Kamala Harris, il volto ideale da cui ripartire dopo Trump, sarà una brava vicepresidente?

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Sono la prima, ma non sarò l’ultima” aveva detto Kamala Harris il 7 novembre nel suo primo intervento da vicepresidente eletta. Ieri ha giurato, scortata dal poliziotto eroe degli assalti al Congresso Eugene Goodman e sulle Bibbie tenute dal marito Douglas Emhoff, il primo “second gentleman”, davanti alla giudice Sonia Sotomayor, prima ispanica della Corte suprema ed ex collega procuratrice. Un testo sacro è della “seconda madre” Regina Shelton, l’altro di Thurgood Marshall, primo giudice afroamericano della Corte e uno dei suoi riferimenti. Una concentrazione di simboli, significati, aspettative.

(Photo By Tom Williams/CQ-Roll Call, Inc via Getty Images)

Pronta a prestare servizio” ha poi fatto pubblicare sui social, nel pieno di una giornata storica. E in un video sempre postato sul social ha spiegato di essere qui oggi “grazie alla donne che ci sono state prima di me, che mi hanno preceduto“, ricordando la madre indiana e scienziata per lungo tempo in Canada che l’ha cresciuta da sola dopo la separazione dal padre giamaicano, e “le donne che si sono battute per l’uguaglianza, la libertà. E che continuano a combattere per i loro diritti”.

Ieri è stato il giorno di Joe Biden, certo. Che tuttavia è una vecchissima conoscenza degli americani, un anziano (e amato) senatore, ex vicepresidente e protagonista di infinite battaglie parlamentari oltre che di una storia a lunghi tratti dolorosa. È quello che ci voleva dopo un quadriennio distruttivo e lacerante, ma non è l’anti-Trump per eccellenza. Harris, la numero 2, è in realtà la numero 1. E anche il suo ruolo da vicepresidente – non fosse che per il carisma, il retroterra, i traguardi, la rappresentanza sempre più vasta – potrebbe uscirne in parte potenziato.

Di regola un vicepresidente deve fare le veci del presidente in cui questo risulti impossibilitato a esercitare le sue facoltà. Per questo non viaggiano mai insieme. Gli subentra se viene a mancare (è accaduto otto volte) o si dimette. Ed è anche formalmente il presidente del Senato. Un ruolo, com’è evidente, soprattutto formale, di garanzia di stabilità democratica, che fra l’altro risente molto (come accaduto fra Obama e Biden) del rapporto più o meno amichevole fra la coppia presidenziale. Eppure il profilo di Harris sovrasta enormemente questo perimetro – il ticket, in queste prime fasi celebrative, sembra quasi paritario – e sarà interessante capire in che modo riuscirà a rimodularlo anche sulla base delle grandi aspettative che vengono riposte sul suo conto.

D’altronde quasi il 30% dei vicepresidenti, in un modo o nell’altro, sono a loro volta divenuti presidenti. E appunto il caso di Biden è solo l’ultimo. In molti pensano che il copione possa ripetersi nel 2024, quando l’attuale presidente avrà 81 anni. E quando potrebbe forse consumarsi un nuovo scontro con Donald Trump. Di cui Harris costituisce la nemesi assoluta: prima donna vicepresidente, prima di colore, figlia di immigrati da paesi poverissimi, con l’immancabile filo di perle divenuto metafora della solidarietà femminile e ieri in viola (nell’abito di uno stilista afroamericano emergente) come Shirley Chisholm, prima donna nera al Congresso e prima candidata alle primarie democratiche per la presidenza nel 1972. Intorno, un parterre che da Sotomayor alla giovane poetessa Amanda Gorman, sembrava costruito intorno a una sua elezione e al suo riscatto dalle primarie dem finite con l’esito più scontato, quello dell’incoronazione del candidato più esperto e più convenzionale.

L’antitesi di Donald Trump – e di tutto quello che Trump incarna e continuerà a incarnare nei prossimi anni – è proprio Harris. Incubo e bersaglio del sovranismo complottista. La sua vita, che abbiamo ripercorso in molte occasioni, ma soprattutto il ruolo che quella biografia ha assunto, da Oakland a Washington D.C., dalla desegregazione del busing al giuramento di Capitol Hill.

C’è anzitutto l’appartenenza etnica, così ricca e simbolica da non aver senso indagarne le ramificazioni, e il contesto in cui è cresciuta. Nessuna sintesi riesce a descriverla, il che ne fa – a prescindere dalle singole vicende e perfino dalle zone d’ombra – la quintessenza degli Stati Uniti, fuori dalle etichette così amate dalle destre che ne hanno bisogno come chiave di continua mobilitazione e ipersemplificazione.

Le lauree, il dottorato, il lavoro negli uffici dei procuratori californiani, perfino gli insulti e le discriminazioni per il rapporto col potente politico locale Willie Brown, poi sindaco di San Francisco. Ancora: il salto nella carriera giudiziaria (e politica) verso la procura distrettuale, le scelte sull’esplosione della criminalità all’inizio degli anni Novanta e delle leggi applicate in molti stati Usa che colpirono in particolare gli afroamericani, come quella dei “three strikes” in cui fu coinvolto lo stesso Biden. Ma anche sul suo presunto “giustizialismo” le cose non stanno come chi la contesta non esita a ripetere, ed è un capitolo della sua storia professionale e politica che meriterebbe di essere inquadrato in un’altra luce, pur considerando il suo pragmatismo. Ben lontano dal fasullo e pericoloso “law & order” trumpiano ma, almeno in senso generale, ad andare alle radici della microcriminalità e del consumo di stupefacenti, dell’educazione e della condizione femminile.

È dunque lei la vera speranza su cui scommettere per il futuro prossimo degli Stati Uniti? Dipenderà da troppi fattori, è impossibile dirlo in un paese che appena due settimane fa assisteva a un mezzo golpe telecomandato dall’allora presidente. Rimanendo alla figura di Harris, bisognerà anzitutto capire in che misura quel perimetro della vicepresidenza riuscirà a contenere questi quattro anni e, per assurdo, a non disinnescare molto di quel carisma e di quelle aspettative, alcune delle quali evidentemente impraticabili da quella posizione pur con le migliori intenzioni.

Ma in fondo un bel pezzo di quel ruolo è già cambiato e se c’è una cosa che Harris ha sempre fatto nella sua vita è stato (tentare di) cambiare le cose dall’interno, lavorare sui binari dell’ispirazione, certo, ma anche e soprattutto del pragmatismo, per quanto a volte forse un po’ troppo timidamente. E portare a casa i risultati, anche contro le polemiche benaltriste. Da questi quattro anni dipenderanno i prossimi quattro. Ma non tutto, ovviamente, dipenderà dalla 49esima vicepresidente degli Stati Uniti.

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