Le 4 cose che ci insegna la storia di Ant sul fintech in Cina

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Ant Group (foto Ant)
Ant Group (foto Ant)

Più sensazionale della quotazione in Borsa più grande della storia c’è solo il blocco della quotazione in Borsa più grande della storia. Giovedì 5 novembre Ant Group, la più importante piattaforma fintech della Cina, legata al colosso dell’ecommerce locale, Alibaba, avrebbe dovuto debuttare sui listini di Hong Kong e Shanghai con un’offerta pubblica iniziale (Ipo) stimata intorno ai 37 miliardi di dollari. Un’operazione titanica che avrebbe fatto retrocedere al secondo posto quella altrettanto rilevante della compagnia petrolifera Saudi Aramco dell’anno scorso (25,6 miliardi di dollari) e al terzo la stessa Alibaba (25 miliardi nel 2014). Gli analisti prevedevano che, dopo l’Ipo, Ant avrebbe potuto raggiungere i 450 miliardi di valutazione, contro i 150 che le erano stati attribuiti all’ultimo round di finanziamento nel 2018.

È una storia al condizionale, quella della quotazione dei record di Ant. Perché sono bastati una frase di troppo del suo fondatore, Jack Ma, uno dei principi della tecnologia del Dragone, ex insegnante di inglese che nel 1999 ha fondato il corrispettivo cinese di Amazon, Alibaba, e una convocazione che non si può rifiutare da parte delle autorità finanziarie della Repubblica popolare per rimettere nel congelatore il boccone più ambito del 2020. Secondo il Financial Times, ci potrebbero volere fino a sei mesi perché Ant Group torni in pista con l’Ipo. E sarà una Ant molto diversa da quella che si apprestava a sbancare la lotteria in Borsa, perché nel frattempo sono cambiate le regole del gioco.

Il presidente cinese Xi Jinping (foto Afp)
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Afp)

1. Chi comanda a Pechino

È stata una critica alle condizioni interne del mercato finanziario, espressa durante un summit a Shanghai, ad aizzare contro Mao laoshi i regolatori. Poche ore prima di convocare Jack Ma, la banca centrale del Paese, la People’s Bank fo China (Pboc), e l’autorità di controllo di banche e assicurazioni, la China banking and insurance regulatory commission (Cbirc), hanno diffuso la bozza di un regolamento che marca stretto il microcredito online. Settore in cui prosperano Huabei e Jiebei, due dei marchi della scuderia di Ant, la cui natura ibrida, di piattaforma digitale e banca a tutti gli effetti, ha prestato il fianco alla  mossa dei mandarini di Stato.

La manovra è squisitamente politica. “Ancora una volta il partito (comunista cinese, ndr) ha ricordato a tutti gli imprenditori privati che, per quanto ricchi e potenti possano essere, può togliere il tappeto sotto i loro piedi in ogni momento”, è stato il commento di Bill Bishop, autore di una newsletter che si occupa di Cina, Sinocism. Il governo di Xi Jinping, che aspira a diventare il nuovo Mao Zedong, può permettersi il lusso di mandare a monte una delicatissima operazione finanziaria, con tutte le conseguenze del caso (il South China morning post calcola che Ant deve rimborsare 167,7 miliardi di dollari agli investitori, mentre le azioni di Alibaba hanno perso quota) pur di riaffermare il suo assolutismo. Peraltro, a causa del terremoto, Jack Ma ha visto andare in fumo circa 3 miliardi del suo patrimonio, perdendo così lo scettro di uomo più ricco in Cina.

