The Cave è il (solo) film sui bambini rimasti intrappolati nella caverna thailendese

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Nel 2018, per due settimane, le notizie dei bambini della squadra di calcio thailandese WildBoars sono state in cima ai titoli dei giornali del mondo: prima la sparizione in una grotta, poi il fatto che dopo quattro giorni erano ancora tutti vivi e infine i successivi 10 per estrarli sani e salvi con l’aiuto degli esperti da ogni angolo del pianeta. Chiunque aveva intuito, allora, che c’era il potenziale per un film. E infatti, a distanza di un mese, sei produzioni erano già lavoro. Oggi, però, a due anni e mezzo di distanza, un solo film ce l’ha fatta ad arrivare alla meta (una serie, co-prodotta da Netflix, ancora è in ballo).

Tom Waller è il produttore e regista di The Cave, film di pura impeccabile ricostruzione degli eventi, romanzati con garbo, che addirittura coinvolge diverse persone che hanno realmente preso parte all’impresa nei panni di se stessi. È un titolo all’americana molto sobrio (visto la carica emotiva della storia), interamente dalla parte dei sommozzatori accorsi da tutto il mondo, ma in particolare dall’Irlanda (paese che co-produce il film insieme alla Thailandia). Le riprese sono comunque abbastanza audaci, dentro le caverne (non quelle vere), sott’acqua e nei dintorni. Ovviamente, tutto è finalizzato a raccontare lo spirito indomabile locale e la solidarietà del pianeta.

Quella di The Cave, disponibile a noleggio sulle principali piattaformeè la storia di un progetto dal trionfo annunciato. La prima casa di produzione a gettarcisi sopra è stata la Universal, solo poche settimane dopo i fatti di cronaca. L’idea era di farne un grosso film diretto da Jon M. Chu, solidissimo mestierante hollywoodiano con alle spalle il successo asiatico e mondiale di Crazy & Rich (Crazy Rich Asians). Un uomo buono per gli Stati Uniti e di grandi credenziali orientali, preso con l’obiettivo di evitare le accuse di whitewashing, cioè di privilegiare cast e team creativo bianchi o comunque occidentali per una storia che è invece più che altro asiatica. Alla Universal si sono subito affiancati quelli di Pure Flix, compagnia di produzione specializzata in pellicole a tema religioso, che aveva ben chiaro l’angolatura del racconto e dove andare a parare.

Già da questi due esempi è chiaro che in breve è stato necessario per il governo tailandese, tramite il Ministero della cultura, creare una commissione apposita che supervisionasse, gestisse e controllasse le società straniere intente a cercare di mettere insieme i capitali per raccontare la storia. La fortuna di Tom Waller è di avere il doppio passaporto americano e thailandese, e di essere capace di muoversi agilmente in entrambi i paesi e in entrambi i “sistemi”. Nel suo curriculum, poi, c’è anche l’aver lavorato come location scout in Thailandia per produzioni straniere.

Siccome la priorità del governo è stata quella limitare l’avvicinamento ai ragazzini protagonisti, Waller ha scelto di concentrarsi sul team di soccorso internazionale. In The Cave infatti, dopo un breve prologo, i giovani della squadra di calcio (interpretati da attori) entrano nella caverna con poche premesse e senza particolari spiegazioni. Lì finiscono ben presto intrappolati e il grosso dei dialoghi e della trama avviene fuori, tra camionette dei giornalisti e persone che arrivano per aiutare. Il risultato è un film nello stile di Peter Berg, il regista che negli Usa racconta e romanza vere situazioni eroiche loccali (Deepwater – Inferno sull’oceano, Boston – Caccia all’uomo), fondato sulla cronaca e sui fatti.

L’unico vero attore noto di The Cave è Ekawat Niratworapanya, star thailandese di film romantici, nel ruolo dell’allenatore della squadra. E non a caso il salvataggio suo occupa un minutaggio maggiore e prevede più suspense degli altri. La seconda celebrity locale è Jumpa Saenprom, cantante tradizionale che interpreta una contadina fiera di aiutare. Per il resto è abbastanza chiaro che il giornalista americano interpreta se stesso come i sommozzatori, che non recitano ma cercano solo di essere spontanei, riuscendo involontariamente a portare una forte carica alle immagini. Certe facce, certi corpi fuori dalla norma e certe espressioni (anche se minime) hanno proprio il sapore della docu-fiction fatta bene e delle fatiche reali. The Cave è insomma realizzato coinvolgendo le persone che ci sono state, e cerca tantissimo così di avvicinarsi alla realtà per darle la lettura mitica del cinema, la suspense e l’arco narrativo pieno di orgoglio che nessuno ha intenzione di mascherare.

In realtà, l’intera operazione di salvataggio ha coinvolto 10.000 persone e più di 100 sommozzatori, 100 agenzie governative e centinaia di volontari e agenti di polizia, senza contare i circa 2000 militari. Non sono tutti rappresentati e dal film non passa l’idea che ci fosse così tanta gente al lavoro. Ma va bene. Lo ribadiamo, è una versione romanzata con grande consapevolezza di come funzioni il cinema, fondata sull’azione, che spiega bene la difficoltà del momento, i rischi e le tecniche del salvataggio, celebra chi deve celebrare e – pur usando strutture e luoghi comuni di Hollywood – mantiene una fortissima anima thailandese.

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