Cosa dicono gli ultimi sondaggi pre-elezioni presidenziali degli Stati Uniti

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(foto: Patrick T. Fallon/Bloomberg via Getty Images)

Manca meno di una settimana all’Election Day del 3 novembre, il giorno in cui si deciderà chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Più di 74 milioni di voti sono già stati espressi dai cittadini (di persona o per posta) attraverso il cosiddetto early voting, cioè la possibilità di votare anticipatamente garantita dalla maggior parte degli stati federali a chi si troverà impossibilitato a recarsi alle urne martedì prossimo (degli ostacoli che gli elettori statunitensi si trovano regolarmente ad affrontare nelle votazioni abbiamo già parlato qui).

Nelle ultime settimane si è continuato a parlare molto cautamente di sondaggi (che spesso negli Stati Uniti si sono rivelati fuorvianti, come nel caso per eccellenza: le presidenziali del 2016). Quest’anno, oltretutto, alle variabili si è aggiunto l’elemento estremamente imprevedibile del voto via posta, stabilito per evitare assembramenti durante la pandemia di Covid-19, che dipende da un servizio postale che continua a segnalare ritardi nella consegna delle schede. Eppure, secondo quanto riportato dal New York Times, i sondaggi parlano chiaro: oggi il candidato democratico Joe Biden è più che mai in testa rispetto all’incumbent repubblicano Donald Trump nella maggior parte degli stati federali. Sì certo, anche Hillary Clinton lo era nel 2016, obietterete voi: quest’anno però è diverso.

Qual è il margine di errore nei sondaggi per queste elezioni presidenziali? Sempre secondo gli esperti del Times, molto poco. Nel 2016, i sondaggi mancarono di rilevare la caduta dell’allora candidata democratica Hillary Clinton dopo il dibattito finale contro Trump e il leak delle sue mail private, tenendo conto principalmente dei dati riscontrati a due o tre settimane dall’Election Day. Come spiega il giornalista Nate Cohn, gli ultimi rilevamenti “raccontano una storia molto chiara”: per le presidenziali di quest’anno i sondaggisti hanno dovuto ovviamente fare i conti con la possibilità di un ribaltone. Ma il risultato parziale, arrivati al 29 ottobre, è: Biden vincerebbe anche se i sondaggi fossero sbagliati come quattro anni fa. Questo perché – adduce Cohn, che si occupa di dati politici per il quotidiano di New York – siamo già oltre la fase in cui l’errore statistico può giocare un ruolo più imponente e lasciare spazio a scostamenti eclatanti (quella precedente gli ultimi giorni, quando gli elettori devono ancora decidere come votare: una procedura peraltro complicata dalla pandemia, come detto).

Nelle elezioni statunitensi – e non solo – i sondaggi diventano più accurati man mano che si avvicina l’Election Day. Secondo Cohn, quindi, il presidente Trump ora se la caverebbe un po’ peggio nello scenario se i sondaggi fossero sbagliati come quattro anni fa, poiché ha quasi esaurito il tempo per mostrare l’errore dei sondaggi come risultato di un cambiamento repentino dell’opinione pubblica.

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