Casi Genovese e Grillo: le ultime generazioni non sono immuni agli stereotipi di genere

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Chi immaginava che la Generazione Y, cioè i Millennials, e Z avrebbero mostrato qualche passo in avanti nella questione di genere e nella considerazione della donna dovrà ricredersi. Appena qualche mese fa lo studio Gap 2020 del Cnr-Irpps aveva mostrato un’accentuata stereotipia di studenti e studentesse italiane delle scuole superiori. Per esempio, quattro adolescenti su dieci ritengono che l’uomo debba mantenere la famiglia – e anche il 25% delle ragazze – e uno su quattro che l’uomo debba “comandare” in casa. Non basta: un maschio su cinque pensa che il tradimento femminile sia più grave di quello maschile, che il 31% delle studentesse subisce insulti per l’aspetto fisico contro il 17% dei ragazzi e che almeno una adolescente su dieci viene offesa in quanto donna.

Se speravamo insomma che il quadro migliorasse verso una più profonda sensibilità e consapevolezza, dobbiamo ricrederci: i nostri sforzi non stanno producendo i risultati sperati. E d’altronde i profili dei probabili aggressori e stupratori sotto indagine riportati dalle cronache ci raccontano che neanche la convinzione che la cultura digitale, l’apertura al mondo, l’abitudine a confrontarsi con realtà differenti conta qualcosa, in questo senso. Da Alberto Genovese, quello che in troppi hanno definito “genio del web” e “mago delle app”, che ha violentato e seviziato una 18enne (e chissà quanti altri fatti porteranno alla luce le indagini) a Ciro Grillo, il figlio del rivoluzionario del web in Italia, Beppe Grillo, accusato di aver violentato due giovani nella villa del padre in Costa Smeralda nell’estate del 2019: le indagini sono chiuse, la procura di Tempio Pausania è pronta a chiedere il rinvio a giudizio.

Due profili che ci ricordano come non possiamo dare per scontato che le generazioni più giovani, da quella Erasmus a quella di TikTok per un arco che raccoglie almeno gli ultimi trent’anni, né quelle apparentemente più emancipate dal punto di vista dei nuovi business digitali necessariamente aperti al mondo e a un progressivo e necessario ribaltamento di mentalità siano automaticamente più rispettose, inclusive, aperte e consapevoli. E che siano in grado di lasciarsi alle spalle l’impalcatura maschilista, misogina e patriarcale della nostra società. Troppe volte, infatti, siamo caduti nell’illusione che bastasse un ricambio generazionale per fare qualche passo avanti: non è così.

I fatti di cronaca che riportano aggressioni sessuali fisiche e psicologiche, molestie, persecuzioni e stalking, lasciando da parte cloache come Telegram e simili, dove tutti sono complici di un incessante stupro collettivo prolungato nel tempo, continuano a dimostrare che le generazioni non sono pezzi estranei alla società ma prima ne riflettono in maniera spesso lugubre le sue storture e ingiustizie, le sue violenze più oscure, e poi rischiano di perpetrarle nel futuro. A differenti livelli di gravità, certo, ma accomunati comunque dalla condivisione di una realtà di fondo.

I casi di Genovese e Grillo colpiscono proprio perché incarnano certi profili che avrebbero potuto illudere e ingannare se studiati sulla carta (l’ancora relativamente giovane “guru delle startup”, il 19enne figlio dell’agitatore politico più importante degli ultimi dieci anni) ma di avvenimenti simili se ne contano ogni giorno. Ricordandoci che l’impegno dev’essere granitico dal primo minuto e mettere insieme educazione, famiglia e società: ma siamo il paese in cui un programma tv del pomeriggio viene sospeso perché offre un tutorial su come fare la spesa sexy, per cui la battaglia sembra continuamente ripartire da capo, o quasi.

La situazione è ben fotografata, d’altronde, da un altro sondaggio, diffuso nelle scorse ore da Ipsos, mostra per esempio che il lavoro per contrastare i pregiudizi è ancora lungo: il 15% degli adolescenti pensa per esempio che le vittime di violenza sessuale possano contribuire a provocarla con il loro modo di vestire e comportarsi. Una concezione a dir poco raccapricciante delle libertà personali nonché pietra angolare della pervicace e velenosa subcultura giustificazionista che ancora oggi produce troppi distinguo quando si ascoltano simili orrori. E ancora, c’è uno zoccolo duro di intervistati che crede che affermarsi nel mondo del lavoro sia più importante per i maschi che non per le femmine (lo pensa il 40% dei primi e il 21% delle seconde), così come avere un’istruzione universitaria. Bisogna partire dai giovani, certo, ma arrivandoci dal resto della società e senza scorciatoie: i ragazzi non crescono su Marte. Siamo ancora in tempo per salvare la Generazione Alfa.

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