Perché Fran Lebowitz: una vita a New York è assolutamente imperdibile

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In Bartleby e compagnia, un breve libro a metà tra il saggio e la finzione, lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas ci presenta un’ampia galleria di ritratti – veri e verosimili, reali e surreali – di altrettanti Artisti del no, scrittori che hanno deciso di non scrivere più o che non l’hanno mai fatto. Per alcuni di loro la rinuncia alla scrittura è un mezzo espressivo, per altri una riflessione sull’impossibilità di comunicare o ancora un modo di sparire, di sottrarsi al mondo. Ora, se Fran Lebowitz, irresistibile scrittrice e umorista newyorkese, rientra di diritto in questa compagnia – il suo ultimo libro pubblicato risale al 1994 – non possiamo immaginare nessuno che meglio di lei sappia fare l’esatto opposto di scomparire: riempire con la sua presenza ogni centimetro dello spazio in cui si trova.

Una dote innata, come ci mostra Martin Scorsese, amico di una vita, che ha realizzato per la seconda volta un documentario incentrato su di lei (il primo, Public Speaking, è uscito 10 anni fa per Hbo) e che rappresenta allo stesso tempo un nuovo capitolo della sua saga su New York. Pretend It’s a City (titolo italiano Fran Lebowitz: una vita a New York) – è una docuserie in sette puntate, prodotta da Netflix, nella quale Scorsese si siede a un tavolo con la stessa Lebowitz e le chiede di fare quello che le viene meglio: parlare a ruota libera, raccontarsi senza filtri. Scrittrice inattiva, intellettuale ebrea e omosessuale, comica e opinionista (I have no power but I am filled with opinions”), lettrice onnivora da quando aveva sette anni, testimone oculare di una New York che non c’è più, icona di stile al di sopra di qualsiasi tendenza, tabagista impenitente, attrice occasionale (forse ve la ricordate nella parte del giudice in Wolf of Wall Street), Lebowitz è tante cose e nessuna di queste coincide con una professione. Nata a Morristown, New Jersey, nel 1950 da una coppia di ebrei russi immigrati, si trasferisce a New York non appena ha l’età legale per farlo, con 20o dollari in tasca e nessuna conoscenza. Per mantenersi fa tantissimi lavori: donna delle pulizie negli alberghi, autista, venditrice ambulante, taxista (l’unica donna nella NY dei primi ’70 e pertanto emarginata e guardata con sospetto dai colleghi). A 21 anni comincia a collaborare come columnist per Interview e ci rimane per 11 anni, anche se confessa di non essere mai andata d’accordo con Andy Warhol. I suoi libri più importanti – Metropolitan Life, pubblicato nel 1978, e Social Studies, 1981 – sono raccolte di saggi usciti sui magazine con i quali collaborava: è qui che si forma il suo stile – caustico, spudorato e politicamente scorretto – e che Lebowitz diventa un personaggio pubblico. È del 1994 il suo primo e unico libro per bambini, Mr. Chas and Lisa Sue Meet the Pandas, tradotto in italiano con il titolo Due panda a New York, seguito dal lunghissimo silenzio editoriale. Per fortuna Lebowitz non ha dato retta a sua madre, che non ha mai incoraggiato il suo senso dell’umorismo affermando che agli uomini non piacciono le donne che fanno ridere: da 40 anni gira l’America tra show e comparse televisive, e del far ridere ne ha fatto una professione.

In questa serie non succede molto: vediamo Fran conversare con Scorsese in un tavolino appartato del Players Club di New York e con altri interlocutori in alcune interviste televisive, e materiali di repertorio. Gli episodi sono centrati su alcuni temi – dalla salute allo sport, dai soldi ai libri – sui quali Lebowitz ha opinioni ogni volta taglienti e poco ortodosse: ne emerge il ritratto di una sorta di tardo-luddista, che non possiede un computer, un telefono cellulare né tantomeno un abbonamento a Netflix, una misantropa snob che dichiara candidamente di non andare al cinema perché non sopporta i suoi simili e di detestare i voli di linea per la stessa ragione. Per tutto il tempo si ha la sensazione di trovarsi di fronte a una donna libera, che non fa nulla per piacere agli altri, ed è una sensazione elettrizzante in un’epoca in cui ogni contenuto viene sapientemente creato e condiviso per ingraziarsi un pubblico. A tratti sembra di assistere a una stand-up comedy e si ride moltissimo: ridono Martin Scorsese e Toni Morrison (amica intima, alla quale la serie è dedicata), Spike Lee e Alec Baldwin, ride il pubblico in sala e quello a casa. C’è anche un elemento di nostalgia nel racconto, anzi ce ne sono due. La prima è parte della storia ed emerge dalle conversazioni tra questi due vecchi newyorkesi doc, fieri detentori della memoria storica di una città che non c’è più: la NY dei ’70, più sporca e pericolosa certo, ma con un’energia e una vitalità artistica uniche, una città dove in locali come il Vanguard si esibivano Charles Mingus e Duke Ellington, piena di edicole aperte 24 ore su 24 e dove decine di librerie affollavano la Fourth Avenue (di queste oggi rimane solo la Strand, che però ha cambiato sede). La seconda nostalgia è contingente ed è legata al fatto che la serie è stata interamente girata prima del Covid: è una malinconia che proviamo noi spettatori guardando Lebowitz inveire contro le orde di turisti che affollano Times Square, imprecare contro i taxi che non si fermano sulle strisce per farla attraversare, lamentarsi della metropolitana perennemente in ritardo e affollata, esibirsi sul palco di una sala gremita di persone non distanziate. In una delle prime scene della docuserie Lebowitz racconta di aver visto New York silenziosa soltanto due volte: dopo l’11 settembre (al di fuori del quartiere delle Twin Towers) e poco prima della sentenza a O.J. Simpson, quando tutta l’America era davanti alla televisione con il fiato sospeso. Oggi la città, le città, sono in uno stato di sospensione prolungata e viene naturale chiedersi quando Fran potrà tornare ad attraversare di fretta marciapiedi troppo affollati, urlando a qualche malcapitato turista “Move! Pretend it’s a city, not your living room”.

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