Serve un’autodisciplina per i giornalisti anche sui social network?

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Social media Foto di Thomas Ulrich da Pixabay
Social media Foto di Thomas Ulrich da Pixabay

Durante la pandemia si sono incrementati in modo esponenziale gli usi della rete e sono cresciuti anche i rischi per la tutela dei diritti, stante la difficoltà di monitorare e sanzionare gli infiniti casi di violazioni derivanti dal mancato rispetto delle norme vigenti e anche dalla scarsa applicazione dei codici deontologici dettati a protezione degli utenti.

Per quanto riguarda i social, essi sono spesso diventati amplificatori di fake news, vale a dire di notizie non supportate da evidenze scientifiche e non riconducibili a fonti istituzionali. I cosiddetti link “acchiappaclic” hanno generato tanta disinformazione, arrivando in alcuni casi a ledere l’onore e la reputazione di soggetti pubblici e integrando gli elementi del reato di diffamazione aggravata con altro mezzo di pubblicità ai sensi dell’art.595 del codice penale.

L’informazione di qualità prodotta professionalmente dai media tradizionali e dai siti internet a carattere informativo si è distinta, nella prima fase della pandemia, per capacità di approfondimento e per limpidezza di racconto mentre i contenuti veicolati attraverso i social sono stati spesso diffusi ad arte per disinformare e per alimentare pulsioni incontrollate nell’opinione pubblica, finendo per generare comportamenti sbagliati rispetto alle misure di distanziamento e contenimento dettate a protezione della salute delle persone.

Negli ultimi mesi, però, questa nobile focalizzazione dei giornalisti mainstream sulla comunicazione di pubblica utilità e quindi sull’esigenza di garantire il diritto dei cittadini ad essere correttamente informati su tutti i risvolti della pandemia sembra essersi affievolita per lasciare il posto a un sensazionalismo rumoroso e fastidioso, che si serve anche dei profili social delle testate e dei singoli cronisti per veicolare commenti dai toni smodati e scomposti e per fare da cassa di risonanza di opinioni sopra le righe, normalmente disancorate da certezze medico-scientifiche.

I social hanno dunque contribuito in parte all’arricchimento dei circuiti informativi, ma hanno anche amplificato la portata diffusiva di notizie di dubbia autenticità e sono stati vissuti come sfogatoio di scomposte e demolitrici pulsioni individuali.

Cosa dicono le regole

Il 3 febbraio 2016 è entrato in vigore il Testo unico dei doveri del giornalista, approvato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, che all’art.2 (“Fondamenti deontologici”) dichiara che il giornalista <applica i principi deontologici nell’uso di tutti gli strumenti di comunicazione, compresi i social network>. All’art.9, inoltre, a proposito dei “Doveri in tema di rettifica e di rispetto delle fonti”, si specifica che il giornalista “rispetta il segreto professionale e dà notizia di tale circostanza nel caso in cui le fonti chiedano di rimanere riservate; in tutti gli altri casi le cita sempre e tale obbligo persiste anche quando si usino materiali – testi, immagini, sonoro- delle agenzie, di altri mezzi d’informazione o dei social network”.

Dunque, i giornalisti non possono considerare i social network una zona franca nella quale sentirsi liberi di contravvenire ai principi deontologici previsti per l’esercizio dell’attività giornalistica, ma devono mostrare equilibrio e misura anche in quegli ambienti virtuali.

Il caso Rai

Nel mondo dei media operano anche altre figure professionali, e quindi il mondo dei media si sta interrogando sull’opportunità di autoregolamentarsi rispetto all’utilizzo dei social. In particolare la Rai, in quanto concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo, chiamata ad assicurare un’informazione corretta all’opinione pubblica, anche attraverso i suoi canali social, è sollecitata da più parti a prendere in considerazione la possibilità di disciplinare in maniera puntuale la materia dell’utilizzo dei profili social da parte dei suoi dipendenti.

In verità, già nella “Risoluzione su princìpi di indirizzo e linee guida sull’utilizzo dei social media da parte dei dipendenti e collaboratori della Rai”, approvata il 9 ottobre 2019, la Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, evidenziava la necessità di regolare, attraverso linee guida, “la gestione e l’utilizzo dei social network (quali Facebook, Twitter, blog, chat, forum di discussione e strumenti similiari) da parte del personale e dei collaboratori della Rai – Radiotelevisione italiana S.p.A., in considerazione dell’impatto reputazionale che può avere sull’Azienda e dell’effetto che può esercitare sugli utenti la comunicazione espressa da un dipendente del servizio pubblico”.

Tali norme di comportamento riguardano l’uso dei profili ufficiali delle testate e delle trasmissioni di rete e l’uso privato dei social media. In particolare, si legge nel documento, “prima di pubblicare un contenuto di qualsiasi natura si tenga a mente che: la diffusione del pensiero a mezzo dei social network è assimilabile alle dichiarazioni rese attraverso i tradizionali strumenti di comunicazione di massa (giornali, radio, televisione); lo spazio virtuale degli strumenti social è a tutti gli effetti uno spazio pubblico; le conseguenze di un’azione nell’ambiente digitale sono rapide e suscettibili di raggiungere un pubblico vasto; tutto ciò che viene pubblicato sui social network può diventare permanente ed essere rintracciato dai motori di ricerca anche molto tempo dopo la pubblicazione”.

Cosa si fa all’estero

All’estero peraltro sembrano essere più avanti di noi su questo versante. La Bbc ha di recente introdotto regole molto stringenti per i suoi dipendenti (non solo giornalisti) rispetto all’uso dei social. Niente opinioni personali “su questioni di ordine pubblico, politica o argomenti controversi” e massima obiettività e neutralità su tutti i temi sensibili. Bisogna, quindi essere irreprensibili se si lavora nella tv inglese, senza usare i propri profili social, siano essi personali o aziendali, per esprimere punti di vista sopra le righe o per attaccare colleghi o personaggi pubblici. Inoltre, i dipendenti della Bbc devono usare con parsimonia like, tweet, condivisioni, perfino emoticon, al fine di non trasmettere un’idea di faziosità e di offensività nei riguardi di chicchessia.

L’imparzialità, che tanto sta a cuore al nuovo direttore generale Tim Davie, viene tradotta in regole tassative. A partorire la nuova norma è stata una commissione indipendente alla quale era stato chiesto cosa avrebbe dovuto fare la Bbc per tornare ad essere e ad apparire imparziale agli occhi dell’opinione pubblica britannica.

In realtà non può che suscitare ammirazione questa iniziativa, figlia di una sensibilità tutta anglosassone per il tema dell’asetticità, dell’equidistanza, della neutralità, valori imprescindibili della buona informazione. In Italia questa sensibilità non è granchè visibile, anzi c’è la sovraesposizione mediatica di chi la spara grossa e la propensione alla neutralità viene paradossalmente vissuta come un elemento di scarsa incisività del giornalista anziché come una garanzia di serietà e autodisciplina. Forse è opportuno che i vertici della categoria dei giornalisti spendano qualche parola in più nei prossimi mesi per richiamare l’importanza del rispetto di tali principi.

*L’autore di questo articolo è docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano, membro esperto dell’”Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al Covid-19 sul web e sui social network” e curatore del volume “La Rete che vorrei” (FrancoAngeli editore).

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