Trump vs Biden: i possibili effetti dell’Election Day sui programmi spaziali

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A pochi giorni dalle elezioni presidenziali negli Stati Uniti è utile chiedersi se e come il responso delle urne influirà sui programmi spaziali. Quali saranno le conseguenze extraterrestri dell’eventuale riconferma di Donald Trump o della vittoria di Joe Biden? Anche per chi non sia interessato al settore, la questione è cruciale: anzitutto per la centralità strategica dello spazio, che oggi non solo accorpa l’eccellenza tecnico-scientifica di un paese, ma sempre di più ne traduce la capacità di tutelare la sicurezza nazionale, di monitorare le emergenze ambientali e i cambiamenti climatici, di migliorare le comunicazioni, l’agricoltura, la gestione del traffico e la salvaguardia dei beni culturali, non ultimo di supportare l’economia, spesso accelerandone lo sviluppo. Lo spazio ha infatti uno dei ritorni più alti in termini di investimento industriale e creazione dei posti di lavoro.

In secondo luogo, è il peso statunitense nella stragrande maggioranza dei programmi spaziali (in essere e imminenti) a fare dell’Election Day un appuntamento centrale. Sebbene il panorama internazionale vada rapidamente cambiando, soprattutto per l’ascesa repentina di paesi come Cina e India, gli Stati Uniti ne rimangono i leader mondiali, sia in quanto a storia e investimenti, sia per l’avanzata capacità di coinvolgere l’imprenditoria privata, un modo di “fare spazio” che ne sta riscrivendo le regole. Detto altrimenti, è agli Stati Uniti che sono legati gli interessi e le attività di tanti altri paesi, Italia compresa, come hanno ribadito le adesioni agli Artemis Accords dello scorso 13 ottobre.

Alla luce di queste valutazioni, conviene addentrarsi fra le ambizioni spaziali rese note da Trump e Biden.

30 maggio 2020: il presidente Donald Trump tiene un discorso al Kennedy Space Center poco dopo il lancio della missione Demo 2 di SpaceX (Foto: Mandel Ngan/Afp/Getty Images)

L’attenzione spaziale dell’attuale inquilino della Casa Bianca è fra i suoi cavalli di battaglia. In meno di quattro anni Trump ha prodotto cinque Space Policy Directives, rivitalizzato il National Space Council, l’ente deputato alla regolamentazione di tutte le attività del settore, fondato la Us Space Force e incentivato un nuovo multilateralismo negli affari extra atmosferici. Solo nel 2020, la sua amministrazione ha formulato gli Artemis Accords, aperto il programma Human Landing System e lanciato la Space Policy Directive-5 dedicata alla cybersecurity.

Beninteso, stabilire se e quanto Trump abbia davvero a cuore le imprese spaziali è superfluo, perché è indubbio ne cavalchi la portata strategica e comunicativa, soprattutto in seno all’opinione pubblica nazionale. Tant’è, il sogno trumpiano di “rifare grande l’America” culmina con un nuovo passo sulla Luna entro il 2024, data non a caso coincidente con l’eventuale termine del secondo mandato. Se l’ambizione più spudorata di Trump è quella di essere ricordato come il migliore presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto, sarà bene che parte della memoria sia legata all’aver permesso alla prima americana di mettere un piede là dove solo 12 uomini l’hanno già fatto. Non è un caso che in questo, anche contro il parere di un Congresso più sensibile alle voluttà marziane, si siano giocati il totale supporto di Trump alla Nasa e al programma Artemis, la controversa nomina di Jim Bridenstine alla guida dell’ente spaziale – il primo “politico puro” in una tradizione di scienziati e astronauti – e la plateale volontà di coinvolgere i privati nei prossimi passi oltre l’atmosfera, con sbandierato entusiasmo per ogni successo di Elon Musk o Jeff Bezos, ma anche con ordini esecutivi orientati a stimolare interessi commerciali “terzi” in ogni futura impresa cosmica. Che l’idea di aprire il settore ai privati fosse di Barack Obama non nega che Trump l’abbia assecondata con tenacia e successo.

Da non sottovalutare poi, soprattutto se dovesse vincere Biden, la percezione strategico militare dello spazio secondo Trump: da lui fortemente voluta, la Space Force è stata fondata il 20 dicembre del 2019. Nemmeno un anno dopo, sono già molte le attività sotto il controllo della nuova forza armata dell’esercito statunitense, ma sarà nel 2021 che inizieranno le prime grosse assunzioni e si concretizzerà la maggior parte delle acquisizioni hardware.

