Cosa sappiamo sulla web tax italiana

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Web tax (Getty Images)
Web tax (Getty Images)

L’imposta italiana sui servizi digitali si avvicina alla prova del nove: secondo la bozza del provvedimento di attuazione il 16 febbraio è atteso il primo versamento della web tax da parte delle big tech, mentre il rappresentante per il commercio degli Stati Uniti definisce “discriminatoria” la digital service tax (Dst) italiana e adombra la possibilità di valutare in risposta “tutte le opzioni disponibili”.

Prevista come web tax dalla legge di Bilancio 2019, ma introdotta solo con quella successiva e a partire dall’1 gennaio 2020, la Dst mira a regolamentare la tassazione sui ricavi che i colossi della rete realizzano in Italia. Secondo le stime “pre Covid” avrebbe dovuto portare 708 milioni di euro all’erario. Il prossimo passo sarà il provvedimento attuativo dell’Agenzia delle entrate, dopo che si è concluso pochi giorni fa la consultazione pubblica sulla bozza aperta per “promuovere una collaborazione fattiva tra tutti gli stakeholder”, che ha visto l’invio di oltre 40 contributi e pareri, anche dagli stessi operatori economici interessati dalla misura.

E uno dei “pareri”, naturalmente fornito in via del tutto autonoma, è quello dello Stato americano che tramite il suo rappresentante del commercio il 6 gennaio ha pubblicato un report, al termine di una investigazione avviata a giugno da parte della Sezione 301: “La Dst italiana è irragionevole perché non corrisponde ai principi della tassazione internazionale” e “opprime o restringe il commercio americano”. In particolare, si legge “43 aziende o gruppi potrebbero essere colpiti dalla Dst. Di queste 27 sono degli Stati Uniti, tre italiane e le altre 13 di altri paesi. In altre parole, il 62% sono americane, mentre quelle italiane appena il 6,9%”, questo il punto di vista americano, che assimila la tassa italiana a quelle simili adottate da Turchia e India.

Il versamento dell’imposta sui servizi digitali del 2021 sarà in relazione ai servizi digitali prestati nel 2020. La tassa è calcolata sul 3% dei ricavi derivanti da imprese, anche non residenti, con ricavi globali pari ad almeno 750 milioni di euro, di cui almeno 5,5 milioni da servizi digitali realizzati in Italia. I soggetti passivi dovranno dichiarare i ricavi imponibili entro il 31 marzo.

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