La crisi di governo conferma la distanza abissale tra politica e cittadini

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Se fossimo in tempo di pace, risponderemmo a una crisi del genere con l’ennesimo sbadiglio, un giro di meme e battute sui social, le solite analisi di basso Risiko di palazzo che tanto ci appassionano. Per carità, si tratterebbe pur sempre dell’ennesima prova di un sistema politico instabile e inefficiente, ridondante, lontano dalla realtà di un paese che aveva problemi enormi già prima di essere travolto dalla pandemia. Ma non sarebbe nulla di nuovo, visto che siamo pur sempre al 72esimo governo dal 1943. Ma non siamo in tempo di pace: stiamo attraversando il peggiore inverno della nostra storia recente, che segue l’anno più feroce dal secondo dopoguerra, e nel pieno di una campagna vaccinale di proporzioni epiche che meriterebbe tutti i nostri sforzi. Perché è ormai chiaro che senza salute e sicurezza non c’è ripresa economica. Anzi, non si riesce neanche a contenere i danni.

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Per questo la crisi innescata da Matteo Renzi, con la sponda del premier Conte che evidentemente poco ha fatto nei mesi scorsi per sminare il campo dalla prevedibile mossa del cavallo dell’ex sindaco di Firenze, rappresenta probabilmente il passaggio politico al quale siamo meno interessati nel momento della nostra vita in cui siamo costretti a occuparcene di più. E con maggiore preoccupazione. Con la mano saremmo già pronti, in un riflesso automatico, a coprirci lo sbadiglio di cui sopra mentre il cervello ci blocca nel panico di un “no, una crisi al buio no, così fate saltare tutto”.

Per questo lo spettacolo di questi giorni produce ai nostri occhi, specialmente in quelli di chi si interessi meno di politica, una reazione ben più che sorpresa, quasi incredula: possibile che il sistema politico italiano, da anni alla ricerca di leader all’altezza delle sfide del nostro tempo e alle ferite del passato, non riesca a farsi apprezzare dai cittadini neanche in un cataclisma sanitario e socio-economico di portata storica? E poi, di cosa si sta parlando esattamente? Il Recovery Fund e le risorse destinate ai diversi capitoli di spesa, l’uso di un Mes che in Europa nessuno vuole chiedere, il fatto che “la politica non è un reality show”, come ha spiegato ieri il senatore di Rignano in conferenza stampa, o che “governare non è prendere tanti like”. O ancora la delega ai servizi segreti che Conte non vuole mollare.

Non si capisce perché le persone non vogliono capire e vorranno capirne sempre meno, di quelli che sembrano tanti pretesti l’uno sopra l’altro: sono esauste da un anno di difficoltà, di drammi economici e psicologici, di lutti e sacrifici. Sono inoltre colpite nel vivo dei diritti personali come la libertà di movimento e il diritto allo studio e anche il diritto alla salute, sulla base del quale gli altri sono stati fatalmente compressi, non sembra essere perseguito al massimo dell’efficienza e delle possibilità (basti pensare all’impreparazione con cui ci siamo imbarcati all’ondata d’autunno, a come ancora non riusciamo a difendere le rsa, al piano vaccinale su cui quasi tutto rimane da capire e al piano pandemico inapplicato, un anno fa).

Matteo Renzi a “Porta a porta” il 17 settembre 2019 (Foto: Roberto Monaldo/LaPresse)

Sul palco dei palazzi della politica, non solo quelli romani, ancora più lontani del solito non solo metaforicamente, gli italiani vedono da un lato un premier che ha fatto del galleggiamento la sua sola strategia di sopravvivenza ma che tutto sommato ha cercato di affrontare con dignità una situazione senza precedenti; dall’altro un ex presidente del Consiglio che quattro anni fa, dopo aver clamorosamente perso un referendum su sé stesso, aveva promesso di ritirarsi a vita privata e invece non riesce a rinunciare ai panni del molesto “rieccolo”. Rendendosi il (non) leader meno popolare sulla piazza alla guida di un nanopartito con cui manovra una rappresentanza parlamentare ben più grossa di quella che il suo movimento potrebbe mai ambire a eleggere, specialmente in questo momento e col nuovo Parlamento segato dalla prima ondata populista.

Il governo Conte Bis non è certo il migliore che ci sia capitato, e nella gestione della pandemia gli errori sono stati molti e su alcuni sta perfino indagando la magistratura (vedi le mancate zone rosse in Lombardia). Sono stati mesi segnati dall’amore per l’accentramento, dall’affidamento al Superman Arcuri, dal temporeggiamento come ritmo di marcia. Tuttavia l’idea di non disporre di un esecutivo politicamente legittimato dalle Camere in una fase come questa, proprio quando i vaccini stanno aprendo una via d’uscita, segna probabilmente il definitivo punto di non ritorno nel rapporto fra cittadini e politica. Anzi, politici.

In molti tramano in queste ore a uno scopo, e in fondo un anno e mezzo fa lo stesso Conte Bis era nato proprio per quello stesso obiettivo: non lasciare il paese alle destre. Ma il paese è già in mano alle destre e una crisi tanto incomprensibile (che guarda all’elezione del presidente della Repubblica e al futuro destino di Renzi e dei suoi più che al Recovery Fund) non farà che spalancare la strada alla seconda ondata populista.

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