L’inglese resterà la lingua ufficiale dell’Ue nonostante Brexit

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(foto: Thierry Monasse/Getty Images)

Una questione che spesso passa inosservata quando si parla di Brexit è la lingua. Sì, perché occorre chiedersi se l’inglese che domina i palazzi di Bruxelles resisterà nonostante l’addio di Londra. L’Unione Europea sembra però avere le idee chiare sul tema: “Anche dopo il recesso del Regno Unito dall’Ue, l’inglese rimane una lingua ufficiale dell’Irlanda e di Malta”, si legge nella pagina dedicata alle 24 lingue ufficiali dell’Unione. Subito dopo il referendum del 2016, infatti, era stato chiarito che ogni modifica al regime linguistico delle istituzioni sarebbe dovuta passare dal vaglio del Consiglio europeo. Con voto unanime, fra l’altro.

Va notato, però, che fra i 27 stati membri solo l’Irlanda parla inglese, mentre Malta lo riconosce come lingua co-ufficiale. Un altro dato che non deve sfuggire è la demografia: insieme questi due paesi raggiungono poco più di cinque milioni di abitanti rispetto ai 450 totali dell’Unione. L’egemonia linguistica dell’inglese, lingua ufficiale del blocco dal 1973, potrebbe svanire insieme alla cittadinanza europea di oltre 66 milioni di persone residenti nel Regno Unito. Le opinioni a riguardo sono però discordanti, fra chi ne predice un graduale disuso e chi invece una rinnovata vitalità.

Piuttosto, quello che si sta verificando, in linguistica, si chiama prestigio di una lingua in una situazione di contatto, come quella del multilinguismo europeo. Va infatti notato che nonostante i documenti ufficiali vengano redatti in tutte le lingue ufficiali dell’unione, le lingue di lavoro delle istituzioni sono essenzialmente due: inglese e francese. Ad oggi, infatti, nei corridoi di Bruxelles l’inglese è predominante, seppur varie attività sono svolte anche in francese. Non va infatti dimenticato che nella parte del Belgio – che pure ha una doppia lingua nazionale – dove si trova Bruxelles si parla francese.

Secondo gli ultimi dati di Eurostat, poi, l’inglese è di gran lunga la lingua straniera più studiata nell’istruzione secondaria superiore nell’Ue. Più dell’87 per cento degli alunni ha studiato l’inglese nell’istruzione secondaria superiore nel 2018. L’inglese è seguito dal francese (19 per cento), dal tedesco e dallo spagnolo (entrambi si attestano intorno al 18 per cento). Sempre nel 2018 – l’ultimo anno di cui si hanno i dati ufficiali a disposizione – in tutti gli Stati membri dell’Ue oltre il 65 per cento degli studenti iscritti all’istruzione secondaria superiore studiava l’inglese come lingua straniera. Questo testimonia che, almeno finora, l’inglese è stato sinonimo di un passaporto internazionale nell’accesso al mondo del lavoro, anche nell’eurobubble di Bruxelles.

Euro-English

Lo scenario più probabile, tuttavia, è quello che l’inglese rimanga come lingua franca dell’unione per comunicare all’interno degli uffici e quindi lavorare. Quell’inglese però non è il British english puro, ma piuttosto una lingua contaminata da accenti nazionali e parole diverse. Si tratta di un inglese che nasce dal gergo tecnico dell’Unione Europea e da coloro che conversano pur non essendo appunto madrelingua.

L’uso dell’inglese viene influenzato dalla lingua madre e può portare a variazioni e contaminazioni. Guardando al futuro, l’Euro-English potrebbe affermarsi ad un ritmo crescente con i funzionari madrelingua che andranno in pensione e senza britannici che entrano nei palazzi di Bruxelles (chi ha il passaporto Uk non potrà più fare i concorsi pubblici Ue). Così il gap – per dirla in inglese – fra la variante europea e quella britannico potrebbe crescere più rapidamente di quanto si pensi.

Una previsione (lungimirante) che Quartz aveva già fatto nel 2016 e che oggi sembra piuttosto concreta. Basta pensare ad alcuni esempi concreti come informations o competences, che nel British english non vorrebbero grammaticalmente la ‘s’ al plurale. Ma anche un errato uso semantico di alcuni verbi come control o assist (di fatto calcati dal francese contrôler o assister). Oppure opportunity nel senso di ‘essere opportuno’, o ancora important col significato che avrebbe ‘significant‘ in inglese. Insomma, un vero e proprio dialetto che anziché fermarsi, potrebbe arricchirsi di nuovi vocaboli, trasformando l’inglese davanti agli occhi dei britannici, ormai soltanto spettatori.

Secondo una fonte riportata da The National, quotidiano vicino alle posizioni indipendentiste scozzesi, considerato che ogni stato membro può decidere la lingua delle proprie traduzioni, sembrerebbe molto probabile che Malta potrebbe optare per il maltese e l’Irlanda per il gaelico, tagliando fuori ufficialmente l’inglese. In questo modo l’inglese diverrebbe solo una lingua di lavoro, neanche più presente sui documenti ufficiali dell’Unione. Con appunto la conseguenza di un maggior contaminazione. Ma sono ancora voci di corridoio, non confermate dalle istituzioni che, archiviato il deal Brexit, hanno priorità ben più urgenti.

Make français great again

C’è anche chi pensa che questa situazione possa andare a vantaggio di altre lingue e riportare in auge una fra tutte: il francese. L’ultimo a sostenerlo – seppur implicitamente – è stato Clément Beaune, segretario di stato francese incaricato degli affari europei del Governo Castex. Dopo la conclusione dell’accordo commerciale col Regno Unito, ha detto che “sarà difficile per le persone capire perché preferiremo usare un ‘broken english dopo Brexit”. Piuttosto, sostiene il politico, “abituiamoci a parlare le nostre lingue di nuovo”.

Quella di Beaune, sulla carta, è “una battaglia per la diversità linguistica europea”. Il suo discorso sembra però andare verso una riaffermazione del francese, anche l’Ue dopo Brexit “che lavora o comunica in una sola lingua, sarebbe un errore”, ha ribadito. Non è di sicuro l’unico francese a pensare che questo idioma potrebbe tornare a essere la lingua franca della Ue, come, fra l’altro, suggerisce la stessa espressione. Nel 2018 un alto funzionario francese aveva lasciato la sala perché il consiglio aveva deciso di redigere in inglese la bozza del bilancio pluriennale.

Conosciuti per un certo sciovinismo linguistico, da Parigi non è esclusa la volontà di ripristinare uno scenario linguistico come quello della diplomazia settecentesca e ottocentesca che vedeva il dominio – e il prestigio – della lingua d’oltralpe. Se c’è chi già parla di eurofrancese, le probabilità che questo avvenga nel concreto sono difficili. Anche se non va sottovaluta la presidenza del Consiglio francese nel 2022, che potrebbe spingere proprio sulla cultura e sulla componente linguistica.

Tuttavia, l’inglese è ormai troppo pratico e comodo per la comunicazione dei burocrati europei. Forbes aveva scritto che l’inglese è “un mezzo internazionale di comunicazione che non appartiene a nessun paese”. Questo, come aveva in passato sottolineato anche Economist, comporta il fatto che nessun’altra lingua delle grandi potenze potesse prendere il suo posto. Questo ha anche un lato positivo: spingere verso una maggiore integrazione, in cui l’inglese diventa la superficie comune del tavolo dove si svolge la partita e non l’attore principale. In fondo, come aveva detto Umberto Eco ad una conferenza, proprio a Bruxelles, nel lontano 2008: “la lingua dell’Europa è la traduzione”.

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