Il Texas ha fatto causa ad altri quattro stati per i presunti brogli alle elezioni presidenziali

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La diatriba sulle elezioni presidenziali degli Stati Uniti non si ferma. Martedì 8 dicembre lo stato del Texas ha deciso di intentare una causa legale contro Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, chiedendo ai giudici della Corte suprema di prorogare il termine del 14 dicembre per la certificazione degli elettori che sancisce la designazione del democratico Joe Biden come presidente eletto dal paese.

La causa presentata dal procuratore generale del Texas, Ken Paxton, sostiene che i quattro stati citati in giudizio si sono impegnati in irregolarità elettorali che richiedono indagini e chiede alla Corte di “proibire l’uso di risultati elettorali illegali senza revisione e ratifica da parte delle legislature degli stati convenuti”. Secondo Paxton, la Costituzione degli Stati Uniti sarebbe stata violata durante il processo elettorale, poiché i quattro stati chiave avrebbero consentito ai loro legislatori di apportare modifiche dell’ultimo minuto ai regolamenti statali che ignoravano le norme federali.

Già all’inizio della campagna, Paxton ha svolto un ruolo importante nella lotta del presidente uscente Donald Trump contro l’espressione dei voti per corrispondenza. Ora l’appello di Paxton alla Corte suprema urge di verificare se Michigan, Wisconsin, Pennsylvania e Georgia hanno usato la pandemia di Covid-19 come scusa per manipolare i risultati elettorali.

Tuttavia, il governatore repubblicano del Texas Gregg Abbott è stato il primo a estendere il periodo per le votazioni anticipate di una settimana, ampliando anche il lasso di tempo in cui le schede postali potevano essere consegnate a mano. “Usando la sua autorità in modo emergenziale a causa della pandemia”, ha riferito alla rete Cnn Glenn Smith, un consulente politico democratico del Texas, “il nostro governatore ha realizzato esattamente ciò che il suo procuratore generale sta dicendo che gli altri stati hanno fatto, in modo improprio. Sciocchezze. Niente di tutto questo ha danneggiato le elezioni presidenziali. Ha aiutato l’affluenza alle urne”.

L’azione legale di Paxton è stata definita quantomeno “stravagante” anche da molti esperti di diritto, come riporta il quotidiano New York Times, soprattutto perché arriva in un momento in cui lo stesso procuratore generale sta combattendo contro delle accuse di corruzione, abuso d’ufficio e altri illeciti penali a favore di un ricco imprenditore edile di Austin che in cambio forniva ampie donazioni politiche.

Sembra che abbiamo un nuovo leader per la categoria ‘causa più folle intentata per contestare le elezioni’ in maniera presunta”, ha twittato Stephen Vladeck, professore di diritto presso l’Università del Texas. Mentre Richard Hasen, professore di diritto dell’Università della California di Irvine, in un articolo sul proprio blog ha definito la causa del Texas come “un comunicato stampa mascherato da procedimento legale”. Secondo Hasen, infatti, “il Texas non ha la giurisdizione per sollevare queste accuse, in quanto non ha voce in capitolo su come gli altri stati scelgono gli elettori”, inoltre “ha aspettato troppo per fare causa”. Oltretutto, “il rimedio suggerito dal Texas, ossia privare decine di milioni di elettori del diritto di voto dopo il fatto, è incostituzionale”, perché “non c’è motivo di credere che il voto in nessuno degli stati citati sia stato espresso in modo incostituzionale”.

Nelle parole dell’analista politico della Cnn James Moore, “è difficile credere che la Corte Suprema si prenderà la briga di dare udienza al caso di Paxton”, soprattutto dopo la sentenza di martedì 8 dicembre che ha respinto il ricorso dei repubblicani di Trump per richiedere di annullare la certificazione elettorale della vittoria di Biden in Pennsylvania.

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