Sf8, l’antologia della fantascienza coreana che evoca Black Mirror

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Generalmente definita la Black Mirror asiatica, Sf8 è l’antologia della fantascienza coreana in otto episodi presentata al Trieste Science+Fiction Festival 2020. Ciascun capitolo è, pertanto indipendente dagli altri e diretto da un regista differente con un personale punto di vista su quello che è il futuro prossimo – in alcuni casi quasi già il presente – che ci aspetta. In un’edizione del festival che, causa pandemia – si svolge online (su Mymovies, come già i più recenti Far East Film Festival e Korea Film Festival) e che finora ha proposto più buon horror che buona fantascienza, Sf8 è l’anteprima migliore presentata.
In patria l’antologia ha debuttato poche settimane fa su Mbc, il canale della comedy di culto Coffee Prince, che non teme tematiche audaci, almeno nell’ottica di un mondo, quello della tv coreana, dove la messa in scena di sesso e violenza “alla Hbo” e la focalizzazione su argomenti maturi (salvo pochissime eccezioni, valga il caso di World of the Married) è rigorosamente evitata.

Il primo “racconto”, The Prayer è incentrato su un’androide-infermiera programmata per prendersi cura della madre della sua cliente, una donna in coma da più di un decennio. Il software del suo modello le impedisce di occuparsi (e “preoccuparsi”) di altri umani, ma Ho-joong si affeziona alla figlia della donna, Jung-in, ormai distrutta psicologicamente dalla malattia della madre e prossima al suicidio. Ho-joong si avvicina a una suora di servizio alla clinica, sviluppa uno spirito fortemente religioso, e alla fine decide di salvare Jung-in uccidendone la genitrice. È il racconto più bello, narrativamente efficace ed eticamente più provocatorio dell’antologia; colpisce che sia diretto da un regista, Min Kyu-dong, con una filmografia (sua la commedia rosa Antique e i vagamente erotici Five Sense of Eros e The Threacherous, nonché un paio di storie dell’antologia Horror Stories), non specializzato in fantascienza eppure molto più a suo agio e pregnante nei suoi messaggi di chi privilegia questo genere. Toccante e quasi sconvolgente col suo disperato finale (che ricorda chiaramente un episodio, forse il più drammatico, del cartone Capitan Jet – Mars di Osamu Tezuka, il papà di Astroboy), è il primo di altri episodi di Sf8 focalizzati sulle intelligenze artificiali, il loro statuto civile e la possibilità che siano in grado di sviluppare personalità e sentimenti umani.

Blink ha per protagonista Ji-woo, una poliziotta refrattaria alla presenza delle Ai nella sua vita (è una versione al femminile dello Will Smith asimoviano di Io, Robot) costretta a collaborare con un partner virtuale, una Ai impiantata nel suo cervello che proietta un’immagine olografica, quello di un giovane uomo bello, simpatico e capace, visibile solo a lei. Inizialmente scocciata e diffidente, verrà conquistata da Seo-nang e dal suo carattere gioviale, deciso e affidabile, eleggendolo (e per farlo andando anche contro la Legge) a proprio partner prediletto. Blink è un thriller poliziesco che fonde bene azione e osservazioni sull’importanza di avere qualcuno accanto con cui condividere i momenti cruciali della propria vita, ed è forse il più utopico dell’antologia. Questo se si sceglie di non approfondire la riflessione sulla facilità con cui Ji-woo si lascia conquistare dalla familiarità che la programmazione di Seo-nang, perfetto buddy cop da film americano sui poliziotti amiconi, è in grado di simulare magistralmente, in un modo simile a quello narrato in altri k-drama come Holo Love oppure My Absolute Boyfriend.

Manxin e Love Virtually, in un modo che si rifà alla serie coreana di Netflix Love Alarm, mettono in una scena una realtà pressoché identica a quella contemporanea dove una App – la prima in grado di predire il futuro con una precisione prossima al 100%, la seconda capace di accoppiare infallibilmente le persone in cerca di amore – arriva a governare le vite della stragrande maggioranza della popolazione. Affidarsi a un programma che ti libera dalla responsabilità, dall’ansia e dalla paura del fallimento implicite nelle decisioni piccole e grandi di ogni giorno è la consolazione migliore che la tecnologia posso offrire, secondo queste storie. Manxin, in particolare, sceglie come protagonista virtuale una Ai amichevole e tanto benevola nei confronti dell’umanità – un po’ come la “Macchina” di Person of Interest da sacrificare se stessa per il benessere degli uomini, la cui stessa sopravvivenza ed evoluzione è implicita nella capacità di esercitare il libero arbitrio.

