Il talento del calabrone, finalmente un thriller italiano moderno!

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Lo sforzo di film come Il talento del calabrone non va sminuito in nessuna maniera. Non sono solo degli onesti film di genere, girati con gran mano e mestiere, ma tentativi difficilissimi di costruire qualcosa di buono là dove non c’è niente, di raggiungere le altezze giuste senza montare sulle spalle di nessuno. Giacomo Cimini dirige e scrive assieme a Lorenzo Collalti una storia e un intreccio molto semplici e diretti, basandosi su uno scheletro che il cinema americano ci ha insegnato a conoscere bene. Non è quindi troppo complicato immaginare questa trama di un uomo per bene che irrompe telefonicamente nella diretta di una radio annunciando attentati (che poi perpetra) e minacciandone di ben peggiori se non fanno quel che vuole lui, tenendo tutti incollati in un gioco di misteri e svelamenti telefonici. Complicato è farlo con serietà in un contesto al 100% italiano, costruendo da zero una via nostra ad un genere che non conosciamo.

Questo film così cittadino è, una volta tanto, davvero fondato sul concetto di metropoli. In questo senso sceglie benissimo la città più moderna d’Italia e la mostra da subito in questa chiave. La prima inquadratura è un volo aereo su Milano di notte: neon, traffico, luci stradali, densità, è notte ma pare giorno per quanto è viva. Non c’è niente di tradizionale e tutto di internazionale, anche il contrasto e la saturazione forte dell’immagine parlano una lingua che fa pensare effettivamente possa accadere una storia moderna di genere. Questa storia di grattacieli è tutta ambientata nello studio di una radio (radio 105) dove un dj riceve tra le molte chiamate quella di un uomo che minaccia e pretende. L’esplosione di un piano di un altro grattacielo dimostra la verità delle sue minacce, e attira in radio un colonnello dei carabinieri per condurre le trattative. Ma l’uomo ha un altro obiettivo, vuole giocare e vuole dimostrare qualcosa al dj.

Il talento del calabrone, va detto subito, non è perfetto. Tecnicamente è impeccabile ma alcuni snodi della sceneggiatura sfociano nell’eccessivamente retorico e alcuni ruoli funzionano poco, soffre insomma un po’ dell’impreparazione della nostra industria a fare un thriller serio e vero, senza ironia e senza strizzate d’occhio. Perché questo secondo film di Giacomo Cimini ha l’arroganza benedetta di rifiutare la solita via, quella dell’ammissione dell’inadeguatezza ai modelli statunitensi, il prendersi un po’ in giro per avere la benevolenza degli spettatori tramite un po’ di umorismo che sdrammatizzi l’intreccio convenzionale. Insomma non dice “vogliamo fare gli americani, però in fondo siamo italiani, che ci volete fare?”, anzi! Si pensi solo alla difficoltà di trasformare i carabinieri nelle figure richieste dal genere, cioè una forza dell’ordine dura ed efficiente, simile ai corpi speciali della polizia americana, senza soccombere sotto i colpi di un immaginario televisivo che ce li fa suonare tra il ridicolo e il provinciale.

A gestire tutti i tempi per fortuna è Sergio Castellitto, vero attore internazionale, capace di creare un villain perfettamente in linea con il genere (quindi basato su omologhi statunitensi) ma al tempo stesso profondamente italiano. La sua interpretazione dà una credibilità italiana eccezionale ad una figura che nasce all’estero, centra perfettamente la missione, la profondità e il sentimentalismo della figura, rendendo credibile la follia del gesto. È un cliché il suo, il cattivo molto erudito dai gusti sofisticati, incattivito da qualcosa che è accaduto e pronto a distruggere la società, e ci vuole un attore vero per trasformare il cliché in umano, in armonia con la convenzionalità del resto del film. Perché convenzionale lo è totalmente Il talento del calabrone, dopo pochi minuti riconosciamo il modello, riconosciamo le aspirazioni e la tipologia di film cui appartiene (la stessa di In linea con l’assassino, per fare un esempio, ma anche le prime parti di Speed o Die Hard 3). E questo non vuol dire che non possa essere buono o (addirittura) avere qualcosa di proprio da dire.

Purtroppo non si può dire lo stesso di Anna Foglietta, l’altro lato della medaglia del film. Il colonnello dei carabinieri che interpreta è pensato e disegnato bene, con un character design dai contrasti forti, da fumetto (arriva in abito da sera sexy perché la notizia la coglie in un evento sociale ma indossa subito anfibi e fondina ascellare) eppure non riesce mai a centrare il tono giusto con la recitazione. Se Anna Foglietta nelle commedie sa perfettamente come muoversi, sa come recitare le battute e come dosare enfasi e understatement, qui sembra sbagliare tutto. In bocca a lei i dialoghi sanno di doppiaggese (quella lingua inventata dal doppiaggio fatta di frasi che nessuno direbbe nella vita vera come: “ti faccio saltare le cervella”) e ogni intenzione suona falsa. È anche il personaggio più difficile, il buono con una coscienza, e non ci sono molti esempi nel nostro cinema di ruoli simili. Crearlo da zero non era semplice e se non si ha una gran conoscenza dei modelli stranieri è forse quasi impossibile.

Dunque per quanto Il talento del calabrone ovunque sarebbe il massimo del convenzionale, per noi invece è un alieno benvenuto. Al contrario dei tentativi che abbiamo visto in questi anni di girare storie simili è un film preciso nell’intreccio, molto plausibile (dando per assodato lo spunto di fantasia iniziale ovviamente) e addirittura dotato di fondamenta informatiche di ferro. Tutto quel che viene detto su tecnologia è informato e corretto, nessuno ne parla come fosse arabo, non c’è il personaggio nerd a cui è affidato il compito di spiegare cosa succede ma le questioni tecnologiche sono materia di lavoro ordinario dei personaggi. Addirittura viene rievocato Stuxnet (!), uno dei worm informatici più noti e importanti di sempre, un vero pezzo di storia.

Infine, senza fare spoiler, la grande rivelazione finale porta con sé una vera anima originale e tutta nostra. La sovrapposizione che ci sarà tra come è stato realizzato questo film (tutto in una stanza con green screen ed effetti visivi perfetti che nascondono se stessi) e quello che viene scoperto nella trama, proietta questo piccolo film di genere in una conversazione più grande sul vero e il falso, su quello che crediamo e la maniera in cui la tecnologia contemporanea che viene usata per mettere in scena i film sia poi la stessa spesso di chi minaccia e attenta alla sicurezza. È un corollario della realtà in cui viviamo, quella della post-verità: la sempre maggiore fallacità di quel che vediamo. È il discorso di Spider-man: Far From Home ed è incredibile che un film italiano lo riprenda e lo faccia proprio.

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