Mentre emergono le torture subite da Giulio Regeni, l’Europa continua a stendere tappeti rossi all’Egitto

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foto: Alisdare Hickson/Flickr

Fa molto male leggere quello che ha dovuto subire Giulio Regeni nei suoi ultimi giorni di vita. La procura di Roma ha chiuso l’inchiesta sulla sua uccisione, delineando un quadro di torture e violenze operate per mano della National Security egiziana tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio 2016, per un totale di nove giorni. “Perdita permanente di più organi”, “acute sofferenze fisiche”, “numerose lesioni traumatiche a livello della testa, del volto, del tratto cervico dorsale e degli arti inferiori”, “urti a opera di mezzi contundenti”, “meccanismi di proiezione ripetuta del corpo contro superfici rigide ed anelastiche”, sono alcuni dei terribili passaggi che compaiono nella ricostruzione dei magistrati, che hanno incriminato quattro agenti egiziani per reati come sequestro di persona pluriaggravato, lesioni personali aggravate e concorso in omicidio aggravato.

Ma fa molto male anche vedere come tutto questo resti per la gran parte in sordina nella politica italiana ed europea. Sono stati gli stessi genitori di Giulio Regeni a puntare il dito, ancora una volta, contro il governo, in particolare nelle figure del premier Giuseppe Conte e del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. “Cosa state facendo per la verità?”, il grido a rompere un silenzio sempre più assordante. Mentre con il passare degli anni emergono i dettagli sull’omicidio del ricercatore friulano e si sommano i depistaggi da parte del governo egiziano, mentre in parallelo si assiste alla vergogna dell’ergastolo cautelare senza motivazioni per lo studente dell’università di Bologna Patrick Zaki, i rapporti diplomatici e commerciali tra l’Italia e l’Egitto proseguono indisturbati, interrotti solo ogni tanto da qualche dichiarazione di facciata

L’ultima telefonata tra Conte e il presidente egiziano Al-Sisi è stata a fine novembre e se da una parte c’è stata da parte italiana la solita richiesta di collaborazione sulla consegna alla giustizia degli assassini di Regeni, dall’altra non si è parlato di Zaki e, soprattutto, è stata ribadita la volontà di proseguire e rafforzare le relazioni bilaterali in campo commerciale e militare. Qualcosa che si era già visto in estate, quando la collaborazione industriale e quella giudiziaria venivano messe sullo stesso piano in un colloquio tra i due presidenti, come se la vita di un cittadino italiano valesse quanto un pacchetto di investimenti diretti esteri.

Ma non è solo l’Italia il problema. Certo, in quanto paese direttamente interessato dalle due terribili storie di Giulio Regeni e Patrick Zaki ci si aspetterebbe una presa di posizione netta che non c’è mai stata, ma non che altrove le cose vadano meglio. Il silenzio nostrano sulle rispettive vicende è andato a braccetto con il silenzio del resto dell’Unione europea, culla di diritti umani e democrazia solo sulla carta. L’approccio è stato sempre lo stesso: l’Egitto è un grande partner commerciale e questo non ha mai permesso di alzare troppo la voce. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel non ha fatto cenno ai diritti umani nella sua recente visita al Cairo, il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha rilasciato invece dichiarazioni in proposito senza che però fossero seguite da misure concrete, mentre i leader dei principali paesi europei continuano a fare affari e a intrattenere relazioni amichevoli con il regime di Al-Sisi come se nulla fosse. 

L’ultimo capitolo in questo senso è stato il tappeto rosso con cui il premier francese Emmanuel Macron ha accolto sfarzosamente il presidente egiziano Parigi, con tanto di conferimento della Legion d’onore in un incontro in cui si è parlato di tutto tranne che di diritti umani. Ci sarebbero gli estremi per un incidente diplomatico con l’Italia, grande partner francese che deve assistere a tutto questo nelle stesse ore in cui vengono diffuse le notizie sulle sevizie a Giulio Regeni e sul rinnovamento della detenzione di Patrick Zaki. Ancora una volta invece a regnare è stato il silenzio da ambo le parti, con tanto di tentativo di insabbiamento, sintomo che c’è la consapevolezza di star facendo qualcosa di cui non andare orgogliosi, ma anche che non vi è intenzione di correggere il tiro.

Mentre l’Italia e l’Europa puntano il dito contro l’Ungheria di Viktor Orban e invocano il rispetto dello stato di diritto come condizione necessaria per l’erogazione dei finanziamenti comunitari, su quello che succede al di là dei propri confini continentali si chiudono entrambi gli occhi, anteponendo gli interessi commerciali ai diritti umani. Un festival dell’ipocrisia in cui sono tutti protagonisti, istituzioni europee e governi nazionali, che si sta giocando sulla pelle di due ragazzi la cui giustizia è considerata troppo poco profittevole. Finché la diplomazia italiana ed europea con l’Egitto sarà quella dei tappeti rossi, delle telefonate di cortesia e degli accordi commerciali milionari, dare una svolta ai casi Regeni e Zaki sarà impossibile.

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