Perché è meglio non parlare di “guerra” al coronavirus, spiegato da Susan Sontag

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Il governo tedesco di recente ha diffuso uno spot di cui si è parlato molto, anche in Italia. È girato con taglio documentaristico e vede protagonista un uomo anziano che racconta, con tono da veterano di guerra, di quando, molti anni prima, il suo paese chiese a tutti i giovani uno sforzo collettivo: quello di rimanere sul divano a non fare niente, guardare la tv e mangiare cibo spazzatura. La campagna ironizza sul fatto che oggi è facile essere eroi e fare la cosa giusta per combattere la diffusione del coronavirus e lo fa servendosi di espressioni tipiche del linguaggio bellico, usate per esprimere concetti esattamente opposti: “Il divano era il nostro fronte, la pazienza la nostra arma, siamo diventati eroi non facendo niente”.

Molto spesso, soprattutto durante il primo lockdown, la terminologia militaresca è stata utilizzata – nei media, in politica e nelle conversazioni quotidiane – per raccontare questa nuova epidemia. Vi basterà fare una veloce ricerca online di articoli o interviste usciti tra marzo e maggio per averne conferma: il virus è stato descritto come un nemico invisibile e una minaccia per il mondo; ci è stato detto che eravamo in guerra e i medici e gli infermieri erano in prima linea o in trincea. Sono state usate espressioni tipiche delle chiamate alle armi e appelli alla mobilitazione, anzi all’immobilità, di massa. Ogni sera ci siamo ritrovati davanti alla tv per il quotidiano bollettino della Protezione Civile. In varie occasioni si è affermato che un pericolo di tale portata richiedeva l’adozione di misure restrittive e di sorveglianza tipiche di situazioni di emergenza, come la guerra o il terrorismo.

In questo contesto assume ancora più valore la riedizione di un classico di Susan Sontag, Malattia come metafora, uscito il 19 novembre per Nottetempo nella nuova traduzione di Paolo Dilonardo. Il libro contiene due saggi: Malattia come metafora, pubblicato per la prima volta nel 1978 e L’Aids e le sue metafore, uscito nel 1989. Nel primo, scritto mentre lei stessa era malata di cancro, Sontag si interroga sul linguaggio metaforico attraverso il quale la malattia viene da sempre raccontata e quindi mistificata, sostenendo la necessità di liberarsi dall’uso di certe metafore, particolarmente pericolose nel caso di malattie, quali la tubercolosi e il cancro, rappresentate come “predatori malvagi e invincibili”. Il secondo saggio, scritto nel momento in cui a New York l’Aids dilagava come una vera e propria epidemia, sposta il discorso dal piano individuale a quello collettivo, tipico delle malattie infettive, nemici contro i quali viene mobilitata la società intera.

La riflessione di Sontag – sottesa a entrambi i saggi – muove dalla premessa che è fondamentale opporre resistenza all’uso del linguaggio figurato che da sempre accompagna la malattia. Se esiste un modo sano di essere malati esso passa dalla conoscenza, che ci permette di vedere la malattia per quello che è, demitizzandola. All’epoca in cui Sontag scrive, la fine degli anni ‘70, la tendenza era di vedere nel cancro una malattia della rassegnazione, una concezione che aveva origini antiche e riscontri anche nella letteratura e in base alla quale il cancro veniva associato a un certo tipo di temperamento – quello del represso – così come la tubercolosi era invece caratteristica di individui sensibili e creativi. Pregiudizi lesivi della dignità del malato e che ignorano il substrato fisico della malattia, rischiando di attribuire a chi ha la sfortuna di ammalarsi la responsabilità sia della malattia che della guarigione. Ancora oggi, a quarant’anni di distanza e con maggiori conoscenze scientifiche, ci troviamo quotidianamente di fronte all’utilizzo di frasi fatte che descrivono il cancro come un invasore e il malato come qualcuno che ha vinto la sua battaglia o al contrario si è arreso davanti a un nemico troppo forte. 

Spostando il discorso sul piano collettivo, e quindi alle malattie infettive che per contagiosità e capacità di diffusione assumono il carattere di una calamità sociale, Sontag ci fa notare come molto spesso anch’esse siano state accompagnate da una connotazione morale: a partire dall’Iliade, nella quale la malattia appare come punizione soprannaturale per una trasgressione collettiva, alla lettura medievale della peste come connessa alla corruzione dei costumi, fino all’Aids presentato come castigo divino inflitto agli omosessuali. Torniamo ancora una volta a noi: molto spesso la diffusione del Covid è stata descritta come conseguenza di un comportamento scellerato dell’uomo nei confronti della natura ed effetto collaterale di una società eccessivamente industrializzata. In parte questi discorsi sono stati motivati con argomentazioni scientifiche, quali il rapporto tra una sempre maggiore deforestazione e conseguente distruzione degli ecosistemi selvatici e l’insorgenza di zoonosi, le malattie infettive che si trasmettono dagli animali all’uomo. In parte hanno invece assunto il carattere di discorsi da bar, nei quali si affermava che il Covid ce lo siamo meritati, che è una vendetta della natura, un sistema di autoregolazione della popolazione mondiale, la conseguenza della diffusione di reti 5G. Alzi la mano chi non ha mai sentito un discorso di questo tipo, in fila all’edicola o a pranzo con uno zio polemico.

Rimanendo all’interno della retorica militaresca, ecco che il nemico, come in tutte le guerre, arriva da fuori. Sontag ci ricorda come da sempre si è sentito il bisogno di attribuire un’origine straniera alle malattie più temute: come la sifilide fu il vaiolo francese per gli inglesi, il morbus germanicus per i parigini, il mal napolitano per i fiorentini, il Covid-19 è stato più volte definito da Donald Trump non con il suo nome medico ma come “virus cinese” o “virus di Wuhan”. Si è addirittura arrivati a ipotizzare che il virus fosse un atto di guerra batteriologica. Il concepire la malattia come invasione comporta inoltre, ieri come oggi, una recrudescenza di atteggiamenti xenofobi e la richiesta di vietare l’ingresso agli stranieri e ai migranti, visti come portatori di malattia.

Tante sono le riflessioni in questi due saggi che risultano illuminanti rispetto al momento che stiamo vivendo: la moderna negazione della morte nelle società avanzate, l’epidemia come proiezione della paranoia politica del Primo mondo, la sopravvivenza della nazione come giustificazione alla repressione, la sensazione di vivere una catastrofe al rallentatore, in perenne attesa di un’apocalisse che incombe e non arriva mai. Ecco perché parlando di questo saggio possiamo affermare di trovarci di fronte a un classico, nella definizione calviniana di qualcosa che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Al punto che si ha la sensazione che se Sontag scrivesse oggi non utilizzerebbe parole molto diverse da quelle che troviamo in queste pagine. Parole delle quali possiamo fare tesoro; perché se è vero, come scrisse William Burroughs, che il linguaggio è un virus, iniziare a usarlo propriamente è il primo passo verso una società più sana. 

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