Joan’s Galaxy è la Gattaca coreana, ambientata in un mondo dove lo status sociale è determinato dalla longevità. Nello specifico, il mondo è avvolto costantemente dalle polveri sottili (che già perseguitano gli abitanti di Seoul, vaganti per le strade cittadine con le mascherine da molto prima della pandemia) e solo quelli cui è stato somministrato un vaccino – i più ricchi – possono aspettarsi di vivere oltre i trent’anni. La benestante Yio scopre che per un errore amministrativo non è stata vaccinata ed è auspicabilmente prossima alla morte; si avvicina all’unica altra ragazza “not clean” della sua università, Joan, che a differenza dei suoi simili, vive entusiasticamente cercando di sfruttare al massimo il tempo che le resta e addirittura si candida posizioni lavorative in prestigiosi istituti di ricerche che non si sognano neanche di assumere una “paria”. Tra le due nascerà una fortissima e altruistica amicizia destinata a trasformarsi in amore (il che rende probabilmente le due protagonisti la prima coppia lesbica del piccolo schermo coreano, fatemi sapere se sbaglio) in quello che è il racconto più ottimistico (e più simile a San Junipero di Black Mirror) dell’antologia, nonché il più bizzarramente romantico assieme a Baby is Over Outside, curioso mini film catastrofico incentrato su due innamorati che cercano di salvare il mondo da un meteorite con l’ausilio di persone con superpoteri dal finale pittoresco, paradossale e sconcertante.

Sf8 è, nonostante la pluralità delle opinioni dei registi, un’antologia di fantascienza che si discosta, nel complesso, dalla militante distopia che informa il genere in televisione e al cinema. Il futuro terrorizzante che si prospetta nella maggior parte della narrazione di genere degli ultimi anni (anche Star Trek – l’espressione della fantascienza utopica seriale per eccellenza – è ormai inevitabilmente declinata nel pessimismo), a guardare Sf8 sembra una prerogativa occidentale. Sembra che ci siano meno timori, più fiducia e sicuramente meno paranoia nei confronti di quello che l’evoluzione della tecnologia, in particolare delle intelligenze artificiali senzienti (che siano in forma di app, ologrammi, androidi etc) ci porterà.

Siamo già schiavi dei social, delle applicazioni del nostro telefono, delle migliorie alla quotidianità che la modernità ci offre, tanto vale trarne più vantaggi possibili traendone il massimo conforto. Questo suggerisce Sf8; lo fa tutto sommato in modo ottimistico rispetto all’Occidente se non fosse che le applicazioni della tecnologia, per gli autori coreani, oltre a fornirci una vita più comoda, suppliranno anche ai nostri affetti. Un migliore amico olografico, un infermiere fraterno che ti ama più di un vero parente, un’app che fan quello che è meglio per te e così via: questa declinazione dell’evoluzione scientifica – la più confortante secondo i personaggi di Sf8 e i loro autori – a chi scrive palesa la prospettiva più agghiacciante, quella in cui ci si affeziona di più ad Alexa e a Siri che ai propri simili.

Per concludere, un’osservazione generale sulla fantascienza nella Corea del Sud: nonostante sia all’avanguardia a livello tecnologico, non ha mai privilegiato questo genere al cinema (e solo trasversalmente in tv). Curiosamente, il 2020 è l’anno che vede gli autori del Paese cimentarsi con la Sf grazie a una manciata di film e serie hard Sci-fi, come non era mai stato fatto in precedenza: Netflix sta prendendo accordi con i produttori della space opera Victory – Space Sweepers (nel cast Song Joong-ki di Arthdal Chronicles e Richard Armitage di Lo Hobbit) per la distribuzione internazionale, e sempre Netflix produce Sea of Silence, action militaresco ambientato sulla Luna con il Gong Yoo di Train to Busan anche protagonista di Seobok, il prima film coreano incentrato sul tema della clonazione in uscita in patria a dicembre.

Non nascondiamo che avremmo apprezzato se il festival triestino avesse dedicato una rassegna alla SF coreana proprio in virtù di queste uscite presentando queste anteprime, ma l’inserimento nel programma di Sf8 è comunque una scelta interessante.

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