Impariamo dal porcospino come salutare bilanciando affetto e distanziamento

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Questo articolo è stato scritto da Massimiliano Giuseppe Falcone, PhD in psicologia dei processi di comunicazione, neuroscienze per la comunicazione Docente di Marketing e Comunicazione IULM University, e da Angelo Monoriti, Docente di Negoziazione Luiss Guido Carli

Il “saluto del porcospino” nasce nel marzo del 2020 come risultato di una negoziazione condotta in laboratorio per risolvere la dissonanza emotiva emergente dal conflitto fra queste due valori che costituiscono i pilastri della nostra identità: il desiderio di vicinanza e la necessità di protezione della salute. Il progetto è stato promosso dagli studenti del Laboratorio di Negoziazione della Luiss Guido Carli, insieme a un gruppo interdisciplinare di oltre 20 studentesse e studenti da altri 6 atenei italiani fra cui il Conservatorio di Musica Luigi Canepa di Sassari.

Muovendo dalla premessa che la “distanza” fra le persone non è una questione “razionale”, ma “emozionale” e che, quindi, una raccomandazione o un obbligo di legge non sarebbero state sufficienti di per sé a modificare le nostre modalità di interazione umana – il progetto si è riproposto di identificare – applicando i princìpi delle neuroscienzeun modo di comportarsi comune (common mindset) in grado di consentire a tutti di apprendere esperienzialmente, e poi di mantenere, la “giusta distanza; proprio quella che i porcospini – richiamando Schopenhauer – imparano a tenere durante una fredda notte di inverno: così vicini per scambiarsi il calore, ma così lontani da non pungersi.

In vista della nuova riapertura delle scuole e considerando che sarà fondamentale – in attesa della vaccinazione – ridurre al minimo il rischio di una terza “ondata”, il “saluto del porcospino” potrà diventare ancora di più un “simbolo” e portare con sé un messaggio fondamentale che potranno essere proprio i giovani nelle scuole a diffondere: siamo sì esseri umani bisognosi di vicinanza, ma siamo anche in grado – prima ancora e soprattutto – di “prenderci cura” degli altri (oltre che di noi stessi) per sopravvivere.
Ben venga un po’ di tempo, dunque, per comprendere la logica e lo studio neuroscientifico alla base del “saluto del porcospino”.

“Salutiamo il virus.
Emozioni, il vaccino per tutti: istruzioni per l’uso”

Gli scienziati sono sempre stati concordi sul fatto che la misura più efficace per resistere all’attacco del virus fosse il distanziamento fisico”E così – a livello mondiale – è stato tentato un approccio “razionale”: è stata fissata una regola (almeno un metro dall’altro) e ci è stato chiesto di assorbire questa novità.  Qui è stato commesso un errore. La distanza fra le persone non è una questione razionale; non è una cosa che si “comprende”, è una cosa che si “sente”. Questo è il motivo per cui le raccomandazioni o gli obblighi dei governi e delle autorità competenti di “mantenere la distanza” non si sono rivelate sufficienti per superare strette di mano, abbracci distratti, istintivi avvicinamenti.

Mantenere le distanze, ai tempi del Coronavirus, è equiparabile a ciò che accade al nostro cervello quando, bambini, ci troviamo di fronte ad un fenomeno nuovo. Pensiamo al fuoco. Non è sufficiente “comprendere” che non bisogna toccare la fiamma, occorre “sentire” la paura, quell’emozione che ci protegge, impedendoci di compiere nuovamente azioni che potrebbero danneggiarci.

cervello
(foto: iLexx/iStock / Getty Images Plus)

Le emozioni sono dei sistemi di difesa, funzionali alla selezione dei comportamenti più indicati per la sopravvivenza. Veniamo educati fin da piccoli alla socialità, all’avvicinamento agli altri.

Il nostro cervello emozionale – che si attiva rispondendo alla domanda “ciò che sta accadendo è potenzialmente dannoso?” – non è programmato per “segnalare” un pericolo nel momento in cui ci si approssima agli altri; anzi, al contrario, ci “spinge” verso i nostri simili perché si tratta di un comportamento “registrato” nei nostri “chip” come un fatto positivo, che genera un’emozione di piacere.
Ecco perché distanziarci è difficilissimo.

Per modificare le nostre azioni (e reazioni) quando incontriamo gli altri non è possibile usare solo il linguaggio “razionale” delle regole e delle barriere “reali” (plexiglas, banchi, segnaletica, ecc.), ma occorre far leva sul linguaggio delle “emozioni”. Non è sufficiente raccomandare (o ordinare) alla collettività di “tenersi a distanza”: occorre fare in modo che – attraverso una vera e propria “educazione” – si determini una diversa reazione emotiva rispetto alla prossemica.
L’approccio al “distanziamento fisico” attraverso le regole è apparso deficitario proprio perché ha trascurato il funzionamento del nostro cervello.

Per realizzare una corretta “educazione” al distanziamento le autorità avrebbero potuto – così come potrebbero ancora oggi – rivolgersi alle eccellenze italiane delle “emozioni” e, cioè, ai nostri psicologi, registi, attori e artisti, per realizzare programmi di comunicazione e di educazione verso comportamenti corretti da tenere nelle relazioni con gli altri (anche – e soprattutto – a supporto del grandissimo lavoro già svolto dagli insegnanti nelle scuole).