Pagamenti con la piattaforma cinese Alipay
Pagamenti con la piattaforma cinese Alipay

2. La lepre del fintech

Acclarato che “Unum castigabis, centum emendabis” è un adagio sempre attuale ai piani alti del Partito comunista cinese, il congelamento dell’Ipo di Ant mette in luce altre criticità del sistema finanziario del Dragone. Il primo è che Pechino non ha ancora fatto del tutto i conti con un’industria del fintech prospera come in nessun altro al mondo. “I cinesi sono passati dal contante alla carta di credito digitale, saltando il “pezzo di plastica””, rileva Sandro Camilleri, presidente di Matica Fintec, società novarese specializzata in pagamenti digitali. A maggio si è aggiudicata la fornitura per 301 unità tecnologiche installati dalla Bank of China, uno dei più importanti istituti del paese, in chioschi che fungono da sportelli digitali.

Oggi nel paese “il fintech cresce a livelli elevatissimi, più che nel resto nel mondo”, dice Camilleri. Un dato su tutti: nel 2020 Statista stima che i pagamenti digitali in Cina muoveranno oltre 2.300 miliardi di dollari di transato, più del doppio degli Stati Uniti, con una crescita del 32% anno su anno e 901 milioni di utenti. In una settimana il test del digital yuan a Shenzhen, stando al South China morning post, ha messo in moto 1,3 milioni di dollari di spesa. E il digitale accorcia le distanze non solo nelle affollate metropoli, ma anche nella sconfinata Cina rurale. “In Cina c’è una grande tradizione di gioco e scommesse, che ha interazioni simili a quelle del fintech – osserva Camilleri -. Questi chioschi a cui abbiamo lavorato consentono di fare a schermo il 99% delle operazioni che facciamo a sportello. La Bank of China li sta ha installati in zone di passaggio, come piazze e stazioni”. Epicentri della vita quotidiana anche nella vita rurale, utili a bancarizzare anche quel mondo.

Il problema è che persino nella Cina guidata a suon di piani quinquennali la tecnologia riesce a correre più veloce della legge. E la sortita di Ma ha messo il dito nella piaga di un sistema bancario ancora arretrato e fragile. Secondo la Pboc, a settembre nel Dragone operavano 7.227 aziende di micro-credito, con impieghi per 135 miliardi di dollari.

Come ricordano Ivan Franceschini e Nicholas Loubere sull’ultimo numero di Wired Italia, il famigerato sistema del credito sociale in verità “punta a creare un metodo di stima e categorizzazione del credito che faciliti la valutazione del rischio da parte di istituzioni finanziarie e, complementarmente, promuova l’inclusione nell’economia formale”. E proseguono: “La differenza con i sistemi di valutazione creditizia esistenti altrove è che la versione cinese si propone di attingere da una quantità di dati molto più ampia, tratta tanto dalla sfera economica quanto da quella sociale (anche se non è chiaro fino a che punto). Tuttavia, è una differenza più di grado che di sostanza”. “Il fintech è una sfida che obbligherà le banche cinesi a darsi una mossa, dato che in effetti sono state una delle componenti meno dinamiche. Lo vedo come un fattore positivo”, commenta Mario Boselli, presidente della Fondazione Italia-Cina.

Il fondatore di Alibaba, Jack Ma (Getty Images)
Il fondatore di Alibaba, Jack Ma (Getty Images)

3. Una doppia natura

Strettamente legata a questa doppia velocità è la natura ibrida delle piattaforme digitali. Problema che non si pongono solo i regolatori in Cina. In cosa differisce Ant Group, che con Alipay gestisce borsellini virtuali, con Yu’e Bao amministra i risparmi, via Huabei fa credito al consumo e con My Bank ha aperto la prima banca totalmente online in Cina, da un tradizionale istituto bancario? “Ant è diventata una grande banca anche per un grande Paese come la Cina”, chiosa Boselli.

