Covid-19 sta peggiorando l’accesso all’aborto in Italia e in Europa

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(foto: Getty Images)

Dall’inizio della pandemia di Covid-19 nel 2020, le donne di tutta Europa stanno incontrando nuovi ostacoli per accedere ai servizi per l’aborto, difficoltà che si sommano ad altre esistenti già prima di questa crisi sanitaria. Nell’ultimo mese, ha fatto molto clamore sui media internazionali il caso emblematico della Polonia, dove una nuova sentenza del tribunale (ora sospesa) rischia di introdurre un divieto quasi totale di aborto nel paese fortemente cattolico. Ma la Polonia non è l’unico stato europeo che sta rendendo la vita difficile alle donne: le helpline per l’aborto in tutta Europa hanno segnalato una maggiore domanda per i loro servizi, poiché le nuove restrizioni anti Covid-19 si aggiungono agli ostacoli che molte donne devono affrontare normalmente per accedere all’aborto.

Numerose Ong che operano nel settore hanno riferito all’agenzia stampa Reuters delle difficoltà incontrate dalle donne per ottenere appuntamenti medici nei sistemi sanitari pubblici, sopraffatti dalle infezioni di coronavirus, e per sfuggire a partner violenti e controllanti, a causa dei lockdown. Nei paesi in cui l’aborto è altamente limitato o addirittura proibito – come Polonia e Malta – le donne si sono trovate impossibilitate a recarsi all’estero per interrompere le gravidanze indesiderate, poiché la pandemia ha spesso cancellato voli e chiuso confini. Anche l’invio di pillole abortive per posta – una pratica comune per le organizzazioni che aiutano le donne in luoghi dove le restrizioni anti-aborto sono molto limitanti – è diventato difficile, perché negli ultimi mesi i pacchi hanno impiegato settimane per essere consegnati.

Marie Stopes International, un’organizzazione senza scopo di lucro che fornisce servizi di contraccezione e aborto, ha stimato che circa 2,7 milioni di aborti non sicuri in più si verificheranno in tutto il mondo a causa delle difficoltà del servizio sanitario. “La pandemia ha avuto un impatto sulla salute riproduttiva nel suo complesso, perché non è considerata una priorità”, ha sostenuto a Reuters Teresa Bombas, una delle più famose ostetriche del Portogallo. 

Nel panorama internazionale, anche l’Italia non è da meno: secondo quanto rilevato da una ricerca di Human Rights Watch nel luglio del 2020, “l’inerzia del governo ha lasciato donne e ragazze di fronte ad ostacoli evitabili nell’accesso all’aborto in Italia durante la pandemia Covid-19, mettendo a rischio la loro salute e la loro vita”. Una ricerca che l’ong per i diritti umani ha presentato allo stesso ministero della Salute italiano attraverso una lettera, a cui non ha ricevuto nessun commento in risposta.

Le difficoltà delle donne italiane sull’aborto

La legge 194 del 1978 permette l’aborto per qualsiasi ragione nei primi 90 giorni della gravidanza. Solo altri tre stati in Europa hanno un termine legale più breve per l’aborto su richiesta. Molte donne possono non rendersi conto (o avere la conferma) di essere incinte fino alla fine del primo trimestre, alla dodicesima settimana. 

Tuttavia, la legge 194 prevede dei requisiti che Human Rights Watch definisce senza dubbio “gravosi” per portare a termine la procedura nei tempi richiesti, tra cui un’attesa di sette giorni e una consulenza obbligatoria “per aiutare [la donna] a rimuovere i fattori che la porterebbero alla interruzione della gravidanza”. Il sito internet del ministero della Salute, d’altronde, indica che “l’obiettivo primario della legge [194, ndr] è la tutela sociale della maternità e la prevenzione dell’aborto”. Inoltre, sempre dalla legge 194, è prevista per i medici la possibilità di rifiutarsi di praticare l’Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) sulla base di una “obiezione di coscienza”, a meno che la vita della donna si trovi in “imminente pericolo”. 

Nonostante l’Ivg rientri fra le pratiche garantite e gratuite della salute riproduttiva delle donne italiane, pertanto, nel 2018 il 69% dei ginecologi e il 46% degli anestesisti a livello nazionale si dichiaravano obiettori. In un quarto del territorio nazionale si raggiungevano picchi anche dell’80% e del 60%, rispettivamente. La legge 194 obbligherebbe le autorità a far rispettare l’adempimento delle richieste legali di aborto (anche attraverso la ricollocazione del personale, se necessaria), specificando che gli operatori sanitari non possono negare cure pre o post-aborto. Eppure, secondo Human Rights Watch, queste misure non sono sostenute o applicate.

A questo quadro già di per sé ostico per le donne, negli ultimi mesi, si sono aggiunti anche gli ostacoli provocati dalla pandemia di Covid-19. Trovare i servizi medici necessari entro i tempi previsti dalla legge 194 è diventato ulteriormente complesso: spesso, donne e ragazze si ritrovano a dover effettuare visite in molteplici strutture, in Italia o all’estero – con tutti i divieti e le restrizioni di viaggio previsti per contrastare la pandemia.  Nel corso dell’ultimo anno, alcune strutture in Italia hanno sospeso i servizi sanitari per l’aborto o hanno riassegnato personale ginecologico ai reparti dedicati al Covid-19. Ospedali e cliniche hanno spesso mancato di fornire alle pazienti le informazioni necessarie sui servizi abortivi disponibili durante la pandemia. 

Inoltre, diversamente da altri governi europei (come quello britannico), le autorità italiane non hanno adottato misure per facilitare l’accesso all’aborto farmacologico, un metodo giudicato più sicuro ed efficace di quello chirurgico anche dall’Organizzazione mondiale per la sanità (Oms). L’aborto farmacologico in Italia è legale solo fino alla settima settimana di gravidanza – quando alcune donne potrebbero ancora non sapere di essere incinte – e le linee guida nazionali richiedono sia somministrato nel corso di un ricovero di tre giorni; mentre secondo l’Oms, al contrario, è una procedura che potrebbe essere tranquillamente autogestita dalle donne a casa propria fino alla dodicesima settimana di gravidanza.

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