Il vaccino contro l’influenza potrebbe aiutare anche col coronavirus

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(foto: Sezeryadigar via Getty Images)

Sempre più evidenze sembrano supportare l’ipotesi di un’immunità addestrata, una strana protezione aspecifica contro le infezioni stimolata dalle vaccinazioni. L’ultima arriva da uno studio (ancora in preprint) del Radboud University Medical Center nei Paesi Bassi, che mette in luce come il vaccino antinfluenzale sembri indurre la produzione di molecole che combattono il coronavirus. Che vaccinarsi contro l’influenza protegga dal coronavirus, che si tratti dunque di un nesso causa-effetto, però, per il momento non è possibile dirlo.

Lo studio

Il team di Mihai Netea ha indagato le probabilità di contrarre Sars-Cov-2 tra i dipendenti dell’ospedale durante la prima ondata pandemica. L’analisi ha evidenziato come il personale che aveva ricevuto la vaccinazione antinfluenzale 2019-20 avesse contratto meno frequentemente (-39%) il coronavirus rispetto a chi invece non era stato vaccinato. In particolare, il 2,23% dei dipendenti non vaccinati è risultato positivo contro solo l’1,33% di quelli vaccinati.

Perché un vaccino specifico per ceppi di virus influenzali dovrebbe fornire protezione verso virus completamente diversi?

L’immunità addestrata

L’ipotesi di Netea e di altri esperti è che le vaccinazioni, (o almeno certe vaccinazioni, come quella per la tubercolosi di cui vi avevamo già parlato qui qualche mese fa, alla prima ondata di Covid-19), siano in grado di stimolare non solo l’immunità adattativa, cioè promuovere la produzione di anticorpi e di cellule della memoria specifiche per l’antigene per cui sono stati sviluppati, ma che in qualche modo addestrino anche la componente innata del sistema immunitario, quella che risponde in modo immediato e non specializzato a un potenziale pericolo per l’organismo. L’immunità innata addestrata delle persone vaccinate entrerebbe in azione più rapidamente producendo citochine in grado di contenere l’avanzata di diversi patogeni, anche del coronavirus, smorzando gli effetti dell’infezione.

Per i ricercatori ci sono indizi concreti a supporto di questa ipotesi. Netea stesso nel suo ultimo lavoro ha condotto un esperimento in vitro che suggerisce come i vaccini antinfluenzali potrebbero prevenire le infezioni da coronavirus. Con i colleghi ha purificato cellule del sangue prelevate da individui sani e ne ha esposte alcune al vaccino antinfluenzale Vaxigrip Tetra, prodotto da Sanofi Pasteur. Lasciate crescere in laboratorio per sei giorni, ha poi esposto tutte le cellule a Sars-Cov-2. Quello che è emerso è che le cellule vaccinate hanno prodotto più tipi di citochine rispetto alle cellule di controllo.

Limiti e dubbi

Sebbene le evidenze si stiano accumulando, l’esistenza dell’immunità addestrata dai vaccini è ancora un concetto controverso. Lo stesso Netea riconosce che lo studio sugli effetti protettivi del vaccino antinfluenzale contro Covid abbia dei limiti significativi e che non dimostri un nesso di causa-effetto: è possibile che altre variabili di comportamento influenzino la probabilità di contrarre Sars-Cov-2 nelle persone vaccinate contro l’influenza, per esempio una maggiore propensione al rispetto delle regole igieniche.

Per stabilire davvero il tipo di correlazione servono studi clinici di popolazione in cui al gruppo di controllo venga impedita la vaccinazione antinfluenzale. Forse così avremmo una risposta certa, dicono gli esperti, ma allo stesso tempo andremmo incontro a problemi etici.

Non si può dunque consigliare alle persone di vaccinarsi contro l’influenza per proteggersi dal coronavirus perché non si sa se sia davvero così, sottolineano gli esperti, ma come minimo sarebbero protette dai virus influenzali – che soprattutto di questi tempi non è male.

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