Gunda, la storia (molto vegana) di una scrofa che sta conquistando Hollywood

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A descriverlo sembra quasi la presa in giro del cinema intellettuale. Gunda è un film in bianco e nero senza esseri umani e senza parole, nessuno parla perché i protagonisti sono gli animali e più di tutti una scrofa, chiamata Gunda. In teoria sarebbe un documentario ma nella pratica è qualcosa di un po’ diverso. Sono tutte immagini riprese davvero e non “messe in scena”, sono prive di una trama di finzione, è la vita di questa scrofa in diversi momenti, puntellata con qualche inserto di galline e mucche. Ma è un po’ diverso da un documentario perché finge di essere ambientato in un unico cortile invece sono almeno 3 diversi e in più il bianco e nero, la cura pazzesca per l’estetica e il lavoro sul sonoro (dichiaratamente falso e ritoccato) proiettano tutto su un altro livello che non è quello della documentazione ma quello della trasfigurazione della realtà in qualcos’altro.

Ambizioni altissime ma Gunda si è fatto notare proprio perché è alla loro altezza, fin dal suo esordio alla Berlinale scorsa, cioè a febbraio, e dalla Russia (dove è stato fatto) ha attraversato l’oceano arrivando fino in America. La forza sta tutta nella potenza visiva di questo film sui maiali che è girato come fosse un’epica gigantesca. Anche andandolo a guardare con un’aria smaliziata e senza nessuna sudditanza per lo status che sta raggiungendo è evidente che ci sono un tipo di immagini mai viste prima, cioè mai nessuno aveva ripreso così gli animali della fattoria. Non è quell’estetica pulita e celebrativa di Il nostro pianeta o dei classici documentari naturalistici, è semmai una maniera sentimentale e personale di guardare alla vita quotidiana.

Nella prima scena c’è un po’ tutto. Vediamo la testa della scrofa uscire dalla tana nel cortile e dei rumori non bene identificabili, nell’oscurità della tana c’è qualcosa che si agita. Ci vuole poco per capire che sono dei piccoli maiali. C’è stato un parto, questi sono appena nati e subito andiamo dentro con inquadrature incredibilmente curate e vicinissime a guardare i piccoli che lottano per raggiungere le mammelle. La particolarità sta tutta nella maniera in cui qualcosa di così ordinario e noto, privo di eventi, tenga incollati in virtù della capacità di Viktor Kosakovskiy (il regista) di trovare il punto di vista più accattivante. Alcune informazioni sono nascoste dalla luce e poi si rivelano da sé e su tutto regna un grandissimo gioco sentimentale di vicinanza ai soggetti.

Andando avanti nella visione è infatti sempre più evidente che una gran parte del successo americano e dello status che questo film sta conquistando (se l’è anche preso Neon, società di distribuzione che ha fatto del proprio marchio il simbolo dell’arthouse che piace a tutti distribuendo in America I, Tonya, Parasite, Vox Lux, Honeyland e Borg McEnroe) viene dal suo essere in maniera indiretta una grandissima parabola vegana. Lo stesso Viktor Kosakovskiy sostiene scherzando di essere stato probabilmente “il primo vegano della Russia” e girano anche le classiche leggende metropolitane che vogliono che il 60% della crew che ha lavorato al film sia diventata vegana dopo aver lavorato a Gunda. Il punto sta tutto nell’empatia con la vita animale e in un finale, molto furbo, molto ruffiano ma anche, va detto, molto molto centrato, in cui dopo aver visto per tutto il tempo la scrofa con i figli che crescono accade qualcosa (nulla di cruento, anzi tutto di intellettuale e suggerito) che crea un’empatia fortissima.

Erano anni che Viktor Kosakovskiy cercava di mettere insieme il budget per il film, lo ha fatto a fatica e poi Joaquin Phoenix ha fatto quel discorso ambientalista ritirando l’Oscar che l’ha tramutato nel vegano più noto del pianeta. I co-produttori hanno fatto di tutto per raggiungerlo e lui, viste le prime immagini e capito il punto del film, l’ha immediatamente appoggiato diventando produttore esecutivo. Ma l’appoggio più pesante è stato forse quello di Paul Thomas Anderson, che l’ha definito: “Puro cinema, Un film dentro il quale tuffarsi – È spogliato fino ai suoi elementi essenziali, senza interferenze. È quello a cui tutti dovremmo aspirare sia come pubblico che come filmmaker – immagini e sonoro messi insieme per raccontare una storia profonda e potente senza fretta. Le immagini strabilianti e il sono uniti al cast migliore possibile formano più una pozione che un film”. Neon, neanche a dirlo, ha subito inserito quest’affermazione in testa al trailer.

Il film sicuramente affascina di più chi già sente una profonda connessione con il mondo animale, ma anche chi è più lontano come chi non è vegano difficilmente può rimanere indifferente di fronte a questo viaggio nell’ordinarietà della vita animale come mai è stata vista, con un filtro di bianco e nero luci che traslano tutto quel che si vede in un’altra dimensione, spirituale, trascendentale, terribilmente viva e, fa strano dirlo, umana.

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