Chi ha detto che i politici sono i migliori testimonial per il vaccino?

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Vincenzo De Luca, presidente della Campania, si è vaccinato nel cosiddetto Vaccine Day, il primo giorno di somministrazioni simboliche che in (quasi) tutta Europa è stato dedicato a medici, infermieri, ospiti e operatori delle residenze per anziani: quelli che lottano in prima linea da un anno contro Covid-19. Nessuno degli altri 20 presidenti di regione o provincia autonoma ha fatto la stessa scelta: magari la farà oggi, domani o la prossima settimana o, speriamo, quando sarà il suo turno. Ma non nel giorno zero: non, cioè, quando l’attenzione mediatica è stata completamente dedicata al tracciamento dei primi scatoloni, agli zoom su aghi e spalle nude, alle dichiarazioni di chi da mesi vede morire la gente in corsia sotto i propri occhi, ai primissimi immunizzati. De Luca “certamente non ha rispettato i criteri indicati dal ministero della Salute” – ha detto la sottosegretaria al ministero della Salute Sandra Zampa ad Agorà – “non è la prima volta che non le rispetta, o ritiene che le indicazioni fornite da ministero e governo non siano di suo gradimento”.

Molti hanno criticato la scelta, talvolta con toni sopra le righe ben sintetizzati dal titolo del Tempo (“L’indecente governatore De Luca che ruba la fiala al prossimo”), altri l’hanno difesa. L’impressione è che, come spesso gli è capitato, il presidente abbia sfruttato la giornata fregandosene del valore simbolico con cui il commissario Domenico Arcuri e il ministro della Salute Roberto Speranza ci ipnotizzavano da giorni, o semplicemente cavalcandola senza pudore: era la più ghiotta photo opportunity del secolo e De Luca non ha resistito. Giustificandosi anche lui dietro la motivazione spolverata da chi, in fondo, non ha visto niente di male nel suo disinvolto salto della fila: il buon esempio dei politici. Cioè la convinzione che i politici e gli amministratori pubblici sarebbero i migliori testimonial per promuovere la bontà delle vaccinazioni. “Se l’ha fatto Biden, perché attaccare De Luca?” si chiede Massimo Cacciari su Repubblica. Dimenticando fra l’altro che Biden non l’ha fatto nel giorno del taglio del nastro ma ha aspettato una settimana. Solo forma? Mica tanto: in quella settimana c’è un messaggio simbolico importante, e grande almeno quanto l’entrata a gamba tesa del presidente campano.

Il problema di fondo è un altro e vola ben oltre il protagonismo di De Luca, rigirando l’inverificabile assioma dei leader immunizzati per primi: chi ha stabilito che i politici sono i migliori testimonial per vaccinarsi? Accordare loro la priorità frutta davvero un effetto emulativo o persuasivo sui cittadini? Non mi risultano indagini in merito, ma magari ne arriveranno. La realtà è che avremmo finalmente bisogno di una comunicazione matura, razionale, scientifica senza essere complessa che coinvolga fonti il più possibile al di sopra di interessi e strumentalizzazioni. Non serve Anthony Fauci, basta ripulirsi dalla retorica.

Insomma, tutto il contrario di quella “campagna di comunicazione emozionante per persuadere gli italiani che fare il vaccino è avere cura di sé e dei propri cari. Parteciperanno registi, direttori d’orchestra, letterati che vogliono bene al proprio paese” di cui parlava ieri Arcuri al Corriere della Sera. Intendiamoci: ben venga una campagna di comunicazione su quel binario. Se necessario siamo disposti a cogliere anche la primula di Boeri. E ben vengano testimonial carismatici, che siano “direttori d’orchestra”, influencer o campioni olimpici. Sarebbe però finalmente utile, allo stesso tempo, trattare i cittadini da adulti facendo parlare i numeri, i dati dell’epidemia (che ancora non abbiamo nella loro interezza e granularità) e dell’impatto che i vaccini avranno sulle nostre vite ribaltate dal virus. Ma soprattutto dovremmo lasciar parlare i fatti, fornendo un piano vaccinale preciso, comunicando una calendarizzazione certa, spiegare a tutti quando sarà verosimilmente il loro turno e quante dosi dobbiamo aspettarci davvero, perlomeno nel primo semestre.

Uscire dal paternalismo di stato – quello del vaccino Moderna che speriamo di trovare “nella calza della befana”, per citare sempre il commissario all’emergenza – sarebbe la migliore comunicazione possibile, ben oltre il fenomeno di turno che pesta i piedi al decoro, allontanandoci dal semplicismo per cui se il capo si vaccina gli altri seguiranno e tanto basterà per lanciare una campagna vaccinale con un elevato tasso di adesione. Perché non basterà, scordiamocelo. Anzi, considerando la scarsa stima che gli italiani manifestano per la classe politica potrebbe perfino trasformarsi in un boomerang. Non è un caso che il Quirinale abbia chiarito dal primo minuto che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella “farà il vaccino senza naturalmente scavalcare l’ordine di priorità, di precedenza per le categorie a rischio, secondo quanto disposto dalle autorità competenti”. Speriamo di non fare le cose all’italiana, persi nel caos dei favori, delle scorciatoie, di una comunicazione fumosa e irrispettosa dei cittadini: stavolta non possiamo davvero permettercelo, come ama ripetere l’avvocato Conte.

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