Questi programmi avrebbero potuto prevedere, ad esempio, spot e tutorial in tv o sui social network per creare nuovi modelli comportamentali; un galateo (con linguaggi adeguati alle generazioni) per indicare come ci si relaziona, rispetto alla “distanza”, al supermercato, a scuola, al lavoro, al ristorante, al bar, in piazza, nonché messaggi volti a rendere accattivanti (sexyfying) e a diffondere forme di saluto sicuro (si pensi che ancora oggi è invalsa l’abitudine di salutarsi con il “tocco del gomito”, espressamente sconsigliata dall’OMS).

Proprio la visione di messaggi “situazionali” e la successiva ripetizione esperienziale di comportamenti condivisi, come una forma di saluto sicuro, sarebbero in grado attivare, in ciascuno di noi, l“allenamento mentale” necessario per generare una risposta: la risposta “emozionale” automatica per “mantenere la distanza”, senza perdere la nostra umanità. Oltre alle esperienze reali, infatti, anche quelle “mentali” (come arte, cinema, teatro, libri e musica) determinano chi siamo, creando e modificando le nostre connessioni neurali. Si chiama neuroplasticità.

Ciò significa che possiamo cambiare, e che possiamo usare le nostre emozioni, per adattarci al “nuovo”, migliorando le nostre vite. I nuovi comportamenti possono nascere dalle emozioni e così, proprio le richiamate “esperienze mentali”, potrebbero non solo “aiutarci” a tenere la giusta distanza durante un questo periodo di parziale chiusura, ma anche – e soprattutto – “guidarci”, alla riapertura, per evitare nuove e dolorose restrizioni.

Quindi, perché non abbiamo adottato un approccio diverso, visto che siamo stati proprio noi italiani tra i primi a individuare la connessione tra “allenamento mentale” e neuroplasticità?  Già a fine settecento Giacinto Malacarne (foto sopra) osservava come l’encefalo si modificasse nelle cucciolate di animali; intuizione – condivisa in seguito dallo stesso Darwin – e che è alla base della scoperta delle sinapsi e della loro modificabilità.

Insomma, un’altra eccellenza italiana, di cui dovremmo riappropriarci per creare una diversa narrazione, che migliori la vita di tutti e ci consenta di navigare insieme fuori dalla tempesta del CovidOgni cultura ha usanze proprie, più o meno condivise con altri popoli, e diversi periodi storici hanno visto differenti approcci: il contesto, le esperienze e fattori esterni, come epidemie, invasioni, viaggi e scambi condizionano la nostra convivialità, modificandola nello spazio e nel tempo.

I greci si salutavano scambiandosi una parola di buon augurio a distanza, rifiutando l’inchino in quanto contrario al popolo libero, a differenza degli egiziani o dei persiani; i romani, che usavano accogliersi con un braccio alzato a distanza, iniziarono ad adottare il contatto partendo dagli ambienti militari: gli storici sono concordi nell’interpretare il saluto “gladiatorio” come una stretta a livello dell’avambraccio per verificare l’assenza di armi nascoste: un segno di sfiducia, più che di amicizia.

A più riprese nella storia, saluti a distanza sostituirono abbracci e contatti, specie in concomitanza con gli effetti derivanti (e le emozioni scaturenti) dalle varie epidemie.  In Giappone le persone si salutano con il rei, un inchino più o meno arcuato a seconda dell’importanza della persona che si incontra; simile il saluto in Cina, così come in Corea e Vietnam. In India, come nella vicina Tailandia, è usanza salutarsi con le mani giunte in preghiera, posizionate davanti al cuore.  Nuovi comportamenti, dunque, quali quelli che potrebbero aiutarci a mantenere la “giusta” distanza, possono nascere dalle emozioni e queste, a loro volta, possono scaturire da nuove “esperienze mentali”.

Japanese family greeting bowing with senior

Si pensi alla diffusione – e alla ripetizione condivisa – di forme di saluto “sicuro” come il “saluto del porcospino”, frutto della ricerca svolta dagli studenti del Laboratorio di Negoziazione della Luiss Guido Carli e in corso di sperimentazione in diverse scuole italiane. Si tratta di un gesto in grado di ricordare a tutti di rimanere alla “giusta distanza”; proprio quella che i porcospini – richiamando Schopenhauer (Parerga e paralipomena, 1851) – imparano a tenere durante una fredda notte di inverno: così vicini per scambiarsi il calore, ma così lontani da non pungersi. Perché posare lo sguardo sull’altro e guardarlo negli occhi è la prima forma di riconoscimento, la prima forma di calore, la prima forma di umanità.

“Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti” diceva Charles Darwin, naturalista e biologo, celebre per aver formulato la teoria dell’evoluzione delle specie animali e vegetali.
Richiamando Darwin, dunque, non possiamo continuare a pensare che sia sufficiente confidare sulla nostra “intelligenza” e sulla nostra logica per mantenere la distanza e battere il virus, posto che la nostra “reazione” al cambiamento non dipende affatto dal cervello razionale, ma da quello emozionale.

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