In un certo senso, niente di più e niente di meno di quanto ha fatto nel 2017 la Corte di giustizia europea, sentenziando che Uber è pur sempre una società di trasporti. O di quando l’annuncio di una valuta digitale promossa da Facebook, Libra, ha fatto suonare gli allarmi negli uffici delle autorità finanziarie globali. Quel che differisce sono i metodi. Bruschi, quasi ad personam, come evidenzia Linkiesta. A cominciare dall’inchiodata imprevista a poche ore dalla quotazione. “C’era un disallineamento tra le norme a cui devono sottostare le banche e a cui queste realtà sfuggono, quindi dal punto di vista istituzionale ha giocato un intervento su certi parametri, anche a tutela dei consumatori”, aggiunge Boselli.

Certo queste nuove regole cambieranno il volto alla Ant che si presenterà in Borsa, perché, commenta Giuliano Noci, prorettore del Politecnino di Milano per il polo cinese, Pechino “non può permettersi di non portare a casa un risultato così importante, l’operazione è solo rimandata”. Il peso del ramo credito è sempre più importante nel bilancio di Ant. A giugno il gruppo ha raggiunto i 2.154 miliardi di renminbi di transato (contro i 647 dell’intero 2017). Mentre l’intero bouquet di prestiti, assicurazioni e gestione degli investimenti a giugno pesava per il 63,4% sui ricavi di Ant, con 45 miliardi di renminbi, in netta crescita rispetto al 55,7% dello stesso periodo del 2019.

Le nuove regole sul microcredito pongono un tetto di 300mila yuan a persona e fino a un milione per le imprese. Secondo il South China morning post, questi limiti dovrebbero impattare limitatamente sugli affari di Ant, che attraverso Huabei e Jiebei eroga prestiti piccoli. Al contrario, secondo il Financial Times, il colosso fintech sarà costretto a correre ai ripari. Oggi copre appena il 2% dei suoi prestiti, appoggiandosi a banche e altri finanziatori e fungendo da piattaforma di incontro tra domanda e offerta. Ma se le toccherà comportarsi da istituto di credito a tutti gli effetti, secondo la società di analisi di mercato Morningstar, Ant dovrà comporre un materasso di 540 miliardi di renminbi per controbilanciare i 1.800 miliardi prestati. E ci saranno riflessi sulla sua futura Ipo.

La Borsa di Shanghai (Johannes Eisele/Afp/Getty Images)
La Borsa di Shanghai (Johannes Eisele/Afp/Getty Images)

4. Biglietto da visita

Certo un’azienda che l’anno scorso ha movimentato 17mila miliardi di dollari in pagamenti digitali, 24 volte quelli di Paypal ricorda il Financial Times, resta un investimento appetibile anche se tornasse sulla piazza senza la corona di quotazione più grande della storia. E più in generale, osserva Noci, “gli investitori hanno bisogno della Cina perché è un grandissimo mercato anche dal punto di vista finanziario. Le merchant bank che incontro hanno aumentato il loro interesse per la quota che la Cina riveste nei loro bouquet di investimenti”. Alla faccia del boccone che gli è andato di traverso.

Il Dragone stesso sta schierando tutte le sue armi per soddisfare le ambizioni di “consolidare all’interno i pagamenti digitali e di accelerare il processo di convertibilità dello yuan, perché sia una moneta sempre più internazionale”, aggiunge Noci. Ha investito in una tecnologia simile alla blockchain sotto il pieno controllo dello stato. Sta sperimentando su larga scala, prima tra le nazioni, il suo yuan digitale. Alla Borsa di Shanghai ha debuttato un listino gemello del Nasdaq, lo Star, per riportare a casa i titoli tecnologici quotati all’estero, sorvegliare i suoi campioni e sottrarli ai lacci delle autorità straniere.

Al Quinto Plenum del Partito, come ricorda il Manifesto, Xi Jinping ha fissato come nuova parola d’ordine la doppia circolazione. Detto in parole povere: insistere di più sui consumi interni. È quello che riconosce anche Camilleri di Matica: “Per noi oggi la Cina rappresenta un 10-15% del fatturato, ma in forte crescita”. Per il fintech, insomma, il futuro è a Oriente.

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