La Brexit sta trasformando Johnson in un piccolo Trump d’Oltremanica

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L’affaire Brexit sembra ormai una di quelle serie tv che si rinnovano stagione dopo stagione, tra colpi di scena più o meno forzati e finali che anche quando sembrano in dirittura d’arrivo, poi vengono rinviati per l’ennesima volta. Nel weekend doveva esserci la deadline per concludere i negoziati sul nuovo accordo commerciale in vigore dal 2021, ma come ormai da tradizione il dialogo si è concluso con un nulla di fatto e la possibilità di un’uscita britannica dall’Unione europea con un no deal si fa sempre più concreta. Anche perché i rapporti non sono per niente amichevoli, come dimostra quando sta succedendo nel canale della Manica.

 

(Photo by Richard Pohle – WPA Pool/Getty Images)

 

Tra i punti di stallo nella negoziazione c’è la richiesta europea di divieto di concorrenza sleale da parte delle aziende britanniche, con annessa comunanza di indirizzi per quanto riguarda gli standard ambientali e lavorativi nelle aziende sulle due sponde del canale. Altre scaramucce riguardano l’iter da seguire in caso di controversie legali tra i due blocchi, con discussione su quali tribunali potranno pronunciarsi su cosa. Ma soprattutto, il problema alla base di tutto sembra sia oggi il mare, nella veste dei diritti di pesca e dell’accoglienza dei migranti. Il Regno Unito vuole un controllo totale delle acque circostanti e delle risorse annesse, ogni accordo con l’Unione europea sui diritti di pesca dovrà allora essere nell’ottica di un grande vantaggio per Londra. Da Bruxelles invece si sottolinea come una posizione rigida di questo tipo non può essere assunta solo da un lato, pretendendo poi di circolare e pescare liberamente nelle acque europee. Intanto, Boris Johnson ha stabilito che ogni migrante che sia passato dall’Europa e abbia poi superato la Manica sarà considerato non idoneo all’ottenimento del diritto d’asilo e verrà dunque rispedito indietro. In pratica, quindi, o si arriva in aereo dal paese di origine o Londra chiuderà porti e aeroporti.

Che la situazione sia particolarmente delicata lo dimostra la dichiarazione del premier britannico delle ultime ore. “Manderemo le navi da guerra per proteggere le nostre acque” in caso di no deal, ha annunciato Johnson, segno che i mesi, anzi gli anni, di negoziati inconcludenti con Bruxelles stansno prendendo una piega pericolosa. La sensazione è che il premier stia mettendo in campo un mix di patriottismo e machismo per dimostrare quanto meno a parole all’elettorato la grandezza di quel progetto di Brexit dimostratosi in realtà un fallimento sotto molti punti di vista per l’economia e la società britannica. Porti chiusi, padroni a casa nostra e sui nostri mari, i no a ogni compromesso, sono questi i soliti jingle populisti con cui vendere aria fritta al popolo, senza ragionare sulle conseguenze.

Anche perché i primi ad aver fatto un appello a Boris Johnson affinché siglasse l’accordo commerciale con l’Ue e facesse tramontare lo spettro del no deal sono stati proprio gli addetti al settore primario dell’economia britannica. L’anti-europeismo che il premier da mesi sta ponendo al servizio dei suoi cittadini e delle sue imprese è in realtà un enorme boomerang che sta mettendo in ginocchio gli stessi. Se c’è una delle due parti che sicuramente avrebbe conseguenze meno negative da un no deal, quella è sicuramente l’Unione europea, che non solo è più grande e forte ma dalla sua ha anche, per dirne uno, il neo-presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Bruxelles potrebbe mettersi l’anima in pace in caso su pesca e simili non si raggiungesse alcun accordo, cercando altri partner internazionali o rafforzando i rapporti con gli stati con cui già li intrattiene. Londra si troverebbe invece isolata e tutto per un semplice discorso di orgoglio del suo premier, che continua imperterrito a voler dimostrare una grande forza negoziale britannica che in realtà non esiste.

Chi più di tutti è uscito economicamente distrutto dalla Brexit prima e dalla pandemia poi è proprio il Regno Unito. Come ha scritto Simon Jenkins sul Guardian, “Lasciare l’Unione Europea è stata un’opzione politica controversa, ma lasciare i mercati unici e le unioni doganali europee è una follia”. Mentre diminuiscono sempre più i giorni per trovare un accordo, è arrivato il momento che Boris Johnson cessi di giocare con le navi da guerra e di fare capricci diplomatici, mettendosi l’anima in pace su un fatto: un no deal nel breve termine potrebbe essere venduto come sintomo della grandezza britannica, nel lungo termine sarebbe però la causa della sua agonia.

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