Il candidato presidenziale del Partito democratico, Joe Biden, durante il discorso del 12 marzo 2020 a Wilmington, Delaware. (Foto: Drew Angerer/Getty Images)

I trascorsi spaziali di Joe Biden sono decisamente diversi. Almeno all’apparenza: nei suoi circa 35 anni di carriera da senatore, le occasioni in cui Biden si è ufficialmente espresso su tematiche extraterrestri sono sei. Coincidono con due emendamenti (votati all’unanimità) relativi a commemorazioni per i disastri degli space shuttle Challenger e Columbia, con altri due emendamenti, non approvati, contro i test di armi antisatelliti, con un atto di pagamento alla Russia per interventi manutentivi sulla Stazione spaziale internazionale e con un emendamento (approvato) per l’emissione di monete commemorative del cinquantennale della Nasa. La sostanza non cambia se si considerano gli otto anni di Biden da vice di Obama, che in ambito spaziale sono perlopiù ricordati per la cancellazione del programma “Constellation”, che approvato dall’amministrazione Bush prevedeva il ritorno sulla Luna non oltre il 2020, e per l’inaugurazione del Commercial Crew Program. La paternità di quest’ultimo è stata timidamente rivendicata da Biden proprio mentre Trump festeggiava lo scorso 30 maggio il ritorno ai lanci umani da Cape Canaveral.

Questa disattenzione ha però una spiegazione semplice: negli Stati Uniti i senatori lavorano soprattutto su leggi ed emendamenti che favoriscano lo stato di cui sono rappresentanti. Il Delaware, territorio elettivo di Biden, non ospita distretti aerospaziale. È quindi normale che gli interessi spaziali di Biden si siano espressi di rado.

La Crew Dragon di SpaceX, frutto dell’apertura del settore spaziale all’imprenditoria privata (foto: SpaceX/Nasa)

A onore del vero né la campagna di Trump né quella di Biden sono state incentrate sullo spazio” commenta Henry Hertzfeld, docente di Politica spaziale e affari internazionali, nonché direttore dello Space Politcs Institute della Elliot School of International Affairs. “Quando si ripercorre la storia del programma spaziale – aggiunge – ci si accorge che è stato perlopiù apolitico e che i suoi sviluppi sono prevedibili nel corso del tempo. Per questo sono convinto che la volontà di andare sulla Luna rimanga e che a prescindere da chi sarà il prossimo presidente la maggior parte dei programmi sarà confermata. Non escludo che la scadenza del 2024 potrebbe non essere più un obiettivo politico, ma il fatto che abbiamo ancora questo programma testimonia la volontà di procedere”.

La sentenza delle urne non avrà quindi impatti significativi sul futuro spaziale degli Stati Uniti e del mondo? “È prevedibile ci sarà meno fretta nel raggiungere tappe come il ritorno sulla Luna, ma anche oggi, con Trump, il Congresso non sta correndo per incrementare i fondi. Il traguardo lunare sarà mantenuto, ma non assecondato come è stato richiesto. Ciò che potrebbe cambiare sarà la priorità accordata ad alcune missioni scientifiche di osservazione della Terra, per esempio quelle dedicate al monitoraggio climatico. Le amministrazioni democratiche sono tradizionalmente più sensibili nei confronti di quanto accade qui. Con Biden la salvaguardia della vita sul nostro Pianeta potrebbe riacquistare centralità, ma non mi aspetto cambiamenti radicali per quanto riguarda l’esplorazione”.

Che un cambio di timone alla guida degli Stati Uniti possa avere poco impatto sui programmi spaziali è parere condiviso anche da questa parte dell’Oceano. A crederlo non è solo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo spazio, Riccardo Fraccaro – “chiunque si troverà a governare gli Stati Uniti non potrà sottovalutare la valenza del programma Artemis e delle partnership strategiche come quelle con l’Itala” ha di recente dichiarato a Forbes – ma anche chi, all’economia spaziale, dedica un lavoro di osservazione costante: “L’unico problema imprevisto potrebbe riguardare il budget del governo federale, necessariamente a confronto con la gestione della pandemia – spiega Andrea Sommariva, docente alla Bocconi di Milano e fondatore dello Space Economy Evolution Labcirca il resto, Artemis e il Lunar Gateway non sono solo programmi condivisi, coinvolgono già altre nazioni”.

Luna
Le fasi del programma Artemis per il ritorno sulla Luna (immagine: Nasa)

“Bisogna ricordarsi di un fatto importante: l’industria aerospaziale negli Stati Uniti conta e continuerà a pesare molto anche nelle decisioni di una eventuale nuova amministrazione. L’unica vera differenza sarà nell’approccio con i paesi esteri: mentre Trump sosterrà sempre l’approccio America first, Biden potrebbe essere più orientato a trattati multilaterali e a collaborazioni internazionali, anche capaci di ridurre i costi per gli Stati Uniti”.

Modi e dettagli più che differenze sostanziali, sebbene, come ricorda sibillino Hertzfeld “è nei dettagli che si nasconde il diavolo”. Il detto, garantisce il professore, vale anche oltre l’atmosfera.

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