Cosa sappiamo finora del colpo di stato dell’esercito in Myanmar

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Proteste davanti all’ambasciata del Myanmar a Bangkok (foto: Lillian Suwanrumpha via Getty Images)

Nel Myanmar l’esercito ha preso il controllo del paese, con un colpo di stato avvenuto nelle prime ore del primo febbraio. I militari hanno imposto lo stato di emergenza per un anno e la leader del governo in carica Aung San Suu Kyi, oltre a funzionari ed esponenti della società civile, sono stati arrestati. Dopo soli dieci anni dalla fine della dittatura militare e dall’introduzione della costituzione democratica, il Myanmar sembra tornare indietro nel tempo. I comandanti dell’esercito, rappresentati in parlamento dal Partito dell’unione della solidarietà e dello sviluppo (Usdp), non hanno accettato il risultato del 3% ottenuto alle elezioni politiche dell’anno scorso. Le forze armate hanno più volte accusato di frode elettorale il partito vincitore di Suu Kyi, la Lega nazionale per la democrazia (Nld), ma non sono riuscite a presentare prove concrete a sostegno delle loro ipotesi.

Dalle ultime dichiarazioni riportate dalle agenzie, l’esercito avrebbe anche circondato la residenza in cui i membri delle camere stavano passando la quarantena prima di riunirsi in assemblea. Questa settimana si sarebbe dovuto insediare il nuovo parlamento, composto da una schiacciante maggioranza di rappresentanti dell’Nld, e nominare il nuovo governo risultato dalle elezioni di novembre. Il colpo di stato giunge proprio nella notte prima dell’avvio dei lavori del nuovo emiciclo.

Esorto la popolazione a non accettare questa situazione e protestare contro questo golpe militare” si legge in una dichiarazione rilasciata a nome di Suu Kyi sul suo account Facebook. Purtroppo non è possibile dimostrare la veridicità di queste parole, perché la maggior parte delle comunicazioni è stata interrotta. Televisione, internet, radio e telefoni non funzionano in tutto il paese e anche i bancomat sono fuori servizio.

L’unica fonte di informazioni attiva è l’emittente televisiva militare, che ha annunciato la presa del potere da parte del comandante in capo Min Aung Hlaing, dichiarando lo stato di emergenza. L’esercito ha annunciato che terrà il controllo del paese per un anno, per superare la pandemia di Covid-19 e indire nuove elezioni.

Le azioni dei militari sono state condannate come una minaccia diretta al percorso democratico incominciato dal Myanmar nel 2011. “Chiediamo ai leader militari di rilasciare immediatamente ogni funzionario governativo e tutti i leader della società civile, nel rispetto della volontà del popolo del Myanmar emersa dalle elezioni” ha dichiarato il segretario di stato degli Stati Uniti Anthony Blinken. Un appello condiviso dalla comunità internazionale, i cui diversi leader stanno rilasciando dichiarazioni in sostegno di Suu Kyi in queste ore.

San Suu Kyi, che non è presidente del Myanmar perché la costituzione nega questa carica a chi abbia figli con una cittadinanza straniera, è stata insignita del premio Nobel per la pace per il suo impegno per la democratizzazione dell’ex Birmania. Negli ultimi anni però, è stata accusata di aver coperto le operazioni di pulizia etnica portate avanti dall’esercito nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya.

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