Ministro Franceschini, non è che la Netflix della cultura diventa un altro Verybello?

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Expo 2015 - Presentazione del sito web Verybello.it
(Foto: AP/LaPresse)

Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini si è intestardito di nuovo. L’aveva detto alla fine del primo lockdown, e tutti speravamo che fosse una meteorica conseguenza del fatto che avesse finalmente scoperto le piattaforme di streaming durante l’isolamento. Dai Dario, lascia perdere, non si può fare.

Invece no, ci è ricascato: vuole lanciarsi a tutti i costi in un’altra delle sue mirabolanti imprese, stavolta destinata a creare qualche poltrona in più in un consiglio di amministrazione e pochi altri vantaggi al sistema dello spettacolo e della cultura italiano, devastato da chiusure spesso ingiustificate. I giornali la chiamano, al solito con sprezzo del ridicolo oltre che del pericolo, la Netflix della cultura. Quando un progetto viene presentato cavalcando il nome di un colosso di successo, il copione finisce di solito in un sonoro fiasco.

Ma non è questo l’aspetto più succulento della nuova avventura il cui nome, dice chi ne sa qualcosa, “sarà bellissimo”. Chissà che magari Franceschini non voglia rispolverare il mai dimenticato, e a questo punto adeguatissimo, Very Bello? In molti ricorderanno la piattaforma turistica pensata per accompagnare l’Expo milanese del 2015 costata alcune decine di migliaia di euro e morta in culla. Oppure la lunga e tribolata vicenda di Italia.it, il sito di promozione del paese lanciato, poi sparito dietro il caos dell’Enit, da sempre al centro di mille polemiche, mai efficace quanto ci si aspetterebbe da uno strumento del genere, che col senno di poi tanti, troppi fondi ha sottratto a chi oggi è a reddito zero per via delle misure restrittive. Eppure Franceschini non molla: provaci ancora, Dario.

La sua nuova creatura è una “piattaforma per valorizzare nel mondo l’offerta culturale italiana e in particolare gli spettacoli dal vivo”, dice oggi Franceschini a Repubblica. Il progetto è in mano, come quasi tutte le missioni impossibili, a Cassa depositi e prestiti (no, almeno di questo non se ne occuperà Domenico Arcuri), con la collaborazione di Chili, la piattaforma di video on demand a quanto si capisce unico partner rimasto sul tavolo dopo il fulmineo fuggi fuggi dei mesi scorsi.

Perfino la Rai, di solito vittima sacrificale di ogni desiderata dei politici nostrani, si è miracolosamente tirata indietro: ha già l’ottima Rai Play e non avrebbe alcun interesse a puntare soldi e risorse su una piattaforma che distribuisca contenuti altrui fuori da un accordo di cui possa beneficiare anche il suo ecosistema. Cornuti sì, mazziati anche no. Anche perché l’idea di Franceschini è che sul “Very bello streaming”, chiamiamolo così, si possa monetizzare. Insomma, il teatro tal dei tali è chiuso e vuole trasmettere al pianeta, che altro non aspetta con tutto quel ben di dio di contenuti a disposizione, il suo mediocre spettacolo? Passa dal sito, stabilisce un prezzo, va in streaming e poi magari lascia il contenuto on demand. Questo sì che è un piano per uscire dalla crisi.

Nasce in questa presunzione continua che segna da sempre il lavoro di Franceschini il primo e più lacerante equivoco: la piattaforma ospiterà produzioni fatte e finite, confezionate da terzi, o si occuperà di produrne in proprio? C’è una bella differenza e sarebbe bello capirlo prima di metterci, di nuovo, un bel pacco di soldi pubblici: nel primo caso rischia di essere un’accozzaglia di produzioni dagli standard differenti che in pochi avranno interesse a seguire perché slegate da ogni strategia d’offerta, nel secondo di non avere fondi a sufficienza per mettere in piedi neanche un paio di episodi pilota, figuriamoci una serie di concerti, prose, opere e spettacoli.

Se pensiamo di sostenere una simile impresa con i 10 milioni di euro una tantum che il Mibac vuole metterci – non si capisce se pescati dal Recovery Fund o dal Fondo unico per lo spettacolo – e un’altra decina scarsa di Cdp e tre del socio Chili (escluso il valore del supporto tecnologico), tanti auguri. La piattaforma guidata da Reed Hastings, di cui ci si riempie la bocca (“altro che Netflix”, spiega addirittura l’ardito Franceschini, pronto a trasformare Very bello streaming in un buco nero europeo) ha investito 17,3 miliardi di dollari nel 2020 per le produzioni originali (200 milioni solo lo scorso anno in Italia), Hbo Max due miliardi, Apple Tv+ un miliardo. Di che cosa stiamo parlando?

Viene da chiedersi, fuori dalla naturale tenerezza che alcune illuminazioni franceschiniane producono da sempre nell’osservatore, se siamo disponibili a concedere al ministro l’ennesima scorribanda verso il sicuro spreco di tempo, soldi e pazienza per chi oggi è a casa in attesa che i luoghi della cultura, seguendo le misure necessarie, riaprano. Perché i negozi sono aperti fino alle 21, i centri commerciali senza problemi e i musei no? In altri paesi, anche con misure più rigide delle nostre, i cinema lavorano (Portogallo, Olanda, alcune zone della Spagna, le aree con restrizioni meno severe della Gran Bretagna), i musei sono aperti (in Belgio, dove però i cinema sono chiusi), in Francia si ripartirà il 15 dicembre. Una buona sintesi l’ha fatta il Manifesto. In Italia puoi metterti in fila per affollare l’ennesima catena di fast fashion ma non puoi vederti un film in santa pace, con mascherina e distanziamento e magari quattro gatti a ingannare il vuoto che si è spalancato nelle nostre vite.

Molti dei potenziali partner tecnologici che avevano manifestato interesse, non a caso, si sono sfilati negli scorsi mesi, poco convinti dal modello di business. Che infatti non esiste: se ospiti contenuti altrui sei un aggregatore di produzioni (mai sentito parlare di YouTube o Facebook Watch?) e potrai monetizzare con gli strumenti che quelle piattaforme offrono da molti anni (pubblicità, visualizzazioni, vendita di biglietti), se li produci ti servono un sacco di soldi. Non le mancette una tantum del ministero che magari vorrà pure dire la sua su cosa dev’essere prodotto e cosa no.

Intanto, intorno, tutto tace. Forse i “ristori” hanno sollevato qualche preoccupazione. Rimane il (raggelante) fatto che di cultura non si dibatta neanche lontanamente, che nei dpcm non ce ne sia traccia, che si viva un Natale di puri consumi raccontando così, di nuovo dopo la scuola, quali siano le priorità del paese.

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