sempre difficile comunicare adeguatamente certi standard culinari, come la giusta consistenza della pasta. Così, all’estero si sono convinti che per saggiarne la cottura abbiamo un metodo infallibile: lanciarla contro il muro. Se lo spaghetto si appiccica, è pronta.

Sembra una diceria fatta apposta per dare il colpo di grazia a un italiano all’estero che rimpiange la propria cucina. La prima traccia della leggenda finora è stata trovata da Luca Cesari, esperto di storia della gastronomia, nel libro del 1946 You Can Cook if You Can Read: gli autori la presentavano come un metodo infallibile usato dai migranti italiani in Usa.

Non solo al dente

Cogliamo l’occasione per sfatare un altro mito sulla cottura della pasta. Il lancio dello spaghetto è una leggenda, ma ci suggerisce che la mitica pasta al dente non è esattamente incisa nel dna italiano. La cucina, infatti, si evolve e così anche i tempi di cottura della pasta secca, consumata da secoli. Sempre secondo Cesari, è solo dall’800 che la pasta al dente comincia a fare capolino nei testi.

In precedenza i tempi di cottura consigliati (anche 45 minuti!) avrebbero fatto impazzire i guardiani della tradizione culinaria italiana che pattugliano i social, sempre pronti a emettere fatwa contro chi la profanerebbe.

La transizione verso la cottura al dente non è stata, comunque, immediata. Cesari scrive che si afferma definitivamente nel secondo dopoguerra, a partire dal settentrione. Ma nel frattempo la pasta italiana era già diventata (quasi) cosmopolita, anche grazie ai migranti. Questi però probabilmente cucinavano una pasta che noi ora definiremmo scotta, e la leggenda diventa meno assurda.

Il raccolto degli spaghetti, ovvero la beffa della Bbc

La Bbc, almeno fino a una decina di anni fa, ha mantenuto una solida tradizione: onorare il primo di aprile con un bel pesce. Quello dell’albero degli spaghetti è uno dei più memorabili. Nel 1957 il programma Panorama mandò in onda un servizio sulla raccolta degli spaghetti in un’azienda familiare del Canton Ticino. Il clima mite e la scomparsa del temibile punteruolo degli spaghetti stava regalando un’annata spettacolare ai coltivatori svizzeri, anche se di certo non paragonabile a quelle in Italia. Gli spaghetti venivano raccolti dagli alberi su cui crescevano e messi al sole ad asciugare: anni di selezione e incroci garantivano che la loro lunghezza fosse sempre la stessa.

Alex Boese ha raccontato sul suo Museum of Hoaxes origine e impatto della beffa. Ideata dal cameraman  Charles de Jaeger, che cercava da anni di metterla in pratica, era perfetta per il pubblico britannico dell’epoca: la pasta era ancora qualcosa di esotico. Fu mandata in onda in gran segreto, per timore che i vertici la bloccassero, e prima della fine della puntata fu rivelato che era uno scherzo. Arrivarono comunque centinaia di chiamate all’emittente, e alcune persone volevano sapere come coltivare il proprio albero di spaghetti.

È probabile sia stato il primo pesce di aprile televisivo, e nonostante le polemiche del giorno successivo sulla fiducia dei cittadini, lasciò il segno. Non solo lo scherzo fu ripetuto, ma l’idea alla sua base è stata usata in diverse pubblicità.

Il mito del piatto nazionale

Facciamo del cibo una questione di identità, ma gli storici ci insegnano che dovremmo forse essere più cauti e meno puristi. Vale anche per la pasta. Le immagini di un piatto fumante di pasta al pomodoro, così come di una pizza margherita, sono usati come simbolo dell’Italia. Ma i cibi, le ricette e i loro nomi hanno una storia che attraversa i secoli e i paesi.

Lo storico dell’alimentazione Massimo Montanari ne parla nei suoi libri, e in particolare in Il mito delle origini. Breve storia degli spaghetti al pomodoro (2019). La pasta non l’ha portata Marco Polo in Italia dalla Cina, ma nemmeno è nata qui. La pasta secca, fatta col gran duro, è nata in Medio Oriente, ed è stata portata in Sicilia dagli arabi, nel XII secolo. I condimenti che si affermarono nella penisola furono il burro e il formaggio. L’olio d’oliva invece era poco utilizzato. E il pomodoro? Tutti sappiamo che viene dalle Americhe, ma ci volle tempo perché venisse accettato come alimento in Europa. La prima salsa al pomodoro a condire la pasta veniva dalla Spagna, e conteneva l’aceto. Per arrivare al piatto come lo conosciamo oggi bisognerà di nuovo aspettare l’800: solo allora la contingenza storica farà incontrare gli ingredienti giusti e porterà al successo di un piatto che oggi usiamo come cartolina.

Scrive lo storico: “L’identità è ciò che siamo. Le radici non sono ‘ciò che eravamo’ bensì gli incontri, gli scambi, gli incroci che hanno trasformato ciò che eravamo in ciò che siamo. E più andiamo a fondo nella ricerca delle origini, più le radici si allargano e si allontanano da noi – proprio come accade sotto le piante. Usando la metafora fino in fondo, scopriremo che le radici, spesso, sono gli altri